28 March 2017
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    La sicurezza sociale da Bauman a Mauro

    La sicurezza sociale da Bauman a Mauro è stato modificato: 2015-05-19 di Davide Gambaretto

    Domenica 17 maggio, al Salone del Libro, Ezio Mauro e Zygmunt Bauman hanno presentato al pubblico “Babel”, il loro nuovo libro. Una riflessione su democrazia, libertà, sicurezza e tecnologia.

    striscia_salone_libro_torinoCon la mediazione di Concita De Gregorio, il giornalista e direttore de La Repubblica Ezio Mauro e il sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman si sono incontrati per presentare il loro ultimo libro, Babel (Laterza). Durante il confronto, sono riusciti a tracciare una visione limpida e lineare della società contemporanea; un mondo in cui, giorno dopo giorno, si assiste alla crisi della democrazia, dell’autorità e della partecipazione politica.

    Dove sta la sicurezza.
    «Viviamo in un clima di incertezza. Una fase di interregno, sospeso tra il “non più” e il “non ancora” –
     ha raccontato Ezio Mauro – la crisi ha portato alla perdita delle certezze lavorative e senza una libertà materiale non c’è una sicurezza politica. Questo senso di precarietà lavorativo si traduce in una precarietà della cittadinanza, in cui si assiste all’espulsione del cittadino dalla società».

    Il centro del discorso, la tematica fondamentale di Babel sta tutta qui. «Come risultato inizia a farsi strada la convinzione che la partecipazione sociale e politica non serva a nulla, che andare a votare non porti a niente. La riflessione non è più “il sistema non funziona”, ma diviene la ben peggiore “la democrazia funziona solo per i garantiti e quindi discrimina”. La ribellione contropolitica diviene solo apparente; un propellente elettorale che poi non viene tradotto in politica. È un problema di alterità: “non mi interessa utilizzare la tua indignazione per far cambiare le cose”. L’epoca in cui viviamo è la più adatta a far emergere populismi e l’ignoranza sembra valere come un certificato di garanzia».

    Una sicurezza, prima di tutto, sociale.
    «Sicurezza e libertà sono concetti indispensabili per una vita umana dignitosa – ha affermato Bauman – nessun cittadino può definirsi libero, a meno che non possa sentirsi sicuro quando si assume dei rischi per la propria crescita personale: è questo il principio del Welfare State. Sicurezza non vuol dire un esercito ben equipaggiato o maggiori controlli in aeroporto, come viene intesa oggi. Significa, invece, la sicurezza di una posizione sociale». Come ha sottolineato il sociologo, oggi, purtroppo, la flessibilità lavorativa si è trasformata in incertezza: un tempo si passava una vita intera nel medesimo posto di lavoro e i due protagonisti – la forza lavoro e il capitale – erano, per così dire, condannati a una coesistenza duratura e destinati «con inesorabile necessità a elaborare un modus covivendi sopportabile per entrambi».

    «Sebbene la ripetitività di questa condizione – ha continuato Bauman – ammazzasse la creatività personale, permetteva un progetto di vita. Lo Stato non riesce più a promettere ciò ed ecco che i cittadini si sentono inutili e si allontanano da una partecipazione sociale e politica attive. Da fabbriche di solidarietà, in cui costruire relazioni, si è passati a fabbriche di rivalità e sospetto, dove il mio collega è visto solo come un avversario».

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    La panacea della tecnologia.
    Prima ancora che filosofo o sociologo, Bauman è un attento osservatore della società che ci circonda. La sua forza è quella di annotarne i cambiamenti e di spiegarceli con un linguaggio semplice e diretto. «La diffusione dell’informatica e della tecnologia rispondono a bisogni che arrivano da lontano ha raccontato Bauman – l’essere umano ha paura di essere escluso, di rimanere da solo e piattaforme come Facebook hanno posto fine a questa sensazione. Hanno, però, scambiato la collettività con la connettività».

    I social network ci danno la possibilità di dirigerli senza la mediazione e la supervisione dei media, ma, allo stesso tempo, ci illudono di essere coinvolti in prima persona nel dialogo sociale, politico e comunitario; di aver fatto il nostro dovere con un semplice post indignato. «Questo si chiama slacktivism, cioè la sensazione di poter cambiare il mondo stando comodamente seduti in poltrona», ha suggerito Bauman. «Tecnica e tecnologia ci deresponsabilizzano  ha aggiunto Mauro – chiediamo loro scelte già compiute, già selezionate: l’ho fatto perché la tecnica mi permette di farlo, perché la crescita tecnologica mi legittima. Questo scarto di responsabilità esclude l’opinione pubblica che non può più riconoscere meriti o dare colpe».

    Una speranza per il futuro?
    Incalzato da Concita De Gregorio, che gli ha domandato se Babel fosse, quindi, un libro apocalittico, Ezio Mauro ha risposto che la nostra forza risiede nella facoltà di dubitare, di dire di “no”. Bisogna però fare attenzione, «sfuggire a questa egemonia dominante è difficile: essa è anti-ideologica, non ha mandanti ed è difficile da individuare. Non è un’onda d’urto cui ribellarsi, ma viene percepita semplicemente come qualcosa che c’è, che esiste, che ormai deve essere così. La percezione si sostituisce, quindi, alla cognizione e noi ci accontentiamo di vivere il qui e l’ora, di farne semplicemente parte. Inebriati dall’interconnettività ovattata di un tweet, scambiamo questa interazione sociale per azione, per partecipazione». Un errore che dovremmo smettere di fare.

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    Davide Gambaretto

    Storico dell’arte, curatore indipendente e scrittore. I suoi precedenti impieghi in ambito artistico includono Artissima Fair, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Attitudine Forma. Musicologo a tempo perso, è appassionato di letteratura, cinema, graphic novel e pallacanestro. Gestisce il blog musicale "La Lira di Orfeo" e realizza laboratori didattici di arte e scrittura per scuole elementari e medie.

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