19 August 2017
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    Il male, così ‘banale’ per Hannah Arendt

    Il male, così ‘banale’ per Hannah Arendt è stato modificato: 2015-01-11 di Paolo Morelli

    Ci avviciniamo al “Giorno della Memoria” con un’opera imprescindibile, “La banalità del male” di Hannah Arendt. In un momento in cui il male, oggi, mostra ancora la propria terrificante banalità.

    Per avvicinarci al “Giorno della Memoria” del 27 gennaio, abbiamo scelto di ripercorrere alcune delle testimonianze più importanti della Seconda Guerra Mondiale. Hannah Arendt, nel suo celebre La banalità del male, ha raccontato il processo al funzionario tedesco Adolf Eichmann, il primo procedimento giudiziario ai danni di un criminale nazista che si è tenuto in Israele. Era il 1961.

    Una persona banale.
    A distanza di oltre 50 anni da quell’evento – molto criticato all’epoca perché Eichmann non fu legalmente arrestato, ma rapito in Argentina, dove si era rifugiato – abbiamo ripercorso le fasi del dibattimento attraverso le parole della filosofa tedesca. La “banalità del male” è rappresentata da un ingenuo Eichmann, che cercava di convincere la Corte della propria onestà, raccontando di come – invece – avesse fatto di tutto per salvare gli ebrei. Il racconto del processo è il racconto di come si è arrivati alla Shoah, dagli anni dell’ascesa di Hitler in Germania fino alle “emigrazioni” degli ebrei (forzate, naturalmente), per giungere alla “soluzione finale”, lo sterminio di un intero popolo.

    La banalità traspare dai racconti di un Eichmann che, da giovane, non riusciva nemmeno a capire cosa stesse facendo. Immerso nella propaganda che veniva diffusa a tambur battente in Germania, il funzionario nazista si trovo quasi per caso (a suo dire) a ricoprire incarichi legati alla gestione del “problema ebraico”, divenendone addirittura un esperto. La sua priorità sembrava essere, piuttosto, l’avanzamento di carriera e il riconoscimento della propria autorità da parte dei più alti gradi del Reich. Dal racconto di Hannah Arendt si coglie tutta l’inconsapevolezza di Eichmann, che non era uno spietato mostro antisemita, ma un semplice funzionario che eseguiva gli ordini. È questa la cosa più terrificante.

    Sentenza non completamente soddisfacente.
    La questione, secondo la Arendt, non fu affrontata a dovere nemmeno nel processo, che si chiuse con una sentenza di condanna a morte (Eichmann fu impiccato nel 1962) che però, nelle motivazioni, non era completamente soddisfacente. Al netto della contropropaganda israeliana – il processo era guidato, occultamente, dall’allora primo ministro Ben Gurion – quello che non si riuscì a stabilire fu che cosa avesse veramente fatto Adolf Eichmann per violare la legge. Fu un problema sollevato anche durante il processo di Norimberga: le leggi in vigore in Germania durante il Terzo Reich erano state, di fatto, rispettate. Eichmann fu giustamente condannato, ma secondo le leggi israeliane. L’impasse non fu risolto.

    La banalità a Parigi.
    In queste ore, e in questi giorni, il pensiero va a Parigi, esempio truce e reale di quanto descritto da Hannah Arendt. Che cos’è un uomo banale che fa del male agli altri? Si tratta di una persona che non si cura delle conseguenze, esegue degli ordini, subisce un’ideologia senza domandarsi il perché dell’indottrinamento che riceve. Un uomo acritico, che porta avanti un progetto non suo senza nemmeno preoccuparsi del fatto che esso, una volta portato a termine, danneggerà lui stesso, prendendosi probabilmente la sua vita.

    Anche per motivi come questi, che abbiamo volutamente forzato, La banalità del male è un’opera imprescindibile della letteratura post bellica. Si tratta di un tassello irrinunciabile per la costruzione della memoria collettiva, perché il male non si mostra mai attraverso complicati sistemi di governo, ma attraverso le azioni più banali che si possano compiere, quotidianamente, tra le strade di una città. Magari proprio quella in cui viviamo.

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    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

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