24 April 2017
    pirandello_famiglia

    Pirandello, il forestiero della vita che amava la fantasia

    Pirandello, il forestiero della vita che amava la fantasia è stato modificato: 2015-06-28 di Francesca Perna

    Nato il 28 giugno 1867, Luigi Pirandello fu un pessimista con il dono di aver toccato il cielo con l’amore immaginario per la vita.

    Un siciliano amante della sua terra e della sua lingua, Luigi Pirandello nasce ad Agrigento, quella che nel momento  della sua nascita, il 28 giugno del 1867 portava ancora il nome di Girgenti. Le sue opere rifletterono la sua vita e la sua vita riflettè la società di un tempo “malato” e decadente. Nessuna certezza per l’uomo sopraffatto dalla meccanizzazione della rivoluzione industriale e dal trauma postbellico.

    Laureatosi in Lettere all’università di Bonn con una tesi in filologia romanza sui dialetti della sua terra, Pirandello fu influenzato dagli autori romantici tedeschi. In Italia, tuttavia, era l’epoca del Decadentismo e i sentimenti, l’uomo in quanto individuo sensibile e dai forti valori umani, crollavano con l’avvento delle macchine e dei nuovi apparati burocratici fascisti. Smarrito e incredulo, l’uomo si ritrovava solo e infelice, chiuso in una trappola sociale da cui fuggire. Nacquero così le figure più belle e poetizzate dei personaggi pirandelliani: il forestiero della vita, tragico e comico insieme, pazzia, immaginazione e le mille forme che l’uomo immedesima.

    Interprete dei tempi.
    Le sue trappole poetiche non furono solo dovute al cambiare dei tempi, ma anche alle sue personali vicende di vita e familiari. Figlio di un proprietario di miniere di zolfo, Pirandello ebbe una vita misera e di stenti sostenendosi grazie a un impiego come professore all’Istituto Superiore di Magistero di Roma. Autore di commedie e tragedie, le sue opere teatrali inizialmente non furono capite. I suoi personaggi esplodevano di caricature umoristiche, uomini folli che impersonavano personaggi fuori tempo, amanti, devoti ed eroi, in cui non restava che la pazzia, come come nel caso di Enrico IV, l’opera teatrale che Pirandello scrisse nel 1922. Quegli stessi personaggi, dapprima incompresi dal pubblico, poi in giro per i teatri di tutto il mondo. Finalmente il successo, mondiale, che lo portò a ricevere il Premio Nobel per la Letteratura (1934).

    Leggere i suoi romanzi è come leggere la realtà che rispecchiò per molto tempo il suo animo. Un pessimismo umorista, mille anime e nessun uomo: Uno, nessuno e centomila è l’emblema più bello di questa sensazione. L’uomo non si riconosce perché non riconosce la società in cui vive; è uno ma non è ciò che pensa di essere, poiché ognuno “riconosce” la persona per cui si mostra dall’esterno: «Ognuno ha la sua verità, che nasce dal suo modo soggettivo di vedere le cose».

    Le novelle, i romanzi, il teatro.
    Iniziò a scrivere all’età di sedici anni e per circa un trentennio si dilettò nelle narrazioni preferendo la metrica tradizionale e rifiutando espressionismo, simbolismo e altre correnti stilistiche contemporanee. Raccolse l’immenso corpus di novellistica in volumi, di cui il primo fu Amori senza amore. Anche l’ordine del corpus non è ordinato e armonico, quasi a rispecchiare la sua visione globale del mondo: «un mondo disgregato in una miriade di aspetti precari e frantumati, il cui senso complessivo sembra irraggiungibile».

    Il suo primo romanzo, Marta Ajala, fu pubblicato con il titolo L’esclusa, scritto all’età di 26 anni. Le sue storie si macchiavano di donne e uomini semplici condannati a essere giudicati dalla gente e dai loro pregiudizi. L’esclusa è la storia di una donna accusata ingiustamente dal marito per adulterio e riammessa solo dopo essersi resa davvero colpevole del fatto. Seguirono il Fu Mattia Pascal, I vecchi e i giovani, Uno nessuno e centomila. Con Sei personaggi in cerca di autore tornò al suo primo vero amore, il teatro: i personaggi sono sulla scena ma spiazzati perché non hanno un parte da recitare. Un doppio dramma: l’incapacità dell’autore di drammatizzare le parti dei protagonisti e l’impossibilità intrinseca del teatro di rendere sulla scena ciò che un scrittore ha concepito.

    Nel 1935 scrisse una commedia insieme a Eduardo De Filippo, L’abito nuovo, prima di spegnersi l’anno successivo, a Roma.

    Foto: ilpost.it

    Print Friendly
    Francesca Perna

    Una laurea in archeologia. Una forte fede per la musica e un grande amore per la storia romana. E il Vesuvio, la mia terra.

    Seguici su Facebook

    Resta aggiornato su Twitter