17 December 2017
    Andrew D. Bernstein:NBAE:Getty Images

    Il culto di Stephen Curry

    Il culto di Stephen Curry è stato modificato: 2015-06-18 di Davide Gambaretto

    Nella notte tra martedì e mercoledì i Golden State Warriors hanno vinto il loro primo titolo NBA in quarant’anni. Si tratta della consacrazione definitiva per Stephen Curry, il giocatore più eccitante della lega, che ha ridefinito il concetto di “buon tiro”.

    «Troppo basso. Troppo lento. Forse buono per una carriera in Europa». Quante volte Stephen Curry si è sentito ripetere queste parole, durante il suo periodo all’High School e al College. Un ottimo giocatore, certo, ma con troppi difetti fisici per riuscire a giocare nel basket che conta. Curry, però, è sempre stato una di quelle persone cocciute, che fanno di testa loro e con una fiducia in se stessi che non può venire scalfita. Non ha mai smesso di allenarsi e di migliorarsi, riuscendo a raggiungere l’NBA e andando a giocare ai Golden State Warriors, dove fin dalla sua stagione da rookie iniziò a far girare le teste dei suoi fan, diventando un autentico eroe di culto del parquet per parecchi appassionati di basket.

    Poi il suo problema divennero le caviglie. Troppo fragili e prone all’infortunio per avere continuità a quel livello. I detrattori di Stephen Curry erano tornati alla carica. La stagione 2011/12 scivolò via senza soddisfazioni, con un Curry troppo condizionato dagli infortuni per riuscire a incidere (giocò solo 26 gare). Anche in questo caso, però, Steph si dimostrò troppo testardo per cedere a delle “semplici” limitazioni strutturali: lavorò sul suo fisico, sulla sua postura, rafforzò fianchi e glutei e, così facendo, superò i problemi alle caviglie.

    Lo stile di gioco.
    Nei suoi sei anni di NBA, Curry ha messo in mostra uno stile di gioco eccitante, dove una grande visione di campo, compagni e avversari si accoppia a fantastiche capacità tecniche di ball handling e a uno stile di tiro, particolare ma estremamente efficace, che lo rende, senza mezzi termini, uno dei più grandi tiratori della storia di questo gioco. Quando utilizziamo l’aggettivo “eccitante”, per descrivere il modo di stare in campo di questo playmaker di 1.91 m, lo facciamo ben consapevoli della sua portata, poiché guardare Curry è un saliscendi emozionale che solo pochi giocatori riescono a trasmettere. Le sue scelte sono estreme e le selezioni elettrizzanti; può decidere di tirare in qualsiasi momento, con l’uomo addosso, dopo essersi smarcato con un passo di arretramento, così come dopo aver “vagabondato” libero per il campo, con il pallone sempre incollato alle mani come fosse uno yo-yo: se lo può permettere, la palla va quasi sempre dentro. Proprio grazie a queste incredibili doti balistiche Curry è riuscito a ridefinire il concetto di buono/cattivo tiro. Dopotutto, cosa puoi contestare a uno che, anche quando tira da fermo e a 9 metri dal canestro, fa quasi sempre splash?

    La stagione della consacrazione.
    Li chiamano “Splash Brother”; sono Stephen Curry e Klay Thompson. Splash perché quello è l’equivalente onomatopeico americano della palla che si tuffa nel canestro. Sono loro due le stelle di questi Golden State Warriors e sempre loro hanno guidato la carica verso il titolo, durante tutta la stagione 2014/15.

    Una stagione che è stata quella della consacrazione per gli Warriors di coach Steve Kerr, che hanno mostrato uno stile di gioco divertente, completo ed efficace e, ovviamente, per tanti dei giocatori di Golden State, “Splash Brothers” su tutti. La squadra ha macinato 67 vittorie in stagione regolare (su 82), regalando uno dei sistemi offensivi più divertenti degli ultimi anni (fatto di spaziatura, tiro da tre, voglia di passarsi la palla e di una qualità di gioco quasi paradisiaca) e una difesa estremamente solida, fatta di cambi sistematici. Non hanno “inventato” un nuovo modo di giocare: hanno sviluppato, meglio di chiunque altro, lo stile small-ball, la scelta di sacrificare stazza e altezza in favore di giocatori che fanno di velocità, agilità e tiro da fuori il loro cavallo di battaglia. Una stagione che si è rivelata addirittura magica per Stephen Curry, in cui il piccolo grande uomo nato ad Akron ha innalzato il suo gioco in maniera vertiginosa, portandosi a casa il premio della gara di tiro da tre all’All Star Game e, soprattutto, il titolo di MVP della stagione regolare.

    Jason Miller, NBAE, Getty Images

    Stephen Curry e Andre Iguodala con il Larry O’Brien Trophy (Jason Miller/NBAE/Getty Images).

    “Uccidere” Il Re.
    Prima di approdare in finale, Golden State ha dovuto farsi strada nei playoff, confrontandosi prima con i New Orleans Pelicans di Anthony Davis (che, se tutto va come deve andare, diventerà il dominatore dell’NBA del domani), ancora troppo acerbi per costituire un ostacolo probante. In seguito è stato il turno dei Memphis Grizzlies, la squadra più compatta e bilanciata di questi playoff, ma con troppo poco talento rispetto agli Warriors. Infine gli Houston Rockets, decisamente troppo discontinui e fragili mentalmente per riuscire a superare Golden State.

    In finale Curry e soci hanno trovato ad attenderli i Cleveland Cavaliers di LeBron James, “Il Re”, probabilmente il giocatore più forte della lega, sicuramente il più riconoscibile. Uno specimen fisico che gli scienziati stanno studiando per le sue caratteristiche fisiche, la sua capacità di recupero atletico e la coordinazione, quasi sovrumana, che dimostra a discapito dei 113 Kg, portati in giro con una leggiadria mai vista in un uomo alto più di 2 metri. James era tornato a Cleveland (il suo stato di nascita) e con i Cavaliers (squadra con cui giocò dal 2003 al 2010) proprio quest’estate, andando a formare con Kyrie Irving e Kevin Love un terzetto da sogno, con cui dare la caccia alla sesta finale e al terzo titolo della sua carriera. Quando gli dei del basket ci mettono lo zampino, però, non sai mai cosa aspettarti: fuori Love per infortunio al primo turno dei playoff. Fuori anche Irving, dopo una frattura alla rotula, occorsagli nel supplementare di gara 1 di queste finali.

    LeBron si è trovato improvvisamente da solo, ma è riuscito a guidare i suoi Cavaliers – composti ormai da una manciata di caratteristi NBA, un rinnegato come J.R. Smith e da Matthew Dellavedova; un atleta che, se non fosse per la sua resilienza e la sua voglia, non riuscirebbe a giocare nemmeno nel campetto dietro casa – fino a gara 6. Lo ha fatto virtualmente da solo, legittimando la presenza dei Cavs in una finale per il semplice fatto che, ogni sera, arrivava al palazzetto, si allacciava le scarpe e scendeva sul terreno di gioco. Nulla ha potuto James contro la completezza di questi Warriors, che hanno vinto, così, il loro quarto titolo NBA (il secondo da quando si chiamano Golden State, visto che i primi due erano stati conseguiti come Philadelphia Warriors), il primo trofeo dal 1975.

    Aspettando la nuova stagione.
    Stephen Curry, ora, è sul tetto del mondo. Ripensa a tutte quelle volte in cui gli hanno detto che non ce l’avrebbe fatta, che era troppo basso, troppo gracile, troppo lento. Fissa il trofeo di campione NBA e sorride; la faccia da eterno bambino che nasconde un animo gelido, da autentico killer sportivo. Poi lo sguardo si sposta sul trofeo del MVP delle finali, tra le mani del compagno di squadra Andre Iguodala, uno che è cresciuto idolatrando Scottie Pippen e che, in queste sei gare, ha strappato a James e a Curry il trofeo di miglior giocatore, grazie alla completezza dimostrata sul campo da gioco (l’unico Warrior a essere mentalmente dentro alle finali fin da gara 1, concludendo la serie con 16.3 punti, 5.8 rimbalzi, 4.0 assist, 1.4 rubate e una percentuale del 52.1% dal campo) e alla sua maestria nel limitare l’immarcabile LeBron. Siamo sicuri che a Curry non dispiaccia non essere riuscito a vincere anche questo trofeo, troppo il rispetto e l’amicizia che lo legano a Iguodala. Si può scommettere, però, che questo gli darà quella carica motivazionale in più per tornare in finale anche l’anno venturo. Questa volta per vincere tutto.

    In copertina i Golden State Warriors alzano il trofeo di campioni NBA (Andrew D. Bernstein/NBAE/Getty Images).

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    Davide Gambaretto

    Storico dell’arte, curatore indipendente e scrittore. I suoi precedenti impieghi in ambito artistico includono Artissima Fair, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Attitudine Forma. Musicologo a tempo perso, è appassionato di letteratura, cinema, graphic novel e pallacanestro. Gestisce il blog musicale "La Lira di Orfeo" e realizza laboratori didattici di arte e scrittura per scuole elementari e medie.

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