24 November 2017
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    Lo stupro è un’arma di guerra

    Lo stupro è un’arma di guerra è stato modificato: 2015-05-27 di Paolo Morelli

    Lauren Wolfe, direttrice di “Women Under Siege”, incontrata a Torino grazie a L’ambulanza dal cuore forte, ha parlato delle violenze durante la guerra.

    Lo sguardo severo accompagnato da un sorriso imbarazzato, Lauren Wolfe dimostra diffidenza, tipica di chi è abituata a conquistare ogni singolo spazio superando pregiudizi di ogni genere. Ma la giornalista statunitense, direttrice di Women Under Siege, sembra anche incredula, quasi lusingata dall’intervista, un interessante misto di forza e umiltà. Del resto, per mettere in piedi un progetto che, tradotto, si chiama “Donne sotto assedio”, di forza ne serve parecchia. Ma serve anche moltissima umiltà per entrare nelle zone più disastrate del mondo e parlare con donne che, anche a causa della guerra, hanno rinunciato ad avere un futuro e non possono fare niente per cambiare le cose. Non sempre basta la volontà.

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    Lauren Wolfe.

    Abbiamo incontrato Lauren Wolfe in occasione dell’incontro “Human Rights and Wars”, che si è svolto a Torino il 22 maggio, presso il Circolo dei lettori, ed è stato organizzato dalla Onlus torinese l’Ambulanza dal Cuore Forte. Insieme al giornalista Medyan Dairieh, autore dell’inchiesta The Islamic State, e a Peter Bouckaert, direttore delle situazioni di emergenza per Human Rights Watch.

    Lo stupro come arma di guerra.
    Diversi lavori di Lauren Wolfe si sono concentrati sullo stupro, utilizzato come arma durante numerose guerre, ma sempe con scopi diversi. «Si tratta di un’arma utilizzata in maniera universale – ha spiegato – con l’intento di controllare ma anche di umiliare il nemico. Si trasforma in un messaggio potentissimo da lanciare agli oppositori durante una guerra ma non solo, le popolazioni locali vengono terrorizzate e sottomesse».

    L’errore che commettiamo è quello di pensare alle violazioni dei diritti umani soltanto in relazione al Medio Oriente. Negli ultimi mesi, infatti, il risalto mediatico dato a “Isis e dintorni” non ci ha fatto vedere nient’altro. «Abbiamo da poco concluso una ricerca – ha raccontato Lauren – sulla guerra civile in Colombia, durante la quale diverse donne hanno subito violenze. La difficoltà di queste storie, però, è farle uscire sui giornali. Un’inchiesta che avevamo realizzato sul Guatemala ci è stata rifiutata da un giornale perché ne avevano già pubblicata “una simile” il mese precedente».

    E se i “cattivi” siamo noi?
    Quando si parla di violenze di questo genere, però, si pensa sempre che provengano da “altri”, da non ben precisati “nemici” che si possono incontrare soltanto nei teatri di guerra. Cosa accade, però, se a commettere violenze sono “i nostri”? «Spesso – ha commentato Lauren – hanno cercato di dare poco risalto ai crimini di questo tipo commessi dalle “nostre” truppe». E il pensiero corre subito alla prigione di Abu Ghraib, quando i militari americani, tra i 2000 e il 2001, internarono e seviziarono qualche migliaio di prigionieri di guerra. La verità sulle vessazioni dei “nostri” arrivò soltanto nel 2004, confermata da un rapporto interno dell’ex generale Antonio Taguba, che denunciò le violenze della prigione americana sul suolo iracheno. Ora alcuni di quei soldati sono stati radiati dall’esercito e incarcerati negli Usa.

    Censura e pregiudizi.
    Non c’è solo una “censura” mediatica delle malefatte compiute dai cosiddetti alleati, ma, secondo Lauren Wolfe, esiste anche un pregiudizio del pubblico. «Penso che i media non raccontino bene queste storie – ha spiegato – ma anche noi chiudiamo gli occhi di fronte a violenze e torture che avvengono ogni giorno. Ci ripariamo dalla realtà, mentre, invece, la soluzione per risolvere questi problemi sarebbe iniziare a guardare come stanno realmente le cose».

    Cosa succede durante la guerra.
    «Ci sono tantissime ragazze rifugiate
    – ha raccontato, poi, durante l’incontro al Circolo dei lettori – che non controllano più la propria vita, possono solo restare negli accampamenti ad aspettare che qualcuno le sposi». Sono gli effetti della distruzione sociale operata da una guerra, che non conclude i propri effetti nel momento in cui si smette di sparare. «La guerra è anche la mancanza di cure psicologiche dopo il conflitto – ha precisato Lauren Wolfe – e l’obiettivo di “Women Under Siege” è proprio quello di capire come si evolva la situazione durante una guerra. L’accompagnamento manca ai rifugiati ma anche ai soldati, che portano la violenza dentro di sé e, una volta tornati in patria, si sfogano sulle famiglie. I casi di violenza domestica, nel caso di ex soldati, sono aumentati moltissimo. I giornali? Oltre ad avere poca sensibilità sulla questione, tendono a colpevolizzare le vittime».

    Poco tatto, poca considerazione delle storie. Esemplare il caso raccontato da Lauren Wolfe: all’interno di un tendone allestito in un campo profughi, a un certo punto un cronista è entrato e ha urlato «Qualcuno è stato violentato qui?». Il lavoro di Wolfe e compagne va anche in questo senso: educare, formare, informare. Il database prodotto da Women Under Siege, come la mappa delle violenze prima del conflitto in Siria, costituisce un patrimonio di informazioni che aiutatano a capire il mondo, ma soprattutto a raccontarlo.

    Foto in copertina: almaghrebyia.it

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    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

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