25 November 2017
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    John Cantlie, da ostaggio a giornalista dell’ISIS

    John Cantlie, da ostaggio a giornalista dell’ISIS è stato modificato: 2016-01-26 di Paolo Morelli

    Il giornalista britannico già “noto” per un ciclo di video diffusi dall’ISIS, John Cantlie, ora ha realizzato un reportage. Quali effetti ha questo filmato? Al di là delle minacce, perché potrebbe averlo fatto?

    John Cantlie è un giornalista britannico, inviato di guerra in Siria, che è stato rapito nel 2012 insieme a James Foley, il giornalista americano che fu ucciso l’anno scorso dando il via alla serie di decapitazioni che hanno terrorizzato e terrorizzano ancora l’Occidente. Cantlie è rimasto ostaggio dell’ISIS, di lui non si è saputo più nulla finché non è comparso in alcuni video, con la “classica” tuta arancione, mentre inviava messaggi disperati come i ogni ostaggio, suo malgrado, è costretto a fare. Aveva impressionato la “serie” Lend Me Your Ears, un apppuntamento seriale nel quale Cantlie, in ogni “puntata” commentava in maniera critica il comportamento dei politici e dei media occidentali. E ogni volta non si sapeva cosa gli sarebbe successo nella puntata successiva: «Potrete dire che sto facendo questo perché sono un prigioniero. Sì, è vero, sono un prigionerodichiarava nel primo videoma dato che sono stato abbandonato dal mio Governo, ora non ho niente da perdere».

    From Inside Mosul.
    Poi, una settimana fa, qualcosa è cambiato. L’Al Hayat Media Centre – vero e proprio “ufficio comunicazione” dell’ISIS, che diffonde contenuti in lingua inglese – ha rilasciato un video, dal titolo From Inside Mosul, nel quale il giornalista racconta, come fosse un reportage, la vita a Mosul, città irachena con 2 milioni di abitanti, roccaforte dello Stato Islamico. È sorridente, curato e in buono stato di salute, si muove liberamente per le strade della cità e sembra trovarsi a proprio agio. Un’immagine completamente diversa rispetto a Lend Me Your Ears.

    Gli effetti della propaganda.
    Il servizio è realizzato con tutti i crismi del reportage giornalistico e propone una verità alternativa rispetto alla narrazione mediatica cui siamo abituati: non è vero che a Mosul si vive male, anzi, l’economia è fiorente, la sicurezza in strada è garantita e le persone stanno bene. Questo è ciò che Cantlie racconta, evidentemente sotto minaccia da parte dei suoi aguzzini, e che rappresenta un prodotto di propaganda a tutti gli effetti. Ma c’è un altro ragionamento da fare. Il punto è che, proprio per il suo carattere propagandistico, non crederemo a una sola parola e a una sola immagine di questo filmato. Anzi, interpreteremo “al contrario” tutto ciò che ci viene detto. A Mosul si vive bene? Significa che si vive malissimo. C’è sicurezza per le strade? Vuol dire che le persone vivono nel terrore. L’economia è fiorente? Sono poverissimi e ogni giorno non sanno se e quando mangeranno. Naturalmente è l’estremo opposto, ma si tratta comunque di una reazione plausibile. Chi può essere attirato e “convinto” da video del genere ha già idee vicine a quelle dello Stato islamico e può prendere la decisione di unirsi a esso.

    Una strategia per salvarsi la vita?
    Mettiamoci nei panni di Cantlie, immaginando il perché di questo reportage, andando oltre la “semplice” minaccia di morte. Il giornalista ha una lunga esperienza televisiva, i fondamentalisti islamici no. Loro, però, sono alla ricerca di un modo per far parlare dell’ISIS sui media mondiali, l’hanno trovato con le decapitazioni ma vogliono andare oltre. Ci hanno provato con il precedente ciclo di video, nei quali non si sapeva se nelle puntate successive l’ostaggio sarebbe stato ucciso oppure no, ma l’eco ricevuta non è stata all’altezza dei video precedenti. Cantlie – magari – si è reso conto di poterli aiutare e, così, per salvarsi la vita, si è messo a disposizione dei suoi rapitori offrendosi di fare giornalista “ufficiale” del regime, suggerendo quindi di cambiare l’approccio rispetto a Lend Me Your Ears. Naturalmente stiamo ipotizzando che sia stato lui a prendere in mano la situazione, non l’Al Hayat Media Centre.

    Il vero messaggio di Cantlie.
    In una situazione come quella, potrebbe essere un colpo di genio diventare “utili” al regime. Vivi, s’intende. Perché il reportage, ben fatto e ben montato, ha in realtà due scopi che nulla hanno a che vedere con la propaganda dell’ISIS. Il primo è, per Cantlie, farsi vedere vivo e vegeto da parenti e amici – e dalle autorità britanniche – ed è quindi un messaggio di speranza che il giornalista riesce a mandare ai propri cari attraverso un canale potentissimo come il web. Niente più tute arancioni e minacce di morte, ma sorrisi e “giornalismo”. Il secondo, più sottile, è un discredito nei confronti dell’ISIS. Cantlie, in chiusura, mostra un video di se stesso nei panni di ex corrispondente, quando “parlava male” dell’ISIS. «Oggi invece sono qui» commenta con tono apparentemente sereno, ma il messaggio che passa è completamente diverso. Prima ero libero, oggi sono in prigione. Vivo, ma in prigione.

    Oltre alla propaganda interna, quel reportage non ha altra utilità narrativa. Non convincerà nessuno, se non quelli già convinti. In compenso, Cantlie si è guadagnato qualche altra settimana di vita. La strategia del terrore, comunque, manda un altro messaggio: se vuoi vivere, devi pensare e agire come ti diciamo noi. Chi ha realizzato questo reportage – se l’idea è di Cantlie – si è reso utile al regime da vivo. E tale resterà – si spera – finché sarà utile, magari con altri reportage e altri prodotti giornalistici, in attesa di fuggire o di essere liberato. Vogliamo pensare in positivo.

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    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

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