15 December 2017
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    Il Grand Budapest va agli Oscar

    Il Grand Budapest va agli Oscar è stato modificato: 2015-02-20 di Alessia Telesca

    Grand Budapest Hotel porta il regista Wes Anderson agli Oscar, ma questa volta con la nomination per il miglior film. Una storia eccentrica e magica.

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    Una giovane ragazza depone la chiave di una stanza d’albergo ai piedi di un monumento dedicato ad uno scrittore scomparso, autore del romanzo Grand Budapest Hotel. Quello stesso scrittore racconta le origini del suo romanzo, basato sulle memorie di un uomo anziano che, nelle stanze di un albergo, racconta la storia di un uomo straordinario, Gustave H, e del suo giovane amico Zero.

    Un film costruito al contrario.
    Così comincia Grand Budapest Hotel, l’ultimo film del regista Wes Anderson, tramite una matrioska di flashback in cui lo sfondo protagonista, le stanze e la hall dell’albergo, sono sempre le stesse, ridipinte, invecchiate e vissute, come anche, forse, i protagonisti. Gustave H. (Ralph Fiennes) è il concierge del Grand Budapest Hotel, albergo collocato nell’immaginaria e splendente città di Zubrowka. Il suo carisma e la sua eccentricità lo rendono leggenda vivente dell’albergo di cui, ufficiosamente, veste i panni del direttore, grazie anche all’amore che provano per lui le numerose clienti ricche e un po’ attempate, sedotte dalla sua straordinarietà.

    Il delitto.
    Madame D, una di queste donne felici solamente tra le stanze del Grand Budapest Hotel, in procinto di tornare a casa e lasciare Gustave H, confessa all’uomo di avere il terribile presentimento di non vivere abbastanza a lungo per poterlo incontrare nel prossimo soggiorno: pochi giorni dopo la partenza, la donna viene trovata morta, probabilmente uccisa.

    Gustave H decide così di partire per portare alla donna il suo ultimo saluto, accompagnato da Zero Moustafa (Tony Revolori), il nuovo lobby boy del Grand Budapest Hotel e, presto, grande amico dell’uomo. Una volta arrivati nella casa di Madame D, Gustave scopre che la donna gli ha lasciato in eredità il preziosissimo quadro di Johannes Van Hoytl il Giovane, Ragazzo con mela, scatenando l’ira funesta del figlio Dmitri che lo accusa di omicidio. Gustave H viene così imprigionato e dovrà affidarsi alle cure e alle idee, a volte geniali, a volte grottesche , di Zero e della sua amata Agatha (Saoirse Ronan).

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    La “firma” di Wes.
    Un film di wes Anderson si riconosce sin dalle prime battute e, forse, anche dalla lettura della trama, sempre un po’ complessa e strampalata, grazie all’eccentrico stile di ripresa. Ogni sua pellicola è contornata da colori pastello che donano al racconto una sensazione di malinconica fiaba, all’interno della quale si muovono personaggi stravaganti e bizzarri.

    Grand Budapest Hotel, dal punto di vista estetico, è la massima espressione del regista, si compone di diversi capitoli, di flashback in flashback e di generi filmici mescolati tra loro. La commedia viene decomposta e narrata attraverso un duplice racconto (quello dello scrittore che riporta e scrive la storia raccontatagli da un signore anziano) che, per più di metà della vicenda, si traveste da thriller grottesco. Ma, oltre ai due protagonisti, curiosi sono gli altri personaggi, come Agatha, la cui particolarità fisica è quella di avere una voglia sul viso a forma di Messico, il cattivo Dmitri (Adrien Brody) o lo spietato Willem Dafoe nei panni di Jopling.

    Thriller fiabesco.
    Il film è un’altalena di avventure e sensazioni, all’interno delle quali i protagonisti sono letteralmente sbattuti da un piano all’altro, alla costante ricerca della terraferma sui cui prender fiato. Grand Budapest Hotel è un filo di lana di creatività e magia, srotolato velocemente e senza fermata, che mostra le doti artistiche e immaginarie di Wes Anderson, capace di dipingere quadri variopinti, al confine tra sogno e realtà.

    L’eccentricità di Wes Anderson probabilmente è la caratteristica che ha convinto l’Academy che, generalmente, predilige film più realistici. Nonostante il regista texano sia ritenuto, nel mondo dell’arte, uno dei contemporanei più dotati e geniali, Grand Budapest Hotel è il suo primo lavoro a ricevere una candidatura per il miglior film (in passato ha ricevuto due nomination per la miglior sceneggiatura, uno per il miglior film d’animazione e uno per la migliore colonna sonora). Secondo David Ehrlich di Slate, spesso l’Oscar viene vinto da storie “non originali”, cioé da racconti tratti da romanzi o eventi storici realmente accaduti, da cui raramente Anderson attinge; Grand Budapest Hotel è un’eccezione poiché liberamente ispirato alle opere dello scrittore austriaco Stefan Zweig.

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    Alessia Telesca

    Educatrice di mestiere e anche un po’ d’animo, è idealisticamente convinta che la cultura sia la chiave per migliorare il mondo. Appassionata di cinema, libri e scrittura, si è avvicinata a quest’ultima nel 2010. Scrive per diverse testate e per The Last Reporter si occupa di cronaca e società.

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