27 July 2017
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    La disinformazione è anche colpa tua

    La disinformazione è anche colpa tua è stato modificato: 2015-03-30 di Paolo Morelli

    Un incontro a Biennale Democrazia ha trattato il tema della disinformazione, sui giornali e soprattutto sui social network.

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    Il problema della disinformazione è accentuato dall’uso che facciamo dei social network e nasce, in sostanza, dalla mancanza di tempo sufficiente per la verifica di una notizia. Non è, però, soltanto un problema dei giornali; una responsabilità non indiffirente risiede anche nell’atteggiamento dei lettori. Spesso, riconoscere una bufala è molto semplice, ma siamo portati a credere – senza verificare – a quei fatti che confermano, bene o male, le nostre idee. Abbiamo la percezione che gli immigrati siano un problema per il nostro Paese? Bene, allora probabilmente ci berremo tutte le falsità che vengono diffuse su Internet a proposito delle “malefatte” compiute dagli immigrati. Poco importa se esse sono vere o false, perché comunque, nel nostro inconscio, anche se le notizie sono finte gli immigrati sono comunque un problema.

    La portata del fenomeno.
    La disinformazione sui social media sta assumendo dimensioni importanti al punto da coinvolgere i giornali stessi, che sono portati a correre dietro alle sensazioni del momento per guadagnare clic e visualizzazioni, contribuendo a loro volta alla diffusione di notizie false. È stato questo il tema dell’incontro che, due giorni fa a Biennale Democrazia, ha coinvolto Luca De Biase, giornalista, Luca Sofri, direttore del Post, e Filippo Menczer, docente di informatica e ricercatore nell’Indiana. «Serve una nuova consapevolezza della disinformazione – ha esordito Luca De Biase, aprendo l’incontro nell’Aula Magna della Cavallerizza Reale di Torino – perché la distrazione è parte integrante del nostro mondo mediatico».

    Predisposti a credere alle bufale.
    «Chi crede alle bufale
    – ha spiegato Filippo Menczer – è predisposto a farlo perché non ha interesse a stabilire se un fatto è vero oppure no». La sua ricerca, condotta presso l’Indiana University, si è concentrata sulla diffusione della disinformazione sui social media e ha messo appunto uno strumento, Truthy, che è in grado di analizzare il flusso di informazioni relative a un hashtag su Twitter (una discussione in atto su un preciso tema) per trovare la fonte di un’informazione e stabilire se è affidabile o meno. Un procedimento matematico ben spiegato da Menczer che permette di identificare i bot (profili fasulli programmati per twittare in automatico delle informazioni prestabilite) che, a fronte di un elevatissimo numero di tweet, possono influenzare le discussioni trending su Twitter. Cioè quegli argomenti maggiormente discussi che, secondo le regole della piattaforma, vengono messi in evidenza.

    I danni della disinformazione.
    Truthy
    , a sua volta, è stato oggetto di disinformazione in quanto accusato di essere un programma “segreto” del Governo americano per controllare il dissenso sul web. Nonostante le accurate e ripetute smentite, la disinformazione continua a circolare ancora oggi. Una “coda lunga” dalla quale è necessario guardarsi praticamente per sempre: ecco il danno che la disinformazione può produrre. Ancora oggi, infatti, media di livello parlano saltuariamente di questo finto legame con Obama, proprio perché la cosiddetta notizia continua a rimbalzare sui social network e a influenzare parte dell’opinione pubblica, nonostante le numerose smentite. Il problema è evidente e bisogna porvi rimedio.

    Idee in discussione.
    «Esiste un clima di diffidenza nei confronti del giornalismo
    – ha spiegato Luca Sofri – ma bisogna ricordare che Internet è composta in gran parte dai media tradizionali. Le cose che escono sui giornali, vere o non vere, passano lo stesso». Il problema è, come sempre, riconoscerle. Ne siamo in grado? «Ogni giorno – ha continuato Sofri – ci passa davanti agli occhi una enorme quantità di informazioni, e non abbiamo gli strumenti per interpretarla. La nostra comprensione si ferma ai titoli dei giornali». Ed è il motivo per cui il grosso delle visite che riceve un sito web si gioca sui titoli degli articoli. Questa limitata comprensione ci porta a concentrarci solo sulle cose che ci attraggono, scartando a prescindere quello che non stuzzica la nostra attenzione. Questo è dovuto anche alle caratteristiche dei social network che, come ha spiegato Luca De Biase, «sono piattaforme create per mettere insieme persone che si piacciono», gruppi chiusi. Proprio i gruppi chiusi, come ha dimostrato Filippo Menczer con la sua ricerca, sono i più predisposti a credere alle bufale, perché accettano facilmente ciò che non mette in discussione le loro idee. Le persone, trovandosi sempre insieme ad altre molto simili, perdono l’abitudine al confronto con persone che hanno idee diverse.

    Lettori consapevoli.
    Il costante “inquinamento” dei canali con notevoli quantità di informazioni false ci porta a credere che non esista nulla di obiettivamente autorevole. Anche i giornali, come ha raccontato Luca Sofri, non contribuiscono a migliorare l’immagine che danno di sé, con frequenti scivoloni. «C’è chi sta cercando di mettere a punto dei metodi automatici per combattere la disinformazione» ha aggiunto Filippo Menczer, ma, al momento, la soluzione non c’è. Possiamo e dobbiamo essere noi (lettori) a comportarci, come ha sottolineato De Biase, da “attivisti del metodo giornalistico”. Se una bufala si diffonde, con tutti i danni sociali che ne derivano, la colpa è anche di chi la condivide.

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    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

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