24 June 2017
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    Libia e Italia: storia che arriva all’Isis

    Libia e Italia: storia che arriva all’Isis è stato modificato: 2016-01-26 di Paolo Morelli

    L’Isis uccide 21 egiziani copti e minaccia l’Italia: lo Stato islamico ha preso Tripoli e, probabilmente, gran parte della Libia.

    L’instabilità della Libia, nella quale esistono due governi, di cui solo uno riconosciuto dalla comunità internazionale (e in esilio), è arrivata al culmine negli ultimi giorni. L’Isis è arrivato a Tripoli, l’ambasciata italiana è stata chiusa e i nostri connazionali fuggono dal paese. È il gruppo del Daesh, propaggine libica dello Stato islamico, a far paura. Tutto è precipitato lo scorso 27 gennaio, quando è stato attaccato l’albergo “Corynthia” a Tripoli, un hotel spesso frequentato da diplomatici stranieri e uomini d’affari, dove sono morte 9 persone. Un angolo di lusso “occidentale” di quelli che si ritengono, nel senso comune, al di sopra dei tormenti politici locali. In quel momento, gli Stati del Mediterraneo (e non solo) hanno capito che la Libia, almeno per metà, era già nelle mani del Daesh.

    Mai normalizzato il dopo-Gheddafi.
    Dopo appena quattro anni dalla guerra civile che ha diviso il Paese in due, tra Cirenaica (ribelle) e Tripolitania (gheddafiana), e che ha ucciso l’ex dittatore Muammar Gheddafi, la Libia non è ancora riuscita a stabilizzarsi. Non se ne è più parlato, ma di fatto si è andato a creare un vuoto di potere nel quale hanno preso forza milizie locali e la sicurezza nazionale non è mai stata garantita. Questo ha permesso una consistente infiltrazione da parte di gruppi jihadisti, che ora sono usciti allo scoperto e sono in attesa di rinforzi. Ma non c’è solo l’Isis.

    Terreno fertile per il jihad.
    Nel Nordafrica, infatti, opera da tempo il Mujao (Movimento per l’Unicità e il Jihad nell’Africa Occidentale), che raccoglie al proprio interno diverse milizie organizzate con basi in Mali, Algeria e Mauritania. Il Mujao ha stretti rapporti con l’Al Qaeda afghana di Al-Zawahiri e con i talebani e fa parte di un’organizzazione chiamata Al-Murabitoun, che si propone di riunire tutti i gruppi jihadisti del mondo. Proprio i miliziani di Al-Murabitoun avrebbero già preso il controllo della Libia meridionale, mentre a Nord il “Califfato di Derna”, autoproclamato, si affaccia sul Mediterraneo. La probabile presa di Tripoli da parte dei miliziani jihadisti dimostra che il Paese sta sprofondando, ogni giorno di più, nelle mani degli estremisti islamici. Le bandiere nere sventolano già da diversi giorni sui tetti di Sirte, città natale di Gheddafi e ultima sua roccaforte prima dell’assassinio a opera dei ribelli, nel 2011.

    L’Isis e il petrolio.
    Libia vuol dire petrolio, così come l’Iraq, dove l’Isis ha la propria roccaforte. Lo Stato islamico si sta accaparrando luoghi centrali per la geopolita mondiale, ancora (troppo) influenzata dal prezioso combustibile fossile. E lo fa approfittando del solito caos politico: in Libia esistono due ministeri del petrolio, che fanno capo ai due governi rivali già citati e che pretendono di essere l’unico interlocutore per un settore fondamentale per il Paese.

    La Libia e l’Italia.
    Libia, però, vuol dire anche Italia. E questo non tanto per le minacce missilistiche che la solita stampa scandalistica ipotizza pur di vendere qualche copia in più, ma per i rapporti politici (tesissimi o collaborativi) che da oltre un secolo hanno unito le due nazioni. Nel 1911, Giovanni Giolitti inviò le prime truppe italiane in Libia, che nell’ottica coloniale del mondo occidentale dovevano restituire prestigio all’Italia. Si continuò fino alla Seconda guerra mondiale, con occupazioni e colonizzazioni. Gradualmente, poi, gli italiani iniziarono a tornare in patria. Nel 1969, con un colpo di Stato, Gheddafi prese il potere e confiscò i beni degli italiani per “restituirli al popolo libico”, molti italiani scapparono finché nel 1970 sono stati ufficialmente espulsi dal Paese.

    I risarcimenti.
    Dopo un gelo di oltre vent’anni, Italia e Libia hanno iniziato a collaborare, con il nostro Paese impegnato a risarcire lo stato guidato da Gheddafi. Nel 2008 (Governo Berlusconi) è stato firmato un accordo per “compensare” 5 miliardi di euro di danni alla Libia, con la realizzazione di diverse infrastrutture tra cui l’autostrada costiera che dovrebbe collegare Egitto e Tunisia. L’Italia ha inoltre restituito la statua della Venere di Cirene, rinvenuta nel 1913 in Libia e portata a Roma, nell’Aula Ottagona dell’ex-Planetario, dove è rimasta fino al 2002 per poi essere restaurata.

    Corsi e ricorsi storici.
    Ora la Storia sembra ripetersi. Gli italiani rimasti abbandonano la Libia e l’Isis, nell’ultimo dei suoi macabri video, nomina anche l’Italia e il “ministro crociato” Paolo Gentiloni, che tempo fa ha ribadito l’impegno del Paese a guidare una coalizione internazionale per intervenire in Libia. Il premier, però, frena. Non è ancora il momento di dar via a un intervento militare, che non fa bene alla Libia né a rasserenare il clima. Nel frattempo sono i libici a cercare l’Italia, ancora una volta nella Storia, come via di fuga. Ben duemila migranti sono sbarcati sulle coste siciliane nelle ultime 24 ore, quasi tutti provenienti dall’ex colonia.

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    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

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