28 April 2017
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    Ma siamo matti? Ce lo spiega Andreoli

    Ma siamo matti? Ce lo spiega Andreoli è stato modificato: 2015-05-24 di Federico Sanna

    Quali sono i sintomi della pazzia del popolo italiano? Lo spiega il professore Vittorino Andreoli, famoso psichiatra, nel suo libro Ma siamo matti, proposto al pubblico al Salone del libro di Torino.

    Ciò che salta all’occhio è sicuramente la veste bonaria e sbarazzina con cui Vittorino Andreoli, famoso e stimato psichiatra, si presenta al pubblico televisivo e non. Se le sue apparizioni televisive suscitano simpatia e condivisione, è impossibile non accorgersi della sua grande capacità di trattare questioni pertinenti alla materia psichiatrica con grande comprensione, attenzione ed empatia. Lo spirito con cui affronta il dibattito gli permette di sintonizzarsi con il pubblico; ed è un atteggiamento vincente, come si può notare fin dalle prime battute dell’incontro al Salone del Libro di Torino, in cui, il 18 maggio, ha presentato il suo nuovo libro Ma siamo matti (Rizzoli): «Il titolo – ha rivelato – è na scelta degli editori, a me non interessano queste cose qua!».

    Dall’uno ai tanti.
    «Questa volta parlo del popolo italiano – ha spiegato Andreoli, in riferimento al libro –, a cui voglio bene anche se in questo periodo non ha un comportamento condivisibile. Mi sono posto il problema della possibilità di passare dal mondo del singolo al mondo dei tanti». Lo psichiatra si confronta con l’esperienza del paziente e la sua limitata dimensione, ma è più difficile considerare i problemi di un popolo. Guardando la storia, vi sono stati alcuni momenti in cui c’è stato un popolo italiano, composto da persone che avevano un modo di pensare condiviso. Da qui parte il lavoro di analisi di Andreoli.

    È indubbio come, in questo periodo di crisi economica ed esistenziale, il sentimento che domina il popolo italiano sia la paura, che produce preoccupazioni e malessere, lasciando spazio anche ad atteggiamenti patologici. Nella confusione si perdono i punti di riferimento e la paura non può che essere la reazione naturale a un momento drammatico. Andreoli sottolinea il fatto che la paura possa sfociare nel panico, e il risultato del panico è l’immobilismo. Del resto, secondo la sua esperienza da psichiatra, l’autore rileva un cambiamento del baricentro delle storie che è chiamato a valutare : le storie sono sempre meno individuali, coinvolgono sempre più gli aspetti della vita sociale ed economica e l’oggetto delle preoccupazioni sono esterne rispetto al soggetto. Da qui, l’esigenza di esaminare la collettività.

    I quattro sintomi.
    «Con questo libro mi sono proposto di analizzare i quattro sintomi che caratterizzano questo popolo italiano – ha spiegato –. C’è anche la possibilità di una piccola autoterapia. Mi sono offerto di andare a Palazzo Chigi per un mese, gratuitamente, ma non mi hanno risposto!». Il professore individua quattro sintomi principali, da cui poi si declina una serie di problematiche minori, a volte anche comiche. Noi italiani siamo masochisti contenti, animati da una pulsione distruttiva per cui proviamo gratificazione solo nella catastrofe. Siamo individualisti spietati, rifiutiamo l’Altro e l’importanza dell’insieme, trascurando che la vera realizzazione si ha nella gioia della condivisione e del noi. Siamo attori, amiamo recitare, siamo abili a raccontare ciò che non siamo e ci rifugiamo nel racconto distorto di noi. Abbiamo una fede incredibile che ci impedisce di cercare soluzioni e organizzare azioni efficaci, ma ci fa sperare continuamente in un intervento salvifico nel domani.

    La terapia.
    Ad Andreoli non resta che mettere in relazione i quattro sintomi, che espone con grande vivacità ed umorismo, nonostante l’argomento sia serio e gravissimo. Noi italiani viviamo in uno stato di amenza, di assenza di pensiero. Se alla demenza corrispondono deficit cognitivi, alla amenza corrisponde un mancato uso della materia grigia. Non esercitiamo più il dubbio, diamo tutto per scontato, aspettiamo “l’aiuto del santo di turno”, ricorriamo a certezze che non mettiamo mai in discussione. L’attento psichiatra ha già trovato una terapia per la nostra condizione, che certamente non è irreversibile, ma richiede impegno: «Io ho già una terapia, ovvero rimettere in moto il nostro cervello. È l’unico modo che abbiamo per riacquistare forza e uscire dalla crisi».

    Foto: giornalesentire.it

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    Federico Sanna

    Studente di Filosofia presso l'università di Torino. Appassionato di cinema, letteratura e arte. Impegnato da 5 anni nel volontariato nell'ambito del primo soccorso.

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