26 May 2017
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    Il racconto dei racconti, l’estetica di Garrone

    Il racconto dei racconti, l’estetica di Garrone è stato modificato: 2015-06-06 di Federico Sanna

    Matteo Garrone si serve del fantasy per sondare il terreno delle ambizioni umane nel suo ultimo film “Il racconto dei racconti”, in concorso alla 68^ edizione del Festival di Cannes.

    Il racconto dei racconti si sviluppa in tre storie separate: nel regno di Selvascura, la regina (Salma Hayek) non riesce a rimanere incinta. Grazie a un sortilegio, riesce a concepire un bambino, ma anche una cortigiana che era stata coinvolta nel rituale partorisce. I rispettivi figli Elias e Jonah sono perfettamente somiglianti e la gelosia della regina li divide. Nel regno di Roccaforte, il re (Vincent Cassel), edonista sfrenato, perde la testa per la voce della suddita Dora, che vede da lontano. La donna, in realtà, è vecchia e vive barricata in casa con la sorella Imma. L’insistenza del corteggiamento del re produce una catena di eventi fatali. Nel regno di Altomonte, il re (Toby Jones) sembra trascurare la figlia Viola e il suo interesse per l’arte. Mentre la giovane manifesta la volontà di sposarsi e viaggiare, il padre dedica tutto il suo tempo alla cura di una pulce dalle insolite caratteristiche. Il rapporto si incrina quando Viola è data in moglie a un orco spietato. I tre racconti si intrecciano nel finale, e tutto riprende equilibrio.

    L’ambizione.
    La narrazione sembra girare attorno all’ambizione e alle sue manifestazioni. La regina di Selvascura è pronta a sacrificare tutto per soddisfare il proprio istinto materno, Elias e Jonah sono due facce di una stessa medaglia e il loro destino mancato è l’unione. Il re di Roccaforte cerca compulsivamente il piacere e gli oggetti del desiderio, incarnati da Dora e Imma, sono ossessionati dalla giovinezza, il re di Altomonte trova la sua ragione di vita nell’ammaestramento di una pulce, Viola brama la propria realizzazione personale e non accetta la distanza del padre.

    Lo sforzo narrativo non agisce tanto sul contenuto, ma sulla forma. Il film si basa sulla raccolta di fiabe Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile e fonda la sua estetica sullo stile del fantasy cinematografico. La struttura del film è fiabesca, ha forti connotazioni morali e la conclusione riporta all’equilibrio e al rifiuto del Male. La forma non può che essere estetizzante, ricolma di segni, accurata nella ricostruzione paesaggistica e nella scelta dei costumi, attenta alla messa in scena e, per quanto condivisibile, ampollosa. La sollecitazione del gusto, in un mondo così caratterizzato da scontri morali elementari, è l’unica direzione artistica possibile nel film.

    L’estetica.
    Rispetto ad altri lavori del regista, come Gomorra e Reality, in cui l’ascendente del neorealismo era palese, Il racconto dei racconti prende le mosse da un’idea di Cinema completamente differente. L’evidenza della moralità viene vista come la possibilità di utilizzare il mezzo cinematografico in senso estetico. L’occasione di raccontare le emozioni umane è, pertanto, sfruttata a partire dalla scelta di far leva proprio sulle emozioni del pubblico. La formula, però, di un fantasy che si intreccia con la fiaba, è statica. Raggiunge maestosamente obiettivi di forma, grazie al lavoro degli effetti speciali e di una regia che coglie le ampiezze, ma fallisce nella pretesa di emozionare. È un film che non si distingue nel panorama di genere cui appartiene.

    Rossellini sosteneva che il nemico del Cinema fosse proprio la messa in scena. Nell’ultimo film di Garrone, la messa in scena è strabordante, non lascia margine alla realtà e le emozioni umane appaiono artificiose e polarizzate. Il difetto non sta nell’elevare la messa in scena (perché la messa in scena e il suo eccesso, spesso, possono condurre a espressioni cinematografiche di valore), ma nel ridurre tutto alla normalità di genere e di forma. La capacità di emozionare è esaurita nel momento stesso in cui il film si è inquadrato in questa normalità pavida e accomodante, non tanto nel contenuto, quanto nella forma. L’incursione nella realtà di Gomorra cede il passo a questa fiaba non troppo ispirata in cui la risorsa economica ha prevalso sull’elaborazione autoriale. Forse c’è poco autore e tanto genere.

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    Federico Sanna

    Studente di Filosofia presso l'università di Torino. Appassionato di cinema, letteratura e arte. Impegnato da 5 anni nel volontariato nell'ambito del primo soccorso.

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