28 March 2017
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    Lotta alle mafie: la rivoluzione è donna

    Lotta alle mafie: la rivoluzione è donna è stato modificato: 2015-03-30 di Cecilia Russo

    Lea Garofalo e Maria Stefanelli: due storie che raccontano fatti così surreali che solo la realtà può produrre.

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    Nell’ambito di Biennale Democrazia, l’Associazione Unilibera ha organizzato un evento in cui si sono confrontati Nando Dalla Chiesa, docente universitario di Sociologia della criminalità organizzata all’Università di Milano; Marika Demaria, redattrice del giornale Narcomafie e referente di Libera Valle d’Aosta; e Manuela Mareso, direttore di Narcomafie. Attraverso la presentazione di due libri, hanno discusso del ruolo delle donne di mafia, spesso vittime e protagoniste dell’antimafia.

    L’Italia è molto attenta al tema dell’antimafia e, come ha raccontato Nando Dalla Chiesa: «lo dimostrano le 200.000 persone scese in piazza a Bologna per la manifestazione del 21 marzo, persone che stavano manifestando per i loro ideali senza per forza doversi opporre a decisioni del governo o a eventi tragici».

    Le donne e la mafia.
    «La donna sta diventando la vera protagonista della lotta alla mafia» ha esordito Nando Dalla Chiesa, presentando i libri delle due giornaliste: La scelta di Lea di Marika Demaria e Loro mi cercano ancora di Manuela Mareso e Maria Stefanelli. Entrambi i libri descrivono la situazione della protezione dei testimoni di giustizia. Emerge da entrambe le opere la necessità di ricostruire le dinamiche culturali della mafia, per comprendere le vicende, che cambiano da organizzazione a organizzazione.

    La ‘ndrangheta e cosa nostra hanno costruito un sistema culturale che prevede la totale sottomissione delle donne. Una donna, che non può essere affiliata, non deve sapere cosa fanno davvero l’organizzazione e il suo uomo, lo scopre, suo malgrado, perché spesso la droga viene tagliata sul tavolo della sua cucina, ad esempio. Nei confronti della donna che sa quello che non dovrebbe sapere c’è, di conseguenza, un trattamento ostile. La donna, tuttavia, serve all’organizzazione mafiosa perché è lei a educare i figli e trasmettere loro i valori mafiosi. La donna che sceglie di denunciare il marito, il padre, il figlio, non è spinta da grandi ideali antimafia, ma dalla sua irriducibile lotta per la salvezza di se stessa.

    «L’antimafia è donna – ha spiegato Dalla Chiesa – perché sempre di più questo movimento viene alimentato dalla componente femminile. E come dimenticare il grande ruolo delle maestre negli anni ’80 e ’90? Se da una parte nelle strade c’erano poliziotti e magistrati, dall’altra c’erano le donne nelle scuole che trasmettevano la cultura antimafia». La donna è più capace di distaccarsi dalle logiche di potere e di non adagiarsi sul principio del “è sempre stato così”.

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    La scelta di Lea di Marika Demaria.
    Il libro narra la storia di Lea Garofalo e della figlia Denise. Lea, dopo aver denunciato il marito e la sua famiglia, è stata costretta a migrare per l’Italia per scappare da loro. È stata uccisa proprio dall’ex compagno e il suo corpo è stato distrutto. Nando Dalla Chiesa ha spiegato che Marika Demaria ha osservato questa vicenda giudiziaria dibattimento dopo dibattimento e, insieme al gruppo di ragazzi di Stampo Antimafioso, sono stati gli unici a raccontare i dettagli del processo, mentre la stampa milanese ignorava l’evento. «Il libro di Marika – ha continuato Dalla Chiesa – ha il merito di essere il reportage di una giornalista di razza, è la vera testimonianza del processo».

    Lea Garofalo, nata in un contesto di mafia, ha sempre saputo, fin da piccola, che “il sangue si lava con il sangue”. Suo papà è stato ucciso quando lei aveva solo 9 mesi. La prima ribellione di Lea è stata la classica fuitina all’età di 14 anni, per amore di un uomo, Carlo Cosco, l’uomo che poi la ucciderà. Con lui è scappata dalla Calabria a Milano, dove sperava di fuggire dalle dinamiche mafiose, ma dove avrebbe trovato gli stessi meccanismi. L’uomo aveva deciso di fidanzarsi con Lea solo per diventare un affiliato della potente cosca Garofalo.

    Lea e Denise.
    Durante gli anni milanesi, Lea ha assistito agli illeciti di droga e a tutte le attività del compagno. Lea si è ribellata per la seconda volta quando la figlia Denise ha compiuto 5 anni. La donna ha deciso di fuggire e dal 2002 ha cominciato a testimoniare. Tuttavia Lea entrava e usciva dal programma di protezione, fino a essere talmente sola e disperata da decidere di scrivere all’allora Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Nella lettera, Lea diceva di sapere che la propria vita fosse appesa a un filo, ma che sperava che la sua storia fosse da esempio per altre donne e che faceva tutto ciò per offrire una vita diversa alla figlia Denise.

    Quando Lea viene uccisa il processo si apre senza il ritrovamento del corpo e senza l’arma del delitto, ma la figlia Denise racconta con forza e coraggio ciò che ha vissuto in quegli anni di solitudine con la madre. Carlo Cosco, durante il processo di II grado, si assume tutta la responsabilità dell’omicidio, convinto di farlo passare per omicidio passionale. Lui e suo fratello, Vito, sono stati poi condannati in via definitiva all’ergastolo lo scorso 18 dicembre, con sentenza della Corte di Cassazione, che ha confermato anche le condanne di altri imputati.

    La ribellione e il coraggio di Lea sono stati ereditati dalla figlia Denise e da tutte quelle persone che hanno seguito la sua storia: alla sentenza di primo grado c’erano moltissimi ragazzi in aula, lì per sostenere Denise e al funerale di Lea c’erano 3000 persone. Denise oggi è una donna forte, cresciuta guardando con la mamma il film I cento passi, anche lei però ha scoperto che si era innamorata di un ragazzo sbagliato, che si è rivelato un complice nell’assassinio della madre. «La storia di Lea è cominciata in solitudine – ha affermato l’autrice del libro – ma poi è esplosa nel coraggio di Lea e Denise».

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    “Loro mi cercano ancora” di Maria Stefanelli con Manuela Mareso, particolare della copertina.

    Loro ancora mi cercano ancora di Manuela Mareso e Maria Stefanelli.
    Anche la storia di Maria Stefanelli è molto simile alla storia di Lea, ma per fortuna lei è viva. Come abbiamo già raccontato, Maria è testimone di giustizia del processo Minotauro, sulla presenza della ‘ndrangheta in Piemonte. La storia di Maria è incredibile perché attraverso le sue parole è possibile ricostruire il radicamento delle mafie al Nord. Lei ha sempre sofferto all’idea di non essere creduta, anche perché durante tutta la prima fase di questi processi la parola ‘ndrangheta non è mai stata pronunciata. «Ci sono ancora vicende assurde che emergono ogni giorno, infatti – ha spiegato Manuela Mareso – proprio recentemente uno dei cognati di Maria, Rosario Marando, mentre veniva liberato a Torino perché considerato innocente, faceva rapire un ragazzo a Roma per una storia di narcotraffico. Questo perché Maria Stefanelli non è stata creduta».

    La vita di Maria oggi è molto complicata, dopo aver lottato contro la ‘ndrangheta, ha dovuto affrontare per 8 anni un tumore alla gola al quarto stadio. Il libro è scritto in chiave romanzesca e la figlia di Maria ha potuto conoscere molti aspetti della storia della loro famiglia proprio grazie al libro. Loro mi cercano ancora è il racconto di una vita segnata da una tristezza incredibile, molte donne di mafia vivono facendo abuso di psicofarmaci o alcool, ma del resto come si fa a rimanere lucide quando non si sa se il proprio figlio o il proprio amore torneranno a casa la sera?

    Foto in copertina: Lea Garofalo.

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    Cecilia Russo

    PhD Student presso l'Università degli Studi di Torino, ha insegnato per alcuni anni francese e materie in lingua francese presso alcuni istituti di istruzione secondaria. Francesista, è appassionata di letteratura e di viaggi.

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