24 August 2017
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    Leopardi tra cinema e letteratura

    Leopardi tra cinema e letteratura è stato modificato: 2015-06-14 di Cecilia Russo

    Un viaggio nella poetica di Leopardi a partire dal film “Il giovane favoloso”, il film e il personaggio letterario a confronto.

    Dopo il grande successo del film di Mario Martone Il giovane favoloso uscito  il 16 ottobre 2014 in Italia con Elio Germano, Isabella Ragonese, Michele Riondino, Massimo Popolizio, Edoardo Natoli, Anna Mouglalis, Valerio Binasco, Paolo Graziosi, è fondamentale precisare alcuni aspetti della poetica di Giacomo Leopardi.

    Sebbene il film abbia il pregio di riportare in luce un grande autore, troppo spesso ignorato dal suo popolo, è utile riassumere i concetti principali della poetica leopardiana, spesso troppo riassunti, nell’opera cinematografica.

    La vita.
    Giacomo Leopardi nacque a Recanati, nelle Marche, il 29 giugno 1798, primogenito di una famiglia nobile (il conte Monaldo e la contessa Adelaide Antici), portato fin da bambino per lo studio e l’erudizione imparò il greco, il latino e l’ebraico, tuttavia sono anni che egli definirà di «studio matto e disperatissimo». In questo periodo il giovane si ammalò: gli crebbe una gobba e sviluppò un problema agli occhi. Giovanissimo compose tragedie e saggi sia in italiano che in latino. Fu sempre legatissimo alla sorella Paolina e al fratello Carlo, forse più che ai genitori stessi.

    Leopardi condivise alcuni concetti tipici del movimento romantico, a cui appartiene per periodo storico come l’esaltazione dell’io, l’anelito all’infinito, il titanismo, la tensione tra uomo e natura e sicuramente anche la vita come dolore. Tuttavia il suo pensiero ha come idea fondamentale quella del rapporto tra ragione e natura che, prima, è vista come elemento di vitalità (con riferimenti agli ideali illuministi), poi però diventa produttrice di illusioni a cui si oppone “l’arido vero” della società.

    Non solo “pessimismo cosmico”.
    Sicuramente non si può dimenticare il “pessimismo cosmico” ma i troppi richiami del film a questa tematica fanno perdere di vista le altre. Leopardi fu poco apprezzato dai contemporanei per ragioni ideologiche. Il film ben evidenzia il rapporto epistolare con Pietro Giordani, cominciato nel 1817. Ma Leopardi fu anche un viaggiatore, infatti nel 1822 poté trasferirsi dagli zii a Roma e tra il 1828 e il 1837 visse tra Recanati, Firenze e Napoli. Da segnalare il fatto che il 18 luglio 1816 scrisse una lettera alla Biblioteca Italiana nella quale esaltava i valori dei classici a discapito dei moderni rispetto al tema della natura, pur respingendo il principio di imitazione.

    Leopardi condivise, con l’Illuminismo, il materialismo e il meccanicismo e l’importanza della ragione, approvava la difesa della poesia degli antichi e il rifiuto della letteratura nordica del  neoclassicimo. Fu infine concorde con il romanticismo rispetto all’opposizione al principio di imitazione, esaltazione dell’io e ottimismo, e alla concezione della vita come dolore. Fu discorde su altre posizioni con tutti questi movimenti.

    La lingua.
    L’opera che meglio sembra rappresentare il poeta sono i Canti. La prima edizione, stampata a Firenze nel 1831 conteneva 23 testi, la seconda fu pubblicata a Napoli nel 1835 e ne conteneva 39 e dopo la morte dell’autore, grazie a suoi appunti e correzioni uscì a Firenze l’ultima edizione di 41 testi. La lingua è ciò che più si apprezza dell’autore: una poetica evocativa, capace di rappresentare più idee nello stesso tempo. Fondamentale è il ricordo, la rimembranza. Nelle canzoni lo stile è ricercato mentre negli idilli lo stile è quasi quotidiano, fino a fondersi nei canti pisano-recanatesi con un lessico arcaico, uno stile elevato ma anche colloquiale.

    Da ricordare gli arcaismi e i latinismi presenti nella sua poetica. A mancare più di tutto nel film è la celebre lirica “A Silvia” composta a Pisa nella primavera del 1828. Canzone libera composta da sei strofe di endecasillabi e settenari. Rime e assonanze sparse. Ritorna il ricordo dell’epoca giovanile e di Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di casa, morta di tisi a vent’anni. «All’apparir del vero» la tristezza della morte della giovane coincide con la perdita della speranza di felicità del poeta. Se il film ha il pregio di far risuonare l’eco leopardiano per bocca degli attori, facendo ammirare tutta la poesia della “Ginestra”, c’è il rischio di perdersi, banalizzando alcune tematiche e perdendo di vista la grande formazione dell’autore, consapevole dei suoi limiti e delle sue infelicità ma sempre affascinato dalla natura e sempre carico di passione in ogni concetto espresso.

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    Cecilia Russo

    PhD Student presso l'Università degli Studi di Torino, ha insegnato per alcuni anni francese e materie in lingua francese presso alcuni istituti di istruzione secondaria. Francesista, è appassionata di letteratura e di viaggi.

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