18 October 2017
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    La Memoria per chi non ha vissuto la Shoah

    La Memoria per chi non ha vissuto la Shoah è stato modificato: 2015-01-23 di Paolo Morelli

    Intervista con il giornalista Alessandro Valabrega, la cui famiglia ha subito le deportazioni della Seconda guerra mondiale. Cos’è il Giorno della Memoria per chi ha vissuto la Shoah solo nei racconti?

    Ogni 27 gennaio, la memoria corre agli orrori della Seconda guerra mondiale, ai campi di sterminio, alle SS e alla Shoah. Quest’anno ricorre il 70° anniversario della fine di quella orribile guerra, che ha lasciato ferite visibili ancora oggi. Ma qual è il senso di ricordare ancora? Non si rischia, talvolta, di scadere nel pietismo?

    Ne abbiamo parlato con Alessandro Valabrega, giornalista torinese la cui famiglia è stata direttamente toccata dalla tragedia della Shoah. La moglie e la figlia diciassettenne del fratello di sua nonna, infatti, sono state arrestate nel 1943 e deportate ad Auschwitz, da dove non hanno fatto più ritorno. A loro due è stata dedicata una delle pietre d’inciampo, installate a Torino tra il 10 e l’11 gennaio per ricordare le vittime delle deportazioni nazifasciste. La testimonianza di Alessandro ci è utile per capire cosa significhi la memoria per le generazioni successive alla Guerra, che non l’hanno vissuta se non nei racconti dei loro genitori, scampati al massacro.

    Alessandro, in quale modo affrontate, in famiglia, il discorso della memoria?
    Con molto rispetto. È un sentire che oramai è diventato comune e ci è sempre stata trasmessa, in famiglia, la gravità di ciò che è stato. Sappiamo bene cosa è successo ma lo ricordiamo non soltanto per i campi di concentramento, in quel momento, infatti, anche chi è sopravvissuto ha perso tutto ciò che aveva. Mio nonno ha perso il lavoro e ha avuto molte difficoltà a reinserirsi, come lui tanti altri. Il senso di memoria che ci rimane è proprio questo.

    Come vivete il 27 gennaio?
    Non è una giornata diversa dalle altre. Mio papà ha scritto i suoi ricordi e di tanto in tanto ce li fa leggere. Lui è nato nel 1933, quindi la sua infanzia è segnata interamente dal fascismo, dalla guerra e dalle leggi razziali. Li condividiamo periodicamente, non soltanto nel Giorno della memoria, è sempre un raccontare. Naturalmente, in occasione di eventi particolari, la condivisione di queste storie è stimolata. C’è bisogno di ricordare.

    Come reagisci quando incontri qualche “nostalgico” del regime, che però, per motivi anagrafici, non ha vissuto la guerra e la dittatura?
    All’inizio, solitamente, sono incredulo. Mi chiedo come sia possibile che qualcuno, oggi, possa ancora credere a quel tipo di ideologie. Eppure certe argomentazioni si smontano facilmente. Mi è capitato di discutere anche con amici sul web, perché postavano sui social network informazioni false, che si svelavano con una semplice ricerca su Google. Spesso, infatti, dietro certe affermazioni c’è una scarsa conoscenza dei fatti.

    Ricordare è fondamentale, ma a volte si rischia di scadere nella retorica.
    Infatti non dobbiamo mai far passare messaggi di pietismo. Secondo me, il modo giusto per raccontare è far parlare chi ha vissuto in prima persona quelle atrocità ed è ancora vivo oggi. Va portato avanti il racconto per mostrare, ogni giorno, quello di cui parlava Hannah Arendt, la “banalità del male”.

    In questi giorni, a Torino, è nata una polemica sul vagone posizionato davanti a Palazzo Madama, per accompagnare la mostra dedicata a Primo Levi. Secondo il Soprintendente Luca Rinaldi, rovinerebbe “l’estetica della piazza”, ma è comunque un simbolo dello sterminio che va mostrato. Cosa succede se sono proprio le istituzioni a mettere in discussione alcuni capisaldi della memoria?
    Fanno arrabbiare di più, ma purtroppo succedono. Un conto è dire che un oggetto non piace, ma utilizzare una terminologia precisa come “baraccone” o “pagliacciata” sta a significare che quell’iniziativa, per il Soprintendente, non ha rilevanza sociale. Questo lascia spiazzati.

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    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

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