17 October 2017
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    ‘Il ragazzo invisibile’ dal punto di vista pedagogico

    ‘Il ragazzo invisibile’ dal punto di vista pedagogico è stato modificato: 2015-01-18 di Alessia Telesca

    Dopo il riuscitissimo esperimento documentaristico Italy in a day, Gabriele Salvatores è tornato al cinema con Il ragazzo invisibile, ottimo lavoro in cui il regista napoletano si sperimenta per la prima volta con il genere fantastico.

    Il film.
    Il ragazzo invisibile pone al centro della sua narrazione Michele, adolescente gracile e timido che vive a Trieste con la madre Giovanna (Valeria Golino); orfano del padre, il giovane vive una travagliata quotidianità, fatta di invisibilità metaforica e di soprusi messi in atto dai bulletti della scuola, Ivan e Brando. La sua vita complicata cambia improvvisamente quando Michele scopre di avere un potere strabiliante, quello di poter diventare invisibile, che lo metterà al centro di una vicenda incredibile e, appunto, fantastica, dalla quale riuscirà a trovare un riscatto emotivo.

    Gabriele Salvatores con Il ragazzo invisibile si mette nuovamente in gioco dopo i numerosi successi cinematografici e dirige un buon film di genere, spesso bistrattato e poco approfondito in Italia; il regista si tiene ben lontano dagli action movie sui supereroi di stampo hollywoodiano, preferendo uno stile autentico e semplice, a volte quasi grottesco, che utilizza la fantasia e la fantascienza come metafora di vita adolescenziale. Il film, infatti, è rivolto in primis ai più giovani e, proprio per questo, il linguaggio narrativo diviene basilare e di facile comprensione, svolgendo una sottile e leggera funzione pedagogica.

    L’analisi pedagogica.
    È interessante, infatti, al di là del giudizio sulla direzione registica, analizzare Il ragazzo invisibile dal punto di vista educativo e pedagogico, poiché il film mette in evidenza, senza regalare facili moralismi o soluzioni scontate, le difficoltà di un giovane qualunque. Il protagonista, Michele, è un ragazzo normale e speciale al tempo stesso (la sua specialità è data dal superpotere, il quale, però, funge da metafora per la specialità intima insita in ogni personalità) che lotta costantemente con le difficoltà dell’essere adolescente: è caratterialmente timido, sembra non avere amici e ha un rapporto conflittuale con la madre, forse fin troppo apprensiva. Queste sono le tre grandi caratteristiche che racchiudono l’analisi educativa de Il ragazzo invisibile e che mettono al centro della narrazione lo sviluppo dei giovani a scuola e in famiglia.

    Bulli deboli e incompresi.
    Interessante è l’analisi sui due giovani bulli, Ivan e Brando, i quali tormentano Michele con scherzi e battute taglienti che emarginano il ragazzo dalla compagnia scolastica: Salvatores evidenzia la difficoltà di ignorare gli attacchi per un giovane vittima di bullismo, poiché l’emulazione e il coinvolgimento passivo diventano la quotidianità e difficile diventa, per il resto del gruppo classe, prendere le distanze da tali atteggiamenti (spiegazione evidente in una delle prime scene di bullismo, in cui i compagni di scuola ridono all’unisono del dispetto fatto a Michele).

    I due bulli poi vengono descritti in modo opposto ma complementare (visibile anche dall’abbigliamento con cui vengono ritratti), poiché uno è un ragazzo di bassa estrazione sociale, l’altro proviene da una famiglia agiata: entrambi però sono accomunati da un rapporto conflittuale con la famiglia, il padre in particolare, poiché il primo dei due è in prigione, l’altro è estremamente autoritario con il figlio, tanto da apparire ingiusto.

    Il film mostra quindi come spesso la frustrazione che spinge i giovani a divenire bulli derivi proprio da una sbagliata gestione familiare, la quale crea una rabbia inespressa che si trasforma in voglia di vendicarsi sugli altri, socialmente, a livello scolastico, più deboli. Esplicativa è la scelta di mostrare le debolezze di Ivan, il bullo più forte, affetto, secondo la famiglia, da un disturbo di attenzione che lo rende, anche agli occhi di Michele, umano e assolutamente non cattivo, solamente incompreso.

    La conflittualità familiare.
    Il protagonista de Il ragazzo invisibile vive un rapporto particolare con la mamma, poliziotta apprensiva, che non può capire la specialità del giovane (in questo caso, appunto, quella di essere invisibile), come spesso avviene in età adolescenziale tra genitori e figli. Questo rapporto critico, che viene però mostrato come “sano” perché tali sono l’affetto e la cura smodata della madre, si risolve con l’esaltazione dell’amore e della reale sincerità, unico mezzo in grado di aiutare la comprensione tra i due.

    Giovani, vittime sociali.
    Il ragazzo invisibile, in cento minuti, racconta così come spesso l’invisibilità dei giovani, vittima di bullismo, sia causata da una molteplicità di fattori e come gli aguzzini siano, prima ancora, vittime di un sistema errato che li spinge a sfogare la loro frustrazione sui più deboli. Ovviamente il film descrive la società scolastica in modo approssimativo e non approfondito e i bulli, in fin dei conti, sono simpatici e caricaturali, ma l’abbozzo educativo è giusto e offre una buona chiave di lettura sul fenomeno bullismo; la realtà, chiaramente, è più complessa ma non spetta al film trovare una soluzione sociale. Apprezzabilissima l’idea di descrivere i bulli come vittime sociali.

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    Alessia Telesca

    Educatrice di mestiere e anche un po’ d’animo, è idealisticamente convinta che la cultura sia la chiave per migliorare il mondo. Appassionata di cinema, libri e scrittura, si è avvicinata a quest’ultima nel 2010. Scrive per diverse testate e per The Last Reporter si occupa di cronaca e società.

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