24 April 2017
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    L’importanza della sentenza europea sulla Diaz

    L’importanza della sentenza europea sulla Diaz è stato modificato: 2015-04-08 di Ludovico Astengo

    La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la «macelleria messicana» della scuola “Diaz” al G8 di Genova del 2001.

    «Ci sarà pure un giudice a Berlino!» pensava sconsolato il mugnaio di Potsdam, vittima di un sopruso di un nobile locale, che dovette giungere fino alla corte di Federico II di Hoenzollern per trovare la giustizia che non aveva ottenuto in nessun altro tribunale della Prussia.

    Così deve aver pensato anche Arnaldo Cestaro, quando, in tutt’altra epoca, si è rivolto alla Corte europea dei diritti dell’uomo nella sua sede di Strasburgo per veder riconoscere quella verità che in Italia si è fatta così tanta fatica a svelare. Alla scuola Diaz, quella notte tra il 21 e il 22 luglio del 2001, furono commessi atti di tortura da parte delle forze di Polizia, atti per i quali nessuno venne punito, a causa dell’assenza di questa fattispecie di reato nel nostro codice penale.

    Insufficienti risposte italiane.
    Ci sono voluti 15 anni, numerose sentenze e tantissime polemiche per giungere all’amara considerazione contenuta nella sentenza pronunciata dalla Corte europea l’altro ieri. Le autorità italiane non hanno saputo reagire in maniera sufficiente agli abusi di potere accertati dalle corti italiane; di fronte a condotte di violenza e sopruso talmente gravi da far utilizzare alla Corte di Cassazione l’epiteto di «macelleria messicana» per descriverle, il nostro sistema di diritto non è stato capace di infliggere sanzioni proporzionali e adeguate, venendo meno di conseguenza agli obblighi che discendono dalla partecipazione alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

    Cosa dice la corte europea.
    La Corte europea dei diritti dell’uomo, da non confondere dalla Corte di giustizia dell’Unione europea, è un organo giurisdizionale sovranazionale che controlla il rispetto delle norme contenute nell’omonima Convenzione da parte dei 47 paesi che l’hanno ratificata sotto l’egida del Consiglio d’Europa (organizzazione internazionale da non confondere, a sua volta, con l’Unione europea). Tale convenzione contiene una serie di disposizioni che riconoscono i più basilari diritti umani, tra cui spicca, all’articolo 3, quello a non essere sottoposti a tortura né pene o trattamenti inumani o degradanti.

    Diaz, Bolzaneto e alti gradi di Polizia.
    I fatti della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto, in cui furono detenute e sottoposte a sistematiche violenze oltre 250 persone, sono stati oggetto di svariati processi e diverse sentenze, le quali hanno tutte confermato, nonostante la forte reticenza delle autorità a collaborare (l’allora capo della Polizia Giovanni De Gennaro venne processato per istigazione alla falsa testimonianza, ma infine assolto; venne invece paradossalmente condannato il questore di Genova Francesco Colucci per falsa testimonianza in favore di De Gennaro…), che si trattò di pesantissime violazioni della libertà e dei diritti delle persone, e di persistenti casi di abuso di potere da parte delle forze dell’ordine. Inoltre, la mancata comunicazione di ordini precisi ha reso i gradi più alti della scala gerarchica di fatto complici degli avvenimenti, in quanto responsabili di aver dato “carta bianca” a poliziotti e carabinieri su come comportarsi con i manifestanti.

    Le mancanze dell’Italia.
    Di fronte a fatti di tale gravità, dice la Corte europea, la reazione dello Stato è stata del tutto incompatibile con gli obblighi derivanti all’Italia dall’articolo 3 della Convenzione; e ciò non per negligenze del pubblico ministero, ma per la palese inadeguatezza della legislazione criminale italiana rispetto alla necessità di punire atti di tortura e alla sua funzione deterrente di fronte al rischio di future violazioni dell’articolo 3. L’importanza della sentenza europea è tanta, non solo perché riconosce la verità dei fatti come descritta dalle corti italiane, ma anche perché, nello specifico, attribuisce la nozione di tortura anche a un singolo fatto, svincolato dalla volontà di ottenere qualcosa dal torturato.

    La Corte europea, in quanto organo sovranazionale, non ha potere di sanzione nei confronti dei cittadini italiani; tuttavia, essa utilizza il suo potere non solo per ordinare che l’Italia risarcisca la vittima per una somma di 45.000 euro, ma anche per invitarla caldamente a introdurre nell’ordinamento il reato di tortura, pena l’esclusione dell’Italia dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

    Il reato di tortura.
    Già da qualche mese è agli atti dei lavori del Parlamento un disegno di legge, approvato dal Senato, che contiene tale proposta, e questo potrà essere di sicuro un motivo per accelerare i procedimenti di approvazione e introdurre finalmente il reato di tortura nel nostro ordinamento.

    Tuttavia, c’è già chi sottolinea la necessità di fare molta attenzione alla norma che si sta scrivendo: nella sua attuale formulazione, infatti, il reato di tortura sarebbe “comune”, e il fatto che a compierlo sia un pubblico ufficiale rientrerebbe solo come circostanza aggravante. Il rischio, in questo caso, è che l’obbligo che il giudice ha di “bilanciare” le circostanze aggravanti con quelle attenuanti diminuisca la gravità del fatto se compiuto dalle forze dell’ordine. La pena minima di 3 anni, inoltre, renderebbe accessibili tutti i benefici penitenziari a chi viene condannato per tortura, non ultimo la possibilità di scontare la propria pena con delle misure alternative alla detenzione. La particolare gravità della condotta giustificherebbe, anche alla luce dei fatti della scuola Diaz e di Bolzaneto, un ragionamento su eventuali modifiche in corso d’opera alla nuova norma.

    Speranze ridotte al lumicino.
    Di fronte a fatti sconvolgenti come quelli accaduti a Genova quasi 15 anni fa il nostro sistema penale è stato messo a dura prova, e le sue falle sono state mostrate con una chiarezza disarmante. Uno Stato di diritto che non è capace di individuare gli abusi di potere e di punirli, che non è capace di stabilire la verità del suo operato anche quando questa contrasta con i più fondamentali diritti della persona, è destinato a soccombere di fronte alla disillusione dei suoi consociati. Quello che si può timidamente auspicare è che la prossima vittima di tali abusi non debba andare fino a Strasburgo o a Berlino, pensando che solo là potrà trovare giustizia.

    Foto: metronews.it

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    Ludovico Astengo

    Laureando in giurisprudenza presso l'Università di Torino; già Presidente del Consiglio degli Studenti dell'Università, ora rappresentante degli studenti in Senato Accademico. Appassionato di diritto, montagna e musica.

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