19 February 2017
    tsipras-syriza

    L’equilibrio europeo tra Grecia e Ucraina

    L’equilibrio europeo tra Grecia e Ucraina è stato modificato: 2016-01-26 di Paolo Morelli

    Si vota in Grecia: Tsipras è dato per vincente con la sua politica anti-austerity. In Ucraina, nel frattempo, si muore ancora.

    Le preoccupazioni per l’Europa arrivano dai luoghi di confine, quelle nazioni che fanno parte dell’Unione (o vorrebbero farne parte) e che l’Unione talvolta aiuta, talvolta no. È il caso della Grecia, che domani andrà al voto. Dalle urne, probabilmente, uscirà vincitore Alexis Tsipras con il suo partito di sinistra, Syriza, sebbene, stando ai sondaggi, non sembri in grado di raccogliere consensi tali da poter formare un governo monocolore. Quello che però preoccupa di più Bruxelles è la discussione sulle politiche di austerity che hanno gettato sul lastrico la Grecia.

    L’ascesa di Tsipras.
    Tsipras è dato al 33% e ogni giorno aumenta il proprio vantaggio sulla formazione dell’attuale premier Antonis Samaras, i liberalconservatori di Nea Demokratia. Nelle ultime settimane, Samaras, spaventato dall’impennata dei consensi che ha raggiunto il suo rivale “rosso”, ha inasprito i toni del dibattito politico cercando di impaurire i greci. In effetti, le intenzioni di Tsipras, che vuole porre fine all’attuale politica di rigore dell’Unione Europea e della Grecia, vanno ad aggiungere incertezza all’incertezza.

    Chiudere con l’austerity.
    È chiaro, però, che il modello non funzioni e che vada cambiato, inutile proseguire con la tassazione eccessiva per ripianare un debito il cui unico effetto – nell’immediato – è la perdita di posti di lavoro, il taglio dei servizi primari e il collasso dell’equilibrio sociale. Samaras ha puntato sulla paura per colpire il bacino di voti di Alba Dorata (il partito di estrema destra, appena sopra il 5%) e gli indecisi, stimati intorno al 15%. La vittoria di Tsipras potrebbe riaprire il dibattito europeo sull’austerity, coinvolgendo altri paesi in un effetto domino.

    In Ucraina si muore ancora.
    Le preoccupazioni europee però non finiscono qui. Nelle ultime settimane si è tornato a parlare di Ucraina e con notizie pessime. Il paese è spaccato in due: tra l’Ovest filo-europeo guidato da Kiev e l’est filorusso occupato dai ribelli con roccaforti Donetsk e Luhansk (poi ci sarebbe la Crimea, occupata militarmente dalla Russia). L’intervento diplomatico dell’Unione Europea ha di fatto congelato una situazione che già esisteva, senza fare passi avanti nella riunificazione dell’Ucraina ma al tempo stesso evitando ulteriori conflitti.

    “Riprendiamoci il Donbass”.
    Il presidente ucraino Petro Poroshenko, però, ha dichiarato di voler riprendere il controllo del Donbass (l’Est del Paese) e l’esercito regolare ucraino ha attaccato l’aeroporto di Donetsk, chiuso da maggio, occupandolo. Un punto strategico e al tempo stesso simbolico, dato che dopo gli ultimi scontri ne restano più che altro macerie. Il problema è che, oltre ai nuovi spargimenti di sangue, questo ha favorito la reazione dei ribelli filorussi che oggi hanno attaccato Mariupol (al confine con la Russia) causando la morte di 21 persone. Gli equilibri dipendono molto anche dalla Russia, che ha sempre negato di essere intervenuta militarmente in Ucraina per sostenere i ribelli, ma poi ha occupato la Crimea.

    Equilibrio ambiguo.
    I confini sono motivo di grande preoccupazione, soprattutto alla luce della situazione di tensione che si è creata dopo gli attentati di Parigi, che spinge i governi a stringere sui controlli, restando però fedeli all’apertura che da sempre ha caratterizzato – almeno sulla carta – l’Unione Europea. Un difficile equilibrio, che domani sera potrebbe cambiare, o restare ambiguo come da molti anni a questa parte.

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    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

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