24 April 2017
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    La scuola di oggi: essere maestri e insegnanti

    La scuola di oggi: essere maestri e insegnanti è stato modificato: 2015-05-20 di Cecilia Russo

    Fascino e limiti di un mestiere antico in costante rinnovamento, in un momento in cui la riforma della scuola è centrale.

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    Annamaria Palmieri, Assessore alla Cultura del Comune di Napoli, insegnante, ha aperto l’incontro che si è svolto il 17 maggio al Salone del Libro di Torino, dedicato al mondo della scuola: «c’è bisogno di un’altra narrazione della scuola – ha spiegato  rispetto a quella che stanno facendo i media. Che significa oggi essere un bravo insegnante?». Hanno partecipato alla discussione tre insegnanti-scrittori che si sono messi in gioco nelle aule scolastiche e hanno portato quest’esperienza all’interno della loro scrittura: Franco Lorenzoni (I bambini pensano grande), Domenico Starnone (Solo se interrogato), Mario Tagliani (Il maestro dentro. Insegnante presso il carcere minorile di Torino Ferrante Apporti). L’evento è stato curato da Insegnare (rivista del Centro di Iniziativa Democratica Insegnanti).

    La scuola di oggi: la vera scuola buona.

    «Noi non apprendiamo nulla da chi ci dice di fare come lui. I soli maestri sono quelli che ci dicono di fare con loro».

    (Deleuze)

    La scuola è stata a lungo oggetto di racconti letterari ma le immagini della scuola che sono consegnante dalla letteratura non sono mai neutre. Il racconto di scuola è un genere fertilissimo, che spesso descrive i cambiamenti della società italiana.

    «La scuola – ha affermato Lorenzoni – dovrebbe dare la possibilità a tutti di riconoscersi in qualche manufatto culturale e riconoscersi in questo? Del resto come diceva Montaigne “la parola è metà di chi la dice e metà di chi la ascolta”. Nella scuola l’insegnante non è il padrone della parola. I bambini pensano grande, ma devono essere ascoltati e quindi  in un rapporto che sia autentico l’insegnante deve mettersi in causa. La scuola dovrebbe essere il luogo dove le differenze sociali o culturali trovano un’attenuazione. Bisogna educare alla fragilità e alla vulnerabilità. Nei bambini le parti più fragili, sofferenti sono anche le parti di maggiore creatività».

    La scuola del passato e la scuola del presente.
    Domenico Starnone in Solo se interrogato, uscito nel 1995, racconta di una scuola dove dagli anni ’50 fino a oggi, si limita la possibilità di far domande. Le forme che l’insegnante propone sono solo dei modelli. «Educare – ha speigato Starnone  è tirar fuori, verso la capacità di dare forma. La scuola di una volta è una scuola che proponeva standard».

    L’autore ha evidenziato quanto l’oggi rischi di essere particolarmente pericoloso. Chi pensa alla buona scuola deve pensare che la vera buona scuola è quella che prende in considerazione ciò che accade nelle aule, nel rapporto insegnante-alunno. «Questa riforma – ha spiegato Starnone  rischia di tagliar fuori gli insegnanti, per portare un ordine mortuario. Il buon insegnante entra in classe con trasporto, appena suona la campanella. La voglia di ritornare in contatto con gli alunni è il primo passo verso una reale scuola buona».

    I ragazzi che vanno male a scuola.
    Mario Tagliani, forte del suo lavoro, ha raccontato che tutti i ragazzi che sono in carcere erano studenti che andavano male a scuola. Come in Lettera alla professoressa di Don Milani, la scuola è sempre più un ospedale che cura i sani e rifiuta i malati. «Non è vero che gli studenti sono tutti uguali – ha continuato Tagliani  perché non c’è niente di più ingiusto di fare parti uguali tra disuguali, gli studenti non sono tutti uguali».

    Tagliani ha denunciato il fatto che nel progetto di legge detto della “Buona Scuola”, non c’è nessuna parte dedicata ai disagiati, ai ragazzi in carcere o in ospedale, così il vuoto di cultura verrà riempito da modelli sbagliati, quando non porta al carcere. «Nel 1989 – ha raccontato l’autore  le carceri minorili stavano per chiudere, poi sono arrivati i ragazzi extracomunitari e le carceri si sono di nuovo riempite».

    Il mestiere del genitore, come quello dell’insegnate, è impossibile perché appena si è trovata la chiave, la soluzione, l’utenza cambia. Bisogna riprendere le parole e gli strumenti dei ragazzi e se, ad esempio, il foglio bianco li intimidisce, il bravo maestro non chiederà di scrivere un tema, ma magari una canzone rap, perché l’importante sarà farli sentire protagonisti e eliminare il vuoto.

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    Cecilia Russo

    PhD Student presso l'Università degli Studi di Torino, ha insegnato per alcuni anni francese e materie in lingua francese presso alcuni istituti di istruzione secondaria. Francesista, è appassionata di letteratura e di viaggi.

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