24 August 2017
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    Kerouac: il nostro vuoto generazionale

    Kerouac: il nostro vuoto generazionale è stato modificato: 2015-03-12 di Paolo Morelli

    93 anni fa nasceva Jack Kerouac: uno scrittore della “Beat Generation”, ritmo, alcool e cambiamenti generazionali, in lotta perenne contro il vuoto.

    Il viaggio è la metafora principe della Letteratura, che da sempre fa parte dell’immaginario collettivo giovanile. Il viaggio è un sogno; il viaggio è evasione, ricerca, crescita; il viaggio è realizzarsi; il viaggio è prendere un’auto e partire all’improvviso. Quest’idea nasconde la necessità recondita di maturare e trovare una strada, la propria strada, attraverso la sperimentazione e la conoscenza diretta del mondo.

    Buon compleanno, Jack.
    Era questo il bisogno di Jack Kerouac, nato esattamente 93 anni fa a Lowell, minuscolo paesello del Massachusets. Era un bisogno generazionale che arrivò al grande pubblico con il romanzo On the Road (Sulla strada), portato al cinema in maniera approssimativa e per certi aspetti scellerata nel 2012. Era quello un romanzo generazionale, che non si poteva ridurre a un mero spostamento tra una costa e l’altra degli Stati Uniti d’America. Quello che intendeva dire Kerouac, in realtà, era molto di più.

    La Beat Generation.
    È vero, On the Road, romanzo pubblicato nel 1957, racconta di viaggi che forse non sono mai stati fatti dall’autore, ma non è questa la cosa importante. Kerouac è La città e la metropoli, è I vagabondi del Dharma, è I sotterranei, è Big Sur. Kerouac è la Beat Generation, che non era una semplice accozzaglia di scrittori alcolizzati che scrivevano di furti, risse e bestemmie, ma una vera corrente culturale che ha spezzato, in una decina d’anni, la tradizione classica americana mostrando al mondo un’alternativa credibile e terribilmente affascinante.

    Si può crescere solo attraverso la conoscenza di realtà diverse dalla nostra, non imparando una lezione a memoria, solo dal confronto è possibile generare ricchezza. È questo che emerge dal viaggio raccontato da Jack Kerouac, che è lo scrittore più famoso della Beat Generation, ma non l’unico. Con lui c’erano Neal Cassady (personaggio cui si ispirò Kerouac per dipingere l’incredibile Dean Moriarty di On the Road), Allen Ginsberg, Lucien Carr, William S. Burroughs e John Clellon Holmes. Un manipolo di ragazzi che vivevano a New York a metà degli anni ’40, dove intercettarono i cambiamenti e le ispirazioni di una generazione intera. Il celebre romanzo di Kerouac arrivò dieci anni dopo, a dimostrazione del fatto che «sulla strada», tutti quegli scrittori, erano già da un pezzo.

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    Ritmo e jazz.
    Lo stile sincopato, con frequenti arzigogoli linguistici e soluzioni tecniche molto più simili al linguaggio parlato che a quello “letterario”, facevano della Beat Generation una corrente di rottura, tanto osteggiata quanto apprezzata. Era la ricerca di una sonorità linguistica a muovere lo stile di Kerouac e compagni, era quello il “beat” (“battito”), che ben si coniugava con il jazz. Era quello che Kerouac stesso chiamava «prosa spontanea» – definendosi, appunto, «poeta jazz» –, un modo di scrivere che arriva dalla pancia e non dalla testa, in grado di comunicare le emozioni direttamente al cuore del lettore, senza troppi fronzoli.

    Qual era la ragione di questa fortissima rottura stilistica? L’America degli anni ’40 e ’50 era un mondo puritano, segnato dalla segregazione sociale e dal pregiudizio. Erano gli anni del feroce razzismo nei confronti degli afroamericani, ma anche degli omosessuali, un sentimento mai del tutto sopito e che proprio in queste settimane – causa i tragici fatti di Ferguson – sta emergendo ancora una volta. L’America di Kerouac era, per lui, soffocante, folle, senza vie per la realizzazione personale. Era necessario uno scossone e ognuno diede il proprio contributo, chi con la politica, chi con la musica, chi con la letteratura.

    Il grande vuoto.
    C’era, però, una necessità interiore. Kerouac, a fronte di gravi vicissitudini famigliari come la morte del fratello e del padre, soffriva di una forte depressione, che compensava con alcool e droghe e che cercò di affrontare anche con la religione, avvicinandosi al buddhismo. Dell’alcool, però, non riuscì mai a liberarsi. E così in Big Sur, uno degli ultimi romanzi di Kerouac (pubblicato nel 1962), si assiste a una decostruzione dello scrittore, che si rifugia nella celebre foresta californiana di Big Sur in cerca di quella pace interiore che non riuscì mai a trovare – complice anche l’enorme notorietà derivata da On the Road – e che finì per cercare, ancora, nell’alcool.

    Pochi anni dopo, nel 1969, all’età di quarantasette anni, fu una cirrosi epatica a mettere fine alla tormentata vita di Jack Kerouac. Da quel momento, il vuoto incolmabile che ha segnato la sua esistenza è passato a noi lettori, un vuoto fatto di odori, polvere, parolacce, musica e rabbia; un vuoto che è la consapevolezza di non riuscire mai a raggiungere quello che spetta alla nostra generazione.

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    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

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