20 September 2017
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    Lavoro gratis e vogliono un ‘grazie’

    Lavoro gratis e vogliono un ‘grazie’ è stato modificato: 2015-06-15 di Redazione

    Appunti sul lavoro non retribuito, sugli attacchi di panico e sui teatri che chiudono.

    La parola crisi deriva dal verbo greco krino che sostanzialmente significa discernere, giudicare, valutare; è il verbo di chi si ferma nell’atto di decidere quel che verrà dopo. La sua accezione positiva è linguisticamente ostinata, eppure non c’è vocabolo che attualmente venga più oltraggiato, quasi si trattasse di una sorta di vaso di Pandora in cui si suole nascondere tutti i reali problemi che sorgono. C’è la crisi: il lavoro non esiste, le nostre lauree (soprattutto quelle umanistiche) non servono a nulla, non ci sposiamo, non abbiamo figli, non siamo più abituati all’amore, e come potremmo esserlo?

    Dobbiamo mandare i nostri meravigliosi curricula in capo al mondo col terrore che ci prendano pure, dobbiamo essere pronti a partire per l’Uzbekistan qualora vi sia una proposta di lavoro interessante, pronti, quando decidiamo di restare qui in Italia, a lavorare gratis, anzi, a formarci, ad imparare qualcosa che deve esserci sfuggito mentre accumulavamo crediti nel simpatico sistema della formazione frammentaria (3+2+master+stage+davvero credi di poter aver un contratto adesso?).

    Ecco, questa sorprendente faccenda del lavoro non retribuito (non mi soffermerò volutamente sull’affascinante mondo del precariato perché appartiene ad un livello superiore) è una sorta di male endemico e privo di comprensione altrui, fatta eccezione del malcapitato stagista (non mi viene un altro vocabolo che connoti tale condizione, ma forse non l’hanno inventato di proposito per minare meglio la nostra identità) che si trova a ricoprire l’infame ruolo. Nessuno e, quando dico nessuno, intendo proprio nessuno, può comprendere cosa significhi alzarsi la mattina, farsi la doccia e guardarsi allo specchio mentre ti stai preparando per dirigerti verso questa specie di lavoro-gioco in cui hai delle responsabilità reali, nonostante tu non percepisca stipendio.

    Intendo dire che il concetto di formazione include in sé la necessità che qualcuno t’insegni qualcosa, invece, nella maggior parte dei casi, ci si trova semplicemente a svolgere un lavoro come tanti altri che impari quasi totalmente da solo. Poi devi essere grato, grato per l’opportunità che stai ricevendo, grato perché stai crescendo, grato perché dopo aver passato una vita a studiare, a sognare (alla scuola materna nessuno t’aveva spiegato bene come funziona questa cosa dell’abisso tra università e mondo del lavoro), ora non è giunto il momento di raccogliere quel che hai seminato, no, è semplicemente giunto il momento di essere grato.

    Davvero, grazie, io vi ringrazio perché mi avete dato la possibilità di lavorare senza darmi nulla in cambio, neppure l’abbonamento per i mezzi pubblici, neppure un buono pasto. Grazie. È che io la mia vita di giovane donna l’avevo immaginata diversa e quando mi sono iscritta all’università credevo davvero in quel che facevo, poi una mattina, quella in cui ho gettato la tesi della mia laurea triennale nel lavandino del bagno della facoltà, dopo aver pianto ed essermi resa conto che il mio professore non aveva letto neppure un rigo del mio faticosissimo lavoro di critica sperimentale (magari terribile) su un autore contemporaneo, ho avuto come un’epifania. Quasi un’apparizione mistica, mi è venuta in mente una cosa bruttissima: l’Iliade di Alessandro Baricco, e ho capito pressoché tutto ed è stato uno dei momenti più dolorosi della mia vita.

    Ho capito che è normale che ai miei coetanei vengano gli attacchi di panico, è normale che Samuele Bersani debba scrivere una canzone su en e xanax, invece di scriverne una, non lo so, su Ettore e Andromaca. E sono normali un sacco di cose che invece non sono normali per niente. Ed ora sono tutti indignati perché hanno scoperto che Barbara d’Urso non è una giornalista, molto più di quanto lo siano, che so, per la chiusura di un teatro, per quel che accade a Tor Sapienza, per gli operai di Terni, e pare un concetto astruso che tutte queste cose siano collegate, pare addirittura impossibile.

    Maria Del Vecchio

    Foto: oddmag.it

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