1 May 2017
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    Il mondo digitale di Avery Singer

    Il mondo digitale di Avery Singer è stato modificato: 2015-03-14 di Davide Gambaretto

    Fino al 12 aprile, alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo è possibile visitare “Pictures Punish Words”, prima personale in Italia di Avery Singer. Attraverso una sintesi tra passato, presente e futuro la giovane artista americana sta conquistando sempre più i favori di critica e pubblico.

    Dopo una tappa iniziale alla Kunsthalle di Zurigo, lo scorso 12 febbraio è giunta in Italia “Pictures Punish Words”, prima mostra istituzionale dedicata ai lavori di Avery Singer (New York, classe 1987). La personale è di scena alla Fondazione Sandretto Re Rabudengo, realtà da sempre attenta ai giovani artisti contemporanei. Precedentemente Singer aveva esposto i suoi lavori alla galleria Kraupa-Tuskany Zeidler di Berlino e alla McLellan Galleries durante il 6th Glasgow International Festival of Art.

    Il digitale al servizio del pittorico.
    Avery Singer dipinge quelle che lei chiama “figure e nature morte che occupano il regno degli edifici non realizzati”. Con l’aiuto del software di rendering 3D Google SketchUp, Singer trasferisce questi schizzi generati al computer su delle tele, grazie all’ausilio di un proiettore. Schermando le forme con del nastro adesivo le pittura, in seguito, con l’aerografo. Questo macchinoso processo creativo dà vita a dipinti meticolosamente composti, che richiamano lo stile delle prime avanguardie storiche – echi cubo-futuristi? Costruttivismo? Frivolezze da collagisti dada? – e la geometria semplificata della nascente computer grafica. I Computercollagen di Albert Oehlen, infatti, sono citati da Singer come un importante punto di riferimento per il suo lavoro: ma il risultato finale risulta molto diverso, con Avery Singer che rimane molto più legata alla tradizione figurativa e storica, rispetto all’artista tedesco.

    I dipinti di Singer esaltano la bidimensionalita della superficie pittorica con il loro rifiuto del colore – costruiti, come sono, su di un’abbondante scala di grigi – e con i loro protagonisti piatti e squadrati. Sembra quasi che voglia richiamare la nostra ossessione, tutta contemporanea, a guardare un schermo, sia esso quello di una televisione, un PC o uno smartphone. L’incredibile turbinio di figure, unito alla costruzione per accumulo e a piani differenti, riesce comunque a dare un senso di illusionistica spazialità alle composizioni; quasi fossero dei trompe-l’œil, come li ha descritti la stessa Singer.

    Umoristicamente orchestrate e messe in scena con una composizione che, nella sua fluidità visuale, richiama la tecnica cinematografica del footage, questi dipinti ci rappresentano rituali e schemi sociali, focalizzandosi principalmente sulla sfera artistica. In “Happening”, per esempio, c’è una riflessione sulla storia e sulla genesi dell’arte: un gruppo di persone è rappresentato nell’atto di eseguire alcuni atti creativi. I suoi lavori ci mostrano stanchi momenti di performance art (“Gerty MacDowell’s Playbook”, in cui è chiaro il richiamo a “Seedbed” di Vito Acconci) e solitari musicisti, assimilati ai buffoni di corte (“The Director”). Non è una critica sterile, ma si tratta di conoscenza profonda del soggetto: Avery Singer, infatti, è cresciuta in una famiglia di artisti nel quartiere bohèmienne di TriBeCA. Suo padre ha anche lavorato come proiezionista al MoMA, per circa 40 anni. Inoltre alla sua visione disincantata dei luoghi comuni dell’arte contemporanea, l’artista di New York unisce una riflessione profonda sulla sua storicità, sia nei temi, sia nella tecnica.

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    Non notiamo solo tematiche prelevate del mondo dell’arte. In precedenza parlavamo di “rituali sociali” e l’esempio di “Heidiland” ne è esempio lampante. L’esotismo (per un’americana) svizzero si fonde con le percezioni della Street Parade di Zurigo e l’eroina letteraria Heidi diviene una raver, munita di immancabili ciuccio e seno nudo, che ci mostra la sua contemporaneità in tutta la sua sfacciataggine.

    Una sintesi tra passato, presente e futuro.
    A cura di Beatrix Ruf (nuovo direttore artistico dello Stedelijk Museum di Amsterdam), questo insieme di lavori è stato pensato e realizzato per gli spazi della Kunsthalle di Zurigo. I suoi dipinti sono stati allestiti in modo che fluttuassero liberamente nello spazio grazie all’ausilio di sbarre metalliche. Alla Fondazione Sandretto, invece, il ciclo è stato esposto con due modalità differenti: nel corridoio troviamo 4 acrilici, sospesi grazie alle sbarre di ferro di zurighese memoria, mentre i rimanenti 7 sono appesi al muro in maniera più canonica. Questo allestimento ci offre la possibilità di scoprire come rendono al meglio i lavori di Singer. Potrebbe apparire ovvio, ma, quando ci avviciniamo al gruppo di “dipinti sospesi”, la possibilità di gettare uno sguardo oltre la tela, in una maniera così fisica, si contrappone alla forte bidimensionalità ricercata da Singer. Questo allestimento misto ha, però, il pregio di avercene dato la conferma definitiva.

    L’ispirazione principale del processo di Avery Singer è, certamente, l’infinito flusso di immagini che è proprio del web. Infatti i suoi lavori sembrano porci domande su come questo nuovo medium (anche se l’aggettivo nuovo è decisamente relativo) abbia modificato e stia influenzando la pratica artistica contemporanea. La sua rielaborazione delle prime avanguardie storiche, la sua ricerca della bidimensionalità scenica, il non utilizzo dei colori; sono tutti metodi per reimmaginare lo spazio pittorico della tela in una maniera tutta personale. Avery Singer assembla un ibrido di passato, presente e futuro. Questo viene poi risolto in un insieme di dipinti che mettono in scena delle performance bidimensionali, congelate nel tempo e nello spazio.

    Tutte le foto sono di Giorgio Perottino.

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    Davide Gambaretto

    Storico dell’arte, curatore indipendente e scrittore. I suoi precedenti impieghi in ambito artistico includono Artissima Fair, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Attitudine Forma. Musicologo a tempo perso, è appassionato di letteratura, cinema, graphic novel e pallacanestro. Gestisce il blog musicale "La Lira di Orfeo" e realizza laboratori didattici di arte e scrittura per scuole elementari e medie.

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