26 March 2017
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    L’eredità di Madiba: 20 anni dall’apartheid

    L’eredità di Madiba: 20 anni dall’apartheid è stato modificato: 2016-01-26 di Giovanni Migone

    Il Sudafrica festeggia il ventesimo anniversario della vittoria nella Coppa del Mondo di Rugby, momento culminante di un processo di integrazione etnica.

    Sono passati vent’anni da quel 24 giugno 1995. Allo stadio Ellis Park di Johannesburg andava in scena la finale della Coppa del Mondo di rugby, Nuova Zelanda contro Sudafrica, All-Blacks contro Springboks. Nel 2009, Clint Eastwood ha impresso quel momento storico nella celluloide, ma, come spesso si dice, talvolta la realtà può sorprendere più dell’immaginazione. Quella finale rappresentò uno dei momenti più alti del processo di integrazione etnica presenti nel paese.

    In Sudafrrica, il rugby non era solo un semplice sport. Per la popolazione nera era lo sport dei bianchi, lo sport dell’odiata etnia afrikaaner, discendenti dei coloni boeri, giunti alla metà del ‘600 e divenuti sin da allora minoranza dominante. Oltre 300 anni più tardi, quel 24 giugno 1995, Nelson Mandela era presidente da poco più di un anno. Il primo presidente sudafricano eletto da libere elezioni. Il primo presidente nero della Repubblica del Sudafrica. Il primo presidente a raggiungere la massima carica di uno stato dopo oltre 25 anni passati in carcere. Il presidente che aveva abbattuto i muri dell’ apartheid. Un presidente nero consegnava nelle mani del capitano afrikaaner Francois Pienaar la Coppa del Mondo di rugby. Quel giorno il Sudafrica è diventato davvero il paese arcobaleno, realmente unito sotto un’unica bandiera.

    L’istituzionalizzazione del razzismo.
    Le prime leggi razziali risalgono all’immediato dopoguerra e riprendevano nei contenuti la legislazione di inizio secolo, quando ancora la logica dominante era quella dello sfruttamento economico colonialista. La guida del paese era saldamente nel pugno di ferro del Partito Nazionale (il partito della minoranza bianca che avrebbe retto le redini del paese fino al 1994) del presidente Hendrik Verwoed. Esponente della destra razzista e responsabile del processo di ghettizzazione della popolazione nera nelle township (le baraccopoli delle periferie), Verwoed era riuscito a descrivere l’istituzionalizzazione dell’apartheid come «una politica di buon vicinato tra genti diverse». Il tutto mentre gran parte della popolazione non-bianca era costretta a trasferirsi nei cosiddetti bantustan, aree assimilabili alle riserve indiane nordamericane. Per coloro che rimanevano nelle aree popolate da bianchi, la legge prevedeva strutture pubbliche (dai mezzi di trasporto, ai marciapiedi) specificatamente adibite alla popolazione non-bianca.

    La lotta armata.
    La proverbiale goccia fu l’introduzione del lasciapassare che ogni membro non-bianco della popolazione sudafricana era tenuto ad avere con sé ovunque si trovasse. La violenza esplose il 21 marzo 1960 nella township di Sharpeville, dove le proteste vennero represse nel sangue dalla polizia, che lasciò sul terreno 69 vittime. La situazione precipitò rapidamente: dal fronte governativo piovvero emendamenti che dichiaravano illegali tanto le organizzazioni dei diritti civili, quanto l’ANC (African National Congress, principale organizzazione politica della popolazione nera), in seno alla quale si stava facendo strada un giovane avvocato.

    Chi volesse vedere in Nelson Mandela un moderno Gandhi, sarebbe in errore. Certo, i punti di contatto furono molti, ma non è possibile ignorare il ruolo che Madiba ebbe nell’escalation violenta della lotta al regime bianco di Johannesburg. Era stato lui a fondare e a guidare il braccio armato dell’ANC. Era stato lui a dichiarare nel 1961: «il periodo della non violenza è chiuso». Era stato lui, insieme ad alcuni compagni di lotta, a costruire e piazzare i primi ordigni per sabotare l’economia nazionale. Ed era stato sempre lui ad assumere la leadership del movimento clandestino di lotta al governo afrikaaner.

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    Sudafrica, durante l’apartheid: panchina per i “non-bianchi” (femaleworld.it)

    La prigionia e la liberazione.
    Arrestato nel 1962 con l’accusa di espatrio illegale e incitamento allo sciopero, Mandela trascorse 27 anni della sua vita in prigione, diventando simbolo universale della lotta all’oppressione e all’odio razziale. Nei suoi anni di reclusione ebbe modo di cambiare radicalmente il suo modo di vedere la realtà dei fatti in Sudafrica. Dopo aver rifiutato una prima scarcerazione, vista solo come mossa politica da parte di un governo assediato dalle pressioni politiche ed economiche internazionali, Mandela rivide la libertà solo l’11 febbraio 1990.

    Meriti non indifferenti vanno riconosciuti all’allora presidente della Repubblica, Frederik Willem De Klerk, membro del Partito Nazionale, ma dimostratosi ben più progressista dei suoi predecessori: dieci giorni prima della scarcerazione di Mandela, in un discorso al Parlamento, il presidente annunciava la reintegrazione nell’alveo della legalità di tutte le associazioni (politiche e non) abolite dopo il massacro di Sharpeville e liberazione di tutti coloro che erano stati incarcerati in seguito alla legislazione dell’ apartheid.

    L’attivismo politico e la presidenza.
    Una volta libero, Mandela divenne un catalizzatore di aspettative a livello globale, oltre che nazionale. Rimane famoso il discorso che tenne nello stadio di Soweto, nel quale emerse la sua intenzione di abbandonare in via definitiva ogni tipo di lotta armata e di «convincere con la nostra condotta i nostri compatrioti bianchi che il Sudafrica senza apartheid sarà un paese migliore per tutti». Questo non significava però abbandonare la battaglia con il governo bianco di De Klerk. In mezzo a continui rigurgiti di violenza, scatenati ora dalla destra filo-nazista bianca, ora dalle rivendicazioni del partito Inkatha (formazione separatista Zulu), Mandela e De Klerk portarono avanti le trattative per quasi tre anni, fino alle storiche elezioni libere dell’aprile 1994.

    La presidenza di Mandela, eletto con oltre il 60% dei suffragi, segnò l’irreversibile destino della politica segregazionista dell’ apartheid. Nel preambolo della Costituzione, varata nel 1996, si legge: «Noi, popolo del Sudafrica, […] crediamo che il Sudafrica appartenga a tutti coloro che ci vivono, uniti nella diversità». L’eredità di Madiba.

    Foto in copertina: Mandela consegna la Coppa del mondo di rugby nel 1995 (quecrack.com)

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    Giovanni Migone

    Milanese, classe 1987. Aspirante giornalista, si é laureato in Storia con una tesi sui conflitti religiosi in Iran, sbocco naturale del suo interesse per la geopolitica del Medioriente. Da diversi anni dà sfogo alla sua passione per il calcio collaborando con una testata sportiva.

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