21 July 2017
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    Inchiesta: chi ha ragione su Uber

    Inchiesta: chi ha ragione su Uber è stato modificato: 2015-02-18 di Paolo Morelli

    Uber è legale o no? C’è una guerra in atto alla app statunitense, sia in Italia che all’estero, ma proviamo a capire come stanno le cose.

    Per parlare di Uber è necessario iniziare dalla fine. Ieri, a Torino, si è svolta la manifestazione nazionale dei tassisti contro Uber, che si è conclusa con un’audizione presso l’Authority dei Trasporti, accompagnata, però, da un tentativo di sfondamento da parte dei manifestanti e da episodi poco entusiasmanti anche nei confronti dei media. Uber, dal canto suo, non è rimasta a guardare, e mentre i tassisti scioperavano, ieri, ha abbassato le tariffe del 20%.

    Gli atti intimidatori.
    Chi se la passa peggio, però, sono gli autisti di Uber, che spesso vivono nel terrore, mentre alla manager di Uber Italia, Benedetta Arese Lucini, è stata assegnata una scorta a seguito delle numerose minacce ricevute. Prima di andare ad analizzare come stanno le cose, è necessario tenere bene a mente la violenza verbale e fisica operata dagli oppositori di Uber – che in molti casi sono tassisti.

    La sentenza di Genova.
    Verso la fine di gennaio, a Genova sono stati fermati 5 autisti di Uber, ai quali è stata ritirata la patente e sequestrata l’auto. I vigili urbani hanno contestato la violazione dell’articolo 86 del Codice stradale, che disciplina il “servizio di piazza”, cioè il servizio di trasporto operato dai taxi con regolare licenza. Gli autisti, assistiti dai legali di Uber, hanno fatto ricorso al Giudice di pace e hanno vinto. Uber non compie un servizio di piazza, le patenti sono state restituite, così come le auto, e le sanzioni sono state annullate in quanto non c’è esercizio abusivo della professione.

    La prossima settimana sarà pubblicata la motivazione, che comunque non fa Giurisprudenza (quindi non influisce ufficialmente sull’interpretazione della Legge) ma è sicuramente da tenere in considerazione nell’ottica della regolamentazione del mercato. Semmai, a Uber potrebbe essere contestata una violazione dell’articolo 85, che disciplina il noleggio auto con conducente (NCC) e si distingue dal servizio di piazza e può ricevere prenotazioni solo nella propria autorimessa, dove le auto “scariche” hanno l’obbligo di stazionare. Quello che preoccupa, e che non va dimenticato, è la minaccia di Valerio Giacopinelli, socio della Cooperativa Radio Taxi: «Questa sentenza avrà delle conseguenze. E nel futuro potrebbero verificarsi problemi di ordine pubblico che coinvolgeranno non soltanto la nostra categoria ma anche gli autisti Ncc». Un’affermazione grave, soprattutto alla luce di quanto accaduto ieri a Torino.

    La differenza tra taxi e NCC.
    Intanto, però, è necessario fare chiarezza. La Corte di Giustizia europea, con sentenza del 13 febbraio 2014, ha stabilito una netta differenza tra i due servizi: le corsie preferenziali e gli “stalli”, cioè i luoghi di stazionamento pubblico delle auto, sono accessibili esclusivamente ai taxi. Questi ultimi operano un “servizio di piazza”, che è così definito: «il vettore si mette a disposizione di un’utenza indifferenziata (individuale o piccoli gruppi) con lo scopo di soddisfarne le esigenze di trasporto». Quello che si contesta di più, però, è il nuovo servizio di Uber, Uber Pop.

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    Uber Pop in Francia.

    Come funziona UberPop.
    Attraverso il portale di Uber, è possibile registrarsi e chiedere di diventare un autista Uber Pop. Ci sono requisiti precisi, tra cui la fedina penale pulita e un’auto di proprietà non più vecchia di 8 anni. Il servizio è molto simile a quello dei taxi, ma parte da un concetto diverso: con Uber Pop non porti a casa uno stipendio ma ti paghi le spese dell’auto. Come ha raccontato Andrea Rossi su La Stampa, un’intera giornata di “lavoro” per Uber Pop, al netto del carburante e del 25% riservato a Uber, fa guadagnare all’autista circa 40 euro. È chiaro che con una cifra del genere non è possibile portare a casa uno stipendio sensato, a meno di non restare in giro tutti i giorni, ma questo andrebbe a contravvenire lo spirito originario del servizio, cioè il «pagarsi le spese».

    L’utente scarica la app e si registra, seleziona il percorso e indica la propria posizione di partenza, la prima auto nei paraggi disponibile accetta il passaggio, sempre tramite la app, e si presenta all’appuntamento. Il percorso e il prezzo sono stabiliti a priori e si paga con carta di credito, tutto in automatico, non c’è alcuno scambio di contanti. Le tariffe sono inferiori a quelle dei taxi, ed è il motivo principale per cui questi ultimi accusano Uber di concorrenza sleale. Le associazioni di taxisti, infatti, denunciano che i loro prezzi sono influenzati dalla tassazione al 55%.

    E con l’assicurazione come la mettiamo?
    Dal punto di vista assicurativo, gli autisti di Uber sono in regola. Come spiegano da una filiale torinese di un grande gruppo assicurativo: «la polizza copre automaticamente tutti i passeggeri, siano essi amici, parenti o sconosciuti. Essendo un’auto privata, in caso di incidente non siamo tenuti a sapere chi fossero le persone a bordo. Il problema normativo non c’è, sicuramente si pone un problema deontologico, anche perché i tassisti hanno un tipo di polizza diverso che costa molto di più di una normale RCA». Con UberPop, l’utente chiede un passaggio e paga un “rimborso” a chi lo accompagna, è un po’ come pagare la benzina a un amico che ti accompagna l’aeroporto, ma Uber è un’azienda.

    Sullo stesso concetto si fonda un altro notissimo servizio di car pooling, Bla Bla Car. In questo caso, però, non si sono sollevate proteste, anche perché Bla Bla Car è dedicato principalmente a tragitti extraurbani percorsi da privati che, per dividere le spese, trovano, attraverso il sito web, persone che devono percorrere tragitti simili e che contribuiscono a coprire i costi del viaggio. Inoltre, gli autisti di Bla Bla Car non attendono chiamate, si tratta di privati cittadini che “chiedono” se qualche altro utente abbia bisogno di un passaggio per andare verso una certa direzione, quindi il meccanismo è inverso. Anche in questo caso, comunque, l’assicurazione copre i passeggeri senza problemi. Tornando a Uber, poi, l’azienda garantisce la copertura assicurativa per tutti i danni non coperti dall’assicurazione privata dell’auto.

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    Ok, ma il Codice della strada?
    Stando al Giudice di pace di Genova, Uber non viola la norma che disciplina il servizio di taxi «Il nodo della questione – spiega un avvocato torinese specializzato nel Codice della strada – sta nel numero di passaggi che una persona dà. Se la cosa è occasionale non ci sono problemi, però se vado a promozionare questi passaggi posso violare delle norme di carattere amministrativo». Dove sta il limite tra il car pooling (cioè i passaggi dati a seguito di un rimborso) e il servizio taxi? È questo il nodo da sciogliere. «Fare pubblicità e mettere in piedi un’azienda basata su queste attività – continua l’avvocato – viola regole di carattere amministrativo, perché Uber non si interfaccia con l’amministrazione che regola il trasporto». In questo momento gli autisti di Uber non possono essere sanzionati perché mancano le norme. L’azienda, però, deve interfacciarsi con l’amministrazione pubblica per chiarire la propria posizione, cosa che sta, in effetti, facendo.

    Il Ministero dei Trasporti dovrà decidere se Uber può esercitare senza autorizzazioni o se deve richiederle. Nel momento in cui, però, il servizio dovesse essere dichiarato illegale, lo Stato dovrà sanzionare anche gli utenti che utilizzano la app, perché se il servizio è illegale allora ne è illegale il suo utilizzo. Una prospettiva poco praticabile (si possono controllare tutti gli smartphone?). Uber ha evidenziato un problema nel settore del trasporto italiano, già emerso in occasione delle liberalizzazioni delle licenze ai taxi. «Il mercato non è libero – conclude l’avvocato – perché le licenze sono contingentate e concesse dai comuni, in questo settore non si può parlare di libera concorrenza, perché per Legge non è prevista».

    L’authority dei trasporti.
    Andrea Camanzi è il Presidente dell’Autorità di regolazione dei Trasporti, istituita nel 2013, che ha sede a Torino. È il luogo in cui ieri sono state audite le sigle sindacali, che hanno fatto saltare il banco non appena Camanzi ha nominato Uber. Per i taxisti, Uber è illegale e non va nemmeno convocato, ma l’intenzione dell’authority è quella di sentire tutti gli attori del mercato, per poi fornire un rapporto dettagliato al Ministero, che agirà di conseguenza.

    «Il tema della legittimità della piattaformaha dichiarato Andrea Camanzi a fine gennaiodipende da come questa soluzione tecnologica viene utilizzata. Se essa viene adoperata come piattaforma di prenotazione, è necessario armonizzare la legislazione vigente con l’avvento delle nuove tecnologie. Diverso il caso di servizi, come Uber Pop, in cui si offrono trasporto di cortesia per finalità semi-commerciali. In questa circostanza è evidente che si pone un problema di sicurezza che dev’essere garantita al cittadino». Il Ministro dei Trasporti Maurizio Lupi si è più volte espresso contro Uber, dichiarandolo illegale e «da contrastare».

    Libera concorrenza in libero Stato.
    La questione è un’altra: bisogna davvero contrastare Uber? Il Ministero rischia di trovarsi di fronte a un bivio di ben altra caratura. Si può aprire alla libera concorrenza nel settore del trasporto pubblico non di linea? O meglio: si possono liberalizzare le licenze dei taxi? Finora, la risposta – anche dei precedenti governi – è stata più no che sì. Di fatto, si tratta di un settore – al pari delle sigarette o delle tabaccherie – dove la libera concorrenza non è prevista.

    L’anno scorso, però, l’Antitrust si era espresso a favore di Uber e dei servizi di NCC, in quanto le «nuove app» migliorano l’incontro tra domanda e offerta nel settore dei trasporti non di linea, ma ammoniva dicendo che fosse necessario «eliminare le distorsioni concorrenziali nel settore degli autoservizi di trasporto pubblico, causate dall’esclusione dei taxi e del servizio di Noleggio auto con conducente dall’applicazione delle norme di liberalizzazione». Il problema va oltre Uber, lo Stato ha una grana molto più grossa, che riguarda le liberalizzazioni.

    Il ddl Concorrenza.
    Come ha ben ricostruito Formiche.net, è ora in discussione un disegno di legge sulla concorrenza, che dovrebbe essere portato tra due giorni in Consiglio dei Ministri. Nella bozza, che coinvolge principalmente il Ministero dello Sviluppo Economico, ci sarebbe una modifica che farebbe tirare un sospiro di sollievo a Uber: verrebbe infatti abrogato l’obbligo per le vetture NCC di ricevere prenotazioni solo presso l’autorimessa, sanando di fatto il limbo creato dalla app di Uber Pop, che consente di prenotare via smartphone (anche perché, per Uber Pop, l’autorimessa non esiste).

    Secondo quanto dichiarato a Formiche.net da Francesco Artusa, presidente dell’Associazione NCC, il ddl andrebbe ad abrogare alcune norme introdotte dalla precedente riforma semplificando leggermente la vita agli NCC, ma sarebbe comunque insufficiente. «Si creino leggi differenti per i due comparti – ha spiegato – perché non è possibile che una categoria possa dettare legge sul regolamento della sua categoria concorrente». Probabile, quindi, che il Governo intervenga, in prima battuta, non per legalizzare o punire Uber, quanto per cercare di liberalizzare il comparto del trasporto, recependo quindi le indicazioni dell’Antitrust.

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    Federica Guidi, Ministro dello Sviluppo Economico (foto: impresiamia.com)

    Qualche esempio estero.
    Uber Francia ha denunciato il governo francese alla Corte europea di Bruxelles. I nostri vicini di casa hanno intrapreso proteste simili a quelle italiane ma il Ministero dei Trasporti ha fatto approvare una legge per mettere fuorilegge Uber in tutta la Francia, sebbene Uber Pop stia continuando le proprie attività. Se Bruxelles dovesse esprimersi a favore di Uber, potrebbero esserci ricadute anche sugli altri stati membri, inclusa l’Italia.

    Caos anche in Canada, dove il governo si sta muovendo per contestare a Uber l’esercizio abusivo del servizio taxi. In India, invece, Uber ha da poco introdotto un pulsante per le chiamate di emergenza a seguito di un presunto stupro, avvenuto a dicembre 2014, ai danni di una donna di Nuova Delhi, da parte di un autista di Uber Pop.

    Il cliente ha sempre ragione?
    In generale, assistiamo a una guerra contro l’azienda statunitense, mossa prima di tutto dai tassisti (comprensibile), ma che spesso trova impreparati i governi. Uber ha sollevato una questione importante: è normale che nel trasporto pubblico non di linea non ci sia libera concorrenza? Per gli utenti, sembra proprio di no. La situazione, che sta degenerando, impone un intervento preciso dello Stato, non per reprimere Uber ma per aggiornare la Legge ed eliminare questo enorme vuoto normativo, regolarizzando il crescente fenomeno della sharing economy, cioé la condivisione di un bene proprio con altri che ne usufruiscono, a cominciare dai trasporti. Al momento, quindi, non si può dare ragione né a Uber né ai tassisti, sebbene l’utenza abbia già scelto da che parte stare, e questo non può essere ignorato.

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    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

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