19 October 2017
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    Isis: le ragioni mediatiche

    Isis: le ragioni mediatiche è stato modificato: 2015-05-18 di Paolo Morelli

    Qual è il ruolo dei giornalisti nel racconto dell’ Isis e perché l’obiettività non può esistere. Un incontro con Monica Maggioni e Franco Cardini.

    striscia_salone_libro_torinoQuando si fa giornalismo è necessario ridurre in poche righe o minuti anche situazioni piuttosto complesse, che avrebbero bisogno di ben altro spazio. È un obbligo che nasconde un enorme pericolo, quella della semplificazione eccessiva. In caso di fenomeni come quello della jihad, il problema può diventare insormontabile. Ne hanno parlato al Salone del Libro, il 16 maggio, Monica Maggioni (direttrice di RaiNews e RaiNews24), Franco Cardini (storico e saggista), durante un incontro coordinato da Cesare Martinetti (vicedirettore de La Stampa).

    L’Occidente ipocrita.
    La narrazione cui siamo abituati oppone l’Occidente al mondo islamico, ma non è un gioco a squadre definite e riconoscibili, anche perché stiamo parlando di miliardi di persone che non sono tutte in guerra tra loro. Nel libro L’ipocrisia dell’Occidente (Laterza), il professor Franco Cardini espone la questione. «L’Occidente è una realtà sfumata – ha spiegato l’altro ieri – ed è un concetto che identifica le classi dirigenti. Non era forse “occidentale” quell’Osama Bin Laden che giocava in borsa e utilizzava magistralmente il computer? Può darsi che noi europei, in futuro, saremo sostituiti da altri, ma quelli che arriveranno saranno altri occidentali, anche se di origine orientale, perché saranno permeati dalla nostra civiltà e cultura».

    La definizione “occidentale”, ormai, non è geografica, ma culturale. «L’Occidente – ha aggiunto Cardini – è una forza che si illude di fare del bene, anche se gli effetti delle sue azioni generano il male. È questa l’ipocrisia, che oserei definire “inconsapevole”». Per raccontare tutto ciò si cade inevitabilmente nella semplificazione, che per rendere comprensibile un fatto usa delle forzature, per riportare una serie di avvenimenti a noi lontani verso un insieme di significati che già conosciamo. In questo, la responsabilità dei mass media è evidente. Dal “semplice” al “semplicistico” il passo è breve.

    Le derive semplicistiche.
    «Il semplicismo fa parte del nostro lavoro di tutti i giorni – ha esordito Monica Maggioni, autrice del libro Terrore mediatico (Laterza) – e denota il nostro rapporto con la realtà». L’esempio da cui parte il libro della direttrice di RaiNews è la triste storia di Charlie Hebdo, il giornale vittima di un feroce attentato il 7 gennaio scorso, nel quale hanno perso la vita 12 persone per mano di due terroristi, con tutti gli sviluppi che conosciamo. «In quell’occasione – ha raccontato Monica Maggioni – c’era in campo una dimensione simbolica molto forte. Tre ragazzi (i due terroristi di Charlie Hebdo e l’assassino del supermercato ebraico, ndr) ci costringevano a raccontare quello che dicevano loro. La realtà, però, era complessa e meritava di essere raccontata da un altro punto di vista». Una realtà fatta di emarginazione e degrado sociale, di difficoltà quotidiane all’interno della periferia di una grande città, dove organizzazioni come lo Stato islamico penetrano facilmente e fanno proselitismo senza grosse difficoltà.

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    Monica Maggioni.

    Perché i video non vanno trasmessi.
    «Noi giornalisti
    – ha continuato Monica Maggioni – abbiamo raccontato la fiaba dell’ Isis nato nel giugno 2014, ma in quel momento non è nato proprio niente. Semplicemente un signore di nome Abu Bakr Al-Baghdadi ha proclamato un Califfato. Il problema è che tra il 2004 e il 2015, nelle redazioni era impossibile parlare di Iraq». La giornalista è stata inviata in Iraq, dove ha vissuto per tre anni, e a febbraio di quest’anno ha fatto parlare di sé per la decisione di non trasmettere più i truci video integrali realizzati dallo Stato islamico. «C’è una tale costruzione articolata di quelle immagini – ha spiegato, motivando la scelta – che a noi giornalisti spetta il compito di smontare quella narrazione, altrimenti ci trasformiamo nel loro megafono. In Italia, quando ho comunicato che non li avrei più trasmessi, il dibattito è stato “video sì o video no?”. Ma il punto è un altro. Quando noi semplifichiamo l’informazione, facciamo il gioco dei terroristi, che hanno bisogno di eliminare la complessità e creare una società radicalizzata con un “noi”e un “loro” ben definiti».

    La società radicalizzata fa il gioco dell’ Isis.
    Una radicalizzazione di cui è pieno il dibattito politico del nostro Paese, ma anche il panorama mediatico. Per fermare la strategia terroristica, ha sottolineato Monica Maggioni, è necessario mettere in campo la complessità. Il gioco “a squadre” non esiste, e non esiste nemmeno lo “scontro tra civiltà”. «La realtà è complessa – ha precisato Franco Cardini – anche perché l’Islam è una realtà da un miliardo e mezzo di persone associate in infinite organizzazioni. Con l’Islam esistono talmente tanti intrecci culturali che è impossibile parlare di “scontro di civiltà”. Possiamo dire che noi non uccideremmo mai in nome di Dio, è vero, ma cosa faremmo per i petrolio? E per le materie prime? Ogni civiltà ha gli dei che si merita».

    Un linguaggio preciso per un pubblico preciso.
    «Tra il 2007 e il 2014
    – ha sottolineato Monica Maggioni – non si è più parlato di Iraq. È rimasto un signore a governarlo, direttamente influenzato da Teheran, che ha escluso i sunniti dal governo e dal petrolio. La società irachena si è completamente spaccata e il Daesh (Isis, ndr) ha costruito la propria forza dialogando con le popolazioni abbandonate a loro stesse». La questione del proselitismo oltre i confini dello Stato islamico, però, è l’aspetto che l’Occidente sta sottovalutando maggiormente.

    «L’ Isis – ha continuato Maggioni – si rivolge ai ragazzi delle banlieu, alle seconde e terze generazioni di migranti, a persone che credevano nell’Occidente e ne sono rimaste tagliate fuori, nel disagio. Il messaggio del Califfatto è attrattivo per quei giovani anche perché usa il loro linguaggio: i video che realizza somigliano a scene del videogioco Grand Theft Auto, significa che hanno lo stesso pubblico». La complessità cui ci troviamo davanti, però, può essere uno stimolo per gli organi di informazione. «Vogliamo dire – ha concluso Monica Maggioni – che quello che mandiamo in onda è una scelta e non è una cosa neutra? La complessità è una grande opportunità per noi giornalisti, possiamo metterci in gioco e capire».

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    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

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