18 October 2017
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    Lettera aperta a un aspirante ricercatore in Italia

    Lettera aperta a un aspirante ricercatore in Italia è stato modificato: 2014-10-05 di Cecilia Russo

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    Un appello rivolto a chi ha ancora voglia di fare ricerca in questo Paese, scritto da chi, tra molte difficoltà, la sta facendo.

    Carissimo futuro collega,

    qualche giorno fa ci siamo incontrati in una piazza di Torino, io e i miei colleghi indossavamo magliette rosse e con sorrisi a trentadue denti cercavamo di raccontare il nostro lavoro ai visitatori. Tu ci hai guardato con occhi pieni di speranza e di sogni che vorresti realizzare, ci hai chiesto di spiegarti come funzioni la ricerca nel nostro paese, ma nella confusione non sono riuscita a dirti tutto ciò che avrei voluto, per cui uso queste pagine per parlarti questo lavoro meraviglioso.

    Sentirai spesso parlare di “fuga di cervelli”, “morte della ricerca italiana”, “giovani senza futuro”, ebbene, non farti demoralizzare. Io sono uno di quei cervelli che ha deciso di restare, anzi, di tornare. È vero, andare all’estero è importante: se non fai un periodo di studio fuori dal Paese non hai un curriculum abbastanza ricco. Tuttavia c’è chi decide di fermarsi all’estero (perché in altri paesi europei è più semplice fare ricerca) e chi decide di restituire alla terra natia le competenze acquisite altrove.

    Il mondo dell’università è affascinante. I pretendenti sono moltissimi e arrivare a questo lavoro non sarà facile, anche perché prima di fare richiesta per un dipartimento o un altro dovrai, ad esempio, conoscerli bene, dall’interno, perché il tuo lavoro sarà determinato da chi guida la ricerca.

    Non possiamo negare la realtà: la crisi economica ha spinto molti giovani a proseguire gli studi anche dopo la laurea magistrale e, talvolta, capita che per quattro posti di dottorato (con borse di studio) si presentino trecento pretendenti. Per molti, vincere un dottorato sarà come vincere al Superenalotto, ma è possibile. Dovrai mettere moltissimo impegno: il concorso è vincolante e conoscere bene la materia, padroneggiare almeno due lingue straniere e aver chiaro il proprio percorso di ricerca sono requisiti indispensabili.

    Una volta superato l’ostacolo dell’esame dovrai districarti tra le pratiche amministrative dell’università e capire quale docente potrà seguirti, o quali argomenti dovrai approfondire. Ricorda di essere esigente con te stesso: le tue giornate dovranno essere scandite da ritmi precisi, quasi militari, perché se il tuo capo sei tu e se non riesci a lavorare almeno sette, otto ore al giorno la tua ricerca sembrerà una montagna insormontabile.

    In ambito umanistico, solitamente, ogni ricercatore, dottorando o assegnista si specializza in un secolo e in un autore preciso. L’autore che studierai ti diventerà familiare e passerai più ore con lui che non con il tuo cane, ma il discorso si applica a tutte le discipline.

    Se sarai fortunato, come è successo a me, troverai un dipartimento in cui non c’è rivalità tra i suoi componenti, i quali, anzi, si emozionano nel cercare un modo per rendere la propria ricerca fruibile a tutti. Insieme preparerete materiali da regalare ai bambini o inventerete giochi ed eventi per divulgare la vostra attività durante un venerdì sera di fine estate, proprio quel venerdì sera in cui sei venuto a chiedermi come si diventa ricercatori.

    Un ricercatore non ha molte opportunità di portare alla luce il proprio lavoro e spesso non è semplice far capire a chi ti circonda che è un lavoro anche cercare di scoprire qualcosa e che, anche se non timbri la cartolina, il tuo è un mestiere serio in cui serve metodo. Fare ricerca significa passare ore e ore interrogandosi su un nome o su una lettera, ma anche chiedersi cosa succederà dopo aver portato a termine il proprio progetto.

    A volte, amici o familiari non ti capiranno e si augureranno che tu possa trovare l’agognato posto fisso, allora dovrai ricordare che chi ha deciso di restare in questo paese, per dimostrare a sé stesso o agli altri che le risorse e le menti ci sono, desidera solo tornare sulle “sudate carte” per decifrare oggi, come ieri, quei piccoli segni. Non saranno rivoluzioni copernicane ma piccole scoperte quotidiane che tengono vive queste menti e che, nonostante le difficoltà economiche e sociali, ci fanno rivendicare con forza la valenza del nostro lavoro.

    Quindi, caro futuro ricercatore, non smettere di sognare, perché tra quelle mura grigie e oltre quel vociare di gente sulle scale dell’università c’è un mondo incredibile che ti aspetta. Se avrai la capacità di studiare approfonditamente, di non scoraggiarti di fronte agli ostacoli, vivrai esperienze indimenticabili.

    Chiudo questa lettera con una richiesta: quando avrai scalato la montagna e sarai un professore affermato non dimenticare da dove vieni e da cosa sei partito, perché questa terra ha bisogno di te e le prossime generazioni non aspettano altro che entrare in aula la mattina e trovare qualcuno che ami il proprio lavoro, e che riesca ancora a trasmetterne la passione. Ti saluto con le parole di qualcun altro: fai in modo che la tua ricerca sia guidata dall’idea che «il più bello dei mari è quello che non navigammo […] e i più belli dei nostri giorni non li abbiamo ancora vissuti» (1942, N. Hikmet).

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    Cecilia Russo

    PhD Student presso l'Università degli Studi di Torino, ha insegnato per alcuni anni francese e materie in lingua francese presso alcuni istituti di istruzione secondaria. Francesista, è appassionata di letteratura e di viaggi.

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