14 December 2017
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    La verità di Mike Tyson al cinema

    La verità di Mike Tyson al cinema è stato modificato: 2014-12-13 di Redazione

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    Undisputed Truth: “an American Story”. Mike Tyson si mette a nudo nel bio-documentario di Spike Lee, prodotto da HBO e presentato al Sottodiciotto Film Festival 2014.

    Un one man show a Broadway in cui Mike Tyson, campione di pugilato e di scelte sbagliate, entrato nella leggenda e nell’immaginario collettivo, si racconta per un’ora e mezza al pubblico, senza peli sulla lingua: possibile? Bizzarro ma vero: demiurgo di questa improbabile trovata dal sapore di avanspettacolo è il regista Spike Lee, amico del pugile anche nei momenti più difficili. Un monologo in cui tutte le traversie che lo hanno visto protagonista vengono raccontate in prima persona, divenuto un film biografico per il canale americano HBO e trasmesso in Italia da Sky.

    La salita verso il successo.
    Il Tyson che nessuno s’immaginerebbe: un mattatore perfettamente a suo agio sulle assi del palcoscenico, manco fossero quelle del ring, che, difetti di pronuncia che fanno sorridere, vestito bianco e fazzoletto sempre alla mano per  il sudore inarrestabile, si avventura in una vita fatta di alti vertiginosi e bassi abissali. L’infanzia nel ghetto di Brownsville, Brooklyn, tra furti, droga e arresti («a 12 anni sono stato arrestato per la trentottesima volta»), la madre prostituta alcolizzata, il padre magnaccia che «si faceva vivo una volta all’anno con una Cadillac lunghissima e i 5 dollari da regalare a me, mia sorella e mio fratello», gli amici/complici con cui condividere tutto, fino alla decisiva folgorazione: la scoperta del pugilato, avvenuta, manco a dirlo, dietro le sbarre.

    Di qui l’incontro con l’allenatore che farà di lui il più giovane campione dei pesi massimi della storia, l’arcigno Cus D’Amato, «un vecchio italiano, di quelli cattivi, ma generoso e lungimirante, a cui devo tutto e a cui il mio nome sarà sempre legato». Quindi gli allenamenti, la gavetta e i primi, eclatanti successi, ottenuti durante l’adolescenza. Ma anche i travagli e le sofferenze di chi, nato senza nulla, si trova divorato da un’ambizione smodata e che scopre di avere tutti i mezzi per poterla soddisfare. Eccome: 44 KO in 58 match, fino alla vittoria, datata 1986, in cui, a soli 20 anni, strappa al detentore Trevor Berbick il titolo dei pesi massimi, conservandolo fino all’inattesa disfatta con Buster Douglas nel 1990.

    La discesa negli inferi.
    Nel frattempo le prime avvisaglie dei drammi che lo travolgeranno: il divorzio con l’odiata ex moglie Robin Givens, stellina della tv da lui sorpresa in atteggiamenti equivoci nientemeno che con Brad Pitt, la morte di Cus D’Amato e della madre, le risse con i rivali. Poi sempre più giù: dall’arresto per stupro e la successiva detenzione, durante la quale si converte all’Islam, al ritorno sulle scene che culmina con il famigerato incontro vs. Evander Holyfield, che a Tyson costerà la squalifica e al suo rivale un pezzo d’orecchio, staccatogli con un morso. E ancora la dipendenza dalla cocaina, il ritorno in carcere e la bancarotta. Una discesa negli inferi del dolore e della sconfitta, alla quale un giorno decide di porre fine, per risalire la china, partendo dalla disintossicazione.

    A ritmare il racconto, che si dipana con ironia e partecipazione, esplosioni di comicità travolgente e confessioni personali, in cui uno sboccatissimo e inarrestabile Tyson svela doti istrioniche del tutto inattese, trovando pure il tempo per ridere del suo famigerato tatuaggio sul volto. Spike Lee dal canto suo gli lascia libero spazio, optando per una messa in scena essenziale e una regia asciutta, sia in teatro che nelle riprese. Non mancano, però, momenti strappalacrime sapientemente dosati ad uso e consumo del pubblico in sala, che, nel bene e nel male, fanno di Mike Tyson: Undisputed Truth una parabola di ascesa, rovina e redenzione dal sapore al 100% a stelle e strisce. Un po’ come sosteneva Don King, storico manager di Iron Mike da lui portato in tribunale per truffa, verso cui si scaglia per tutto lo spettacolo, imitando il i suoi modi buffoneschi con il refrain «Ain’t it an american story?», rifacendosi ad una sua celebre dichiarazione. Più americano di così…

    Marco Petrilli

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    Redazione

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