28 April 2017
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    La svolta dell’Irlanda, cosa cambia ora

    La svolta dell’Irlanda, cosa cambia ora è stato modificato: 2016-01-26 di Christopher Rovetti

    L’Irlanda dice sì ai matrimoni gay e l’Unione Europea evita di prendere una posizione sull’argomento. E mentre in tanti corrono l’Italia resta al palo, come la Grecia e la Romania.

    E alla fine anche i verdi prati di Irlanda si sono tinti dei colori dell’arcobaleno. Dopo una campagna elettorale senza esclusione di colpi, la cattolicissima Irlanda ha votato e scelto di dire sì ai matrimoni tra persone dello stesso sesso diventando il quattordicesimo Stato europeo a normare su questo delicatissimo tema. Il referendum irlandese, che ha fatto registrare un’affluenza record per gli standard dell’isola (ha votato oltre il 60% degli aventi diritto), cambia il volto di un Paese considerato da molti un solido baluardo del cattolicesimo.

    Un sì meditato.
    In ogni modo non si può certo dire che il sì irlandese sia stato un risultato “di pancia”. Il percorso fatto dalla Repubblica dell’Eire per arrivare alla proposta di referendum prima e all’esito poi non è stato né semplice né scontato. L’Irlanda è terra di passione, di gente onesta e orgogliosa sempre pronta a difendere le proprie ragioni e le proprie posizioni. Per anni il Paese si è diviso, ha discusso e si è interrogato sulle unioni omosessuali, sulla necessità e la possibilità di regolamentare questo tema estendendo il diritto al matrimonio anche alle coppie formate da persone dello stesso sesso. E alla fine, dopo anni di riflessione, gli irlandesi hanno fatto la loro scelta dicendo sì a quella che rappresenta una svolta epocale per il Paese.

    E adesso?
    L’Irlanda ha deciso di introdurre il matrimonio gay attraverso una modifica costituzionale votata con un referendum. La scelta del legislatore, oltre a essere stata molto contestata in quanto assolutamente inusuale e per certi versi azzardata, si porta dietro una serie di questioni legate all’attuazione della norma, per la quale sarà necessario introdurre altre disposizioni di rango legislativo o di carattere secondario. In realtà Dublino aveva già in precedenza normato in materia di unioni civili e adozione per coppie dello stesso sesso, ma dopo il referendum quelle fonti di primo grado decadranno. Tuttavia, la normativa precedente potrà costituire un ottimo punto di partenza per la futura fase legislativa.

    Gli europei plaudono, l’Europa tace.
    In tutta Europa il risultato del referendum irlandese è stato salutato con profonda soddisfazione dalle associazioni per la tutela e l’estensione dei diritti civili. Per contro, c’è stato chi, come il Segretario di Stato Vaticano, il Cardinale Pietro Parolin, ha definito la scelta popolare una «sconfitta per l’umanità». Un silenzio tombale, per certi versi imbarazzante, è stato invece l’unico “assordante” commento dell’Unione Europea. Bruxelles e Strasburgo, un po’ per incompetenza in materia un po’ per eccesso di tatto, non si sono pronunciati sull’epocale voto irlandese. La mancata presa di posizione dell’Unione, pur legittima, lascia un vuoto all’interno del quale proliferano differenze legislative, che agli occhi di un cittadino europeo possono sfociare nella disuguaglianza. A oggi, essere una famiglia in Irlanda può non significare niente in un altro Paese dell’Unione, la Slovacchia ad esempio.

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    La legislazione sui matrimoni gay in Europa (frontierarieti.com)

    Il resto del mondo.
    Al di fuori dell’Europa le isole felici per le coppie dello stesso sono pochissime. Canada, Cile, Colombia, Brasile, Argentina, Sudafrica, Australia, Uruguay, Nuova Zelanda, Messico, Libano, una buona fetta di Stati Uniti e una manciata di isole fra Caraibi, Oceano Indiano e Pacifico; è questa la mappa dei Paesi che hanno regolato, con differenti forme, le unioni gay. Un po’ poco se consideriamo che nella fetta di globo rimanente, le coppie omosessuali sono tutt’altro che tutelate. In alcune parti del mondo non solo l’esistenza di tali coppie non è legittimata in alcun modo, ma le persone omosessuali rischiano ancora la morte o il carcere.

    Italia fanalino di coda.
    E il nostro Paese, purtroppo, non brilla per lungimiranza né per pragmatismo decisionale. L’Italia, pur non essendo fra i Paesi in cui lo stato discrimina in modo diretto per questioni legate al sesso e alla sessualità, non ha ancora una legislazione in materia di unioni civili. A parte qualche sporadico caso di municipalità, in cui è possibile per le coppie gay registrarsi presso gli appositi registri comunali, in Italia sembra che parlare di unioni civili, coppie di fatto o matrimonio gay sia ancora un tabù insormontabile.

    L’Italia, come la Grecia o la Romania, è solo un po’ meglio di Slovacchia, Polonia e Lettonia. Secondo gli ultimi sondaggi, gli italiani sembrano essere favorevoli affinché lo Stato regoli finalmente le unioni civili, colmando un vuoto assolutamente inaccettabile per un Paese che si definisce del “primo mondo” (fonte Demos & Pi). Tuttavia sembra che gli unici a non rendersi conto di questa lacuna legislativa siano proprio coloro che questa mancanza sono chiamati a colmare. Fra rimpalli di responsabilità, opportunismo politico o “mera” ostilità nei confronti della comunità omosessuale, l’Italia rimane immobile anche in materia di diritti civili così come accade in molti altri ambiti economico-sociali. E mentre l’indignazione popolare rischia di crescere in modo irreversibile, mentre gli altri Paesi europei corrono, noi restiamo al palo e in Parlamento vengono presentati oltre quattromila emendamenti alla proposta di legge in materia di unioni civili, alcuni dei quali davvero impresentabili, anche dal punto di vista ortografico e grammaticale.

    Foto in copertina: l’entusiasmo irlandese dopo la vittoria del sì (pbs.org)

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    Christopher Rovetti

    Christopher Rovetti, toscano, classe 1984, laureato in Relazioni Internazionali all'università di Pisa. Apprendista scrittore e aspirante giornalista con una passione smisurata per il cibo, la lettura e i viaggi. Al momento collabora come blogger con la rivista Switch Magazine.

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