19 August 2017
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    Il cavallo che slega gli internati

    Il cavallo che slega gli internati è stato modificato: 2015-03-29 di Cecilia Russo

    Alto, blu e di cartapesta, Marco Cavallo, scultura equestre che viaggia per l’Italia, porta la voce dei detenuti rinchiusi negli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, una tragedia quotidiana.

    La storia di Marco Cavallo è una storia di diritti e libertà: 4418 km percorsi attraverso 16 città italiane per chiedere la chiusura degli OPG, gli Ospedagli Psichiatrici Giudiziari. La campagna di sensibilizzazione, condotta grazie al viaggio di un grande cavallo blu di cartapesta (chiamato “Marco Cavallo”, appunto), ha fatto sì che gli internati, tra il 2010 e il 2014, passassero da quasi 1500 a 730. Ora questa storia è diventata un film, Il viaggio di Marco Cavallo, con la regia di Erika Rossi e Giuseppe Tedeschi, presentato al 32° Torino Film Festival. Per il progetto è fondamentale Peppe Dell’Acqua, psichiatra basagliano che ha seguito la causa sin dall’inizio.

    Leggi l’intervista con Peppe Dell’Acqua »

    Il viaggio.
    Si inizia a pensare a questo progetto nel 2002 con il comitato STOPOPG, il viaggio si concretizzerà come campagna di sensibilizzazione sulla situazione dei manicomi criminali. È Marco Cavallo a condurre: da Trieste, dove riceve una medaglia e l’augurio del Presidente Napolitano, sfila per Torino, Genova e Livorno, dove s’imbarca per raggiungere Palermo. Poi Napoli, l’Aquila, Roma, Firenze e Milano. Entra nelle Facoltà per parlare agli studenti, incontra i Sindaci, i Presidenti di Senato e Camera e i cittadini, fa domande e cerca risposte, dà voce a quelli che non hanno mai parlato: gli internati. Entra negli OPG, varca i cancelli dei sei Ospedali Psichiatrici Giudiziari ancora in funzione: Barcellona Pozzo di Gotto, Aversa, Secondigliano, Montelupo Fiorentino, Reggio Emilia, Castiglione delle Stiviere. L’incontro con chi vive dentro svela la complessità, le insensatezze e le contraddizioni di questi luoghi.

    Gli ospedali psichiatrici giudiziari.
    Gli internati, i direttori, i volontari, accolgono Cavallo e il suo gruppo di viaggiatori: si parla, ma soprattutto si ascolta. Dentro gli OPG di Barcellona Pozzo di Gotto ed di Aversa, l’anacronismo delle strutture salta agli occhi del visitatore esterno: cemento armato, sbarre di ferro, cancelli automatizzati, definiscono il confine tra normalità e internamento. Le guardie in divisa, i medici in camice bianco, sono gli unici interlocutori in un complesso sistema di sicurezza dove il concetto di cura sembra lontano e dimenticato.

    Non è permesso parlare con gli internati oltre le sbarre: ad Aversa sono più di 170, ma solo una decina possono partecipare all’incontro. Nelle strutture di Secondigliano e Montelupo Fiorentino si respira un’aria più distesa, il rapporto tra le guardie e gli internati è più umano, ma l’insensatezza della burocrazia e i ritmi della vita all’interno restano ostacoli insormontabili.

    Ed ecco che il cavallo arriva a Roma, a Palazzo Madama, e nella piazza delle Cinque Lune incontra il Presidente del Senato, Piero Grasso. Ci sono tanti bambini delle scuole elementari, che affascinati dall’insospettata meraviglia e maestosità del cavallo, ascoltano Peppe che ne racconta la storia. All’Aquila, l’immagine del cavallo azzurro si staglia contro i muri puntellati di tubi innocenti. Ad aspettarlo c’è una gru, che lo accoglie con un inchino. Nel dialogo metaforico tra il cavallo e la gru, la città dell’Aquila si racconta: i cittadini hanno perduto la loro identità, sono smarriti e dispersi. Il centro storico è disabitato. «Non c’è più nulla – dice sconsolata la gru – e ormai gli aquilani sono proprio come quelle persone che tu, Marco Cavallo, stai incontrando!».

    A Reggio Emilia gli operatori penitenziari, i sindacati, fanno fatica ad aderire pienamente agli obiettivi del viaggio. Non sono convinti che i manicomi si debbano chiudere del tutto, che la contenzione si debba abolire e non sia necessaria la costruzione dei piccoli manicomi, i “mini OPG”. L’incontro nella sala delle riunioni è più difficile del solito. A Castiglione delle Stiviere, il direttore accoglie la comitiva con gentilezza. L’incontro con gli internati avviene in maniera spontanea nel bar dell’istituto.

    Il documentario.
    La pellicola segue il percorso del viaggio attraverso l’osservazione diretta del reale: l’esperienza umana che si consuma attorno all’animale di cartapesta è il cuore del racconto. Il montaggio, cronologico, segue un andamento onirico, a volte irreale, dove lo spettatore è continuamente invitato, nel rimando tra passato e presente, a pensare, a ricordare, a capire. È stato scelto di seguire l’energia del cavallo, senza peraltro inserire le scioccanti immagini della commissione Marino, uscite nel 2010.

    I registi hanno spiegato: «A unire il gruppo è stato il produttore Aldo Mazza, con cui è stata decisa la linea dell’osservazione e non della provocazione. Il documentario è stato fatto da sei persone e ognuno focalizzava l’attenzione secondo la propria sensibilità, ovviamente le decisioni venivano prese collettivamente. Peppe Dell’Acqua è stato incontenibile e fin da subito ci siamo resi conto che avevamo contenuti molto forti, che sono sempre difficili da affrontare e così abbiamo preso ogni decisione durante il viaggio e abbiamo aperto i microfoni durante le discussioni tra Aldo e Peppe». Questo film nasce per far riflettere le persone sui diritti che abbiamo e quelli che ci sono negati.

    Le difficoltà e gli aiuti durante il viaggio.
    «La battaglia più grande – ha spiegato Dell’Acqua – è stata riuscire ad entrare negli OPG, tutto il viaggio a livello logistico è stato possibile solo grazie alla coralità, a una rete che ci ha accolto. A Torino, per esempio, il gruppo è stato aiutato dalla CGIL». Il responsabile welfare della CGIL nazionale, Stefano Cecconi, racconta che è stato complicato far capire all’interno della CGIL cosa centrasse il sindacato (che dovrebbe essere un faro per creare le condizioni affinché i diritti si affermino) con questo progetto.

    Il cavallo è un messaggio di speranza: la sua imponente figura colora questi spazi di coraggio e nel film diviene metafora dell’incontro, ma anche delle contraddizioni tra il dentro e il fuori. All’esterno il cavallo è sempre in movimento: percorre chilometri in autostrada, vede piazze, vicoli, e strade piene di gente curiosa. Dentro è fermo, solenne, quasi fosse in ascolto, in attesa di un segnale di cambiamento, di rottura.

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    Cecilia Russo

    PhD Student presso l'Università degli Studi di Torino, ha insegnato per alcuni anni francese e materie in lingua francese presso alcuni istituti di istruzione secondaria. Francesista, è appassionata di letteratura e di viaggi.

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