30 May 2017
    Marlon Brando (fonte: tribunaitalia.it)
    Marlon Brando (fonte: tribunaitalia.it)

    Marlon Brando, ritratto di una leggenda

    Marlon Brando, ritratto di una leggenda è stato modificato: 2015-07-05 di Federico Sanna

    Il 1° luglio del 2004, all’età di 80 anni, moriva Marlon Brando, uno dei più grandi attori cinematografici di tutti i tempi. Una vita dedicata a Hollywood per soldi, come provocava.

    All’inizio di Apocalypse Now (1979), di F.F. Coppola, conosciamo il Colonnello Kurtz attraverso delle registrazioni su nastro. La sua voce fa eco a un malessere profondo, all’orrore che trafigge gli animi e rivolta le coscienze. La stessa guerra del Vietnam è oscura come gli antichi templi induisti inghiottiti dalle secolari foreste della penisola indocinese. Kurtz, che si è presentato come una divinità presso una tribù cambogiana, attende la sua morte fisica, una spedizione americana incaricata di stanarlo. Quando vediamo Kurtz sullo schermo, non distinguiamo più la realtà dall’incubo. La penombra si sovrappone alla figura del Colonnello, rivelandosi come l’estensione della sua anima corrotta e infranta.

    Marlon Brando è il Colonnello Kurtz. È perché il confine dell’interpretazione viene superato e l’attore diventa stato d’animo universale. Apocalypse Now è il cuore dell’inferno, la meta di un percorso tetro e impietoso. E quando un uomo perde la propria umanità, i suoi contorni subiscono una deformazione oscena e terribile. La grandezza del film è impreziosita da Brando, che rifiuta l’interpretazione e si abbandona alla vita, si fonde con essa e ne incarna le manifestazioni. Nell’immagine non ammiriamo l’attore, ma un uomo nella sua contingenza. Questo è uno dei più grandi successi di un attore, ovvero la sua capacità di trascendere il suo compito. E Marlon Brando rimarrà una stella anche quando Hollywood si spegnerà.

    Tra oro e pietra.
    L’instabilità, tra strepitosi successi cinematografici e grandi tragedie famigliari, caratterizza la vita di Marlon Brando, personalità ribelle e profonda. Paradossalmente, l’abilità che mostrava nel risolvere i problemi interpretativi non lo assisteva quando le difficoltà del quotidiano si facevano più stringenti. Dopo aver frequentato la scuola di recitazione The Dramatic Workshop, si occupa inizialmente di ruoli teatrali. L’esordio cinematografico avviene nel 1950 con Il mio corpo ti appartiene, in cui già manifesta una sensibilità artistica originale e interessata ai dettagli. Ma è dopo film come Un tram che si chiama Desiderio (1951) e Fronte del porto (1954) che ottiene successo e visibilità, consacrandosi come grande star di Hollywood. È proprio interpretando Terry Malloy, il celebre manovale di Fronte del porto, che vince il primo Oscar.

    Altri successi, da Bulli e pupe (1955) e Gli ammutinati del Bounty (1962), consolidano la sua figura di attore di talento e versatile. La corsa al vertice si arresta negli anni ’60, quando Marlon Brando inizia a collezionare fallimenti commerciali. I film cui si dedica sono promossi dalla critica, ma vengono bocciati dal pubblico. Tra Missione in Oriente (1963) e Queimada (1969), tutte le produzioni si rivelano di scarso interesse per il pubblico e la parabola artistica di Brando sembra rivolgersi definitivamente verso i basso. Con l’idea di abbandonare il Cinema, demotivato dai problemi scaturiti da una vita privata travagliata e dalla sequenza di sconfitte, conclude la carriera negli anni ’70 con tre pellicole di grande pregio: Il Padrino (1972), Ultimo tango a Parigi (1972) e Apocalypse Now (1979) sanciscono la conclusione del percorso di Brando nel Cinema.

    L’attore, il personaggio, l’uomo.
    «Girare un film è il mio passatempo, il resto del tempo è la realtà per me. Non sono un attore, e non lo sono stato per molti anni, sono un essere umano, spero interessante e intelligente, che occasionalmente recita». È indubbio che la particolarità creativa di Marlon Brando risieda nella sua predisposizione all’adesione alla realtà. Una competenza che gli ha permesso di interpretare, o meglio vivere, ruoli molto diversi tra loro. Se dopo averlo visto in Un tram che si chiama Desiderio viene spontaneo giudicarlo come una persona rigida e insensibile, in Apocalypse Now ne rimaniamo colpiti per l’eccesso di sensibilità, pur nella sua espressione più deteriore.

    Esiste un movimento biunivoco che lega Marlon Brando e i suoi personaggi. Biunivoco perché l’attore vive il personaggio, lo anima grazie alla complessità delle sue forme, e il personaggio condiziona l’attore, gli fornisce gli strumenti per essere compreso. Ed è in questo rapporto che si coglie la forza di Brando, che riqualifica la messa in scena, le dona la vita che l’intrusione del veicolo cinematografico le ha tolto. Ogni ruolo è una faccia della personalità complessa di Marlon Brando, ci si potrebbe domandare, vista la naturalezza con cui riesce ad eliminare la distanza che lo separa dal personaggio. E tutto ciò è la causa del suo declino.

    La coincidenza.
    La natura del rapporto suddetto si può indagare ponendo attenzione ad alcuni momenti della biografia di Brando. L’impegno politico e sociale, che lo ha portato anche a rinunciare all’Oscar del 1973, coerentemente con la scelta di appoggiare la causa dei nativi americani, si è tradotto, nell’ambito cinematografico, in un interesse vivace per i personaggi che potessero esprimere posizioni morali. In Missione in Oriente e Sayonara può alimentare il proprio impegno, proponendo le sue idee attraverso i personaggi, modellandoli sulla sua sensibilità.

    Ma la più grande fonte d’ispirazione è stata la vita privata e sentimentale. Tanti matrimoni e altrettanti divorzi. Tanti figli e addirittura il suicidio della figlia Cheyenne. Verso la fine degli anni ’70, probabilmente estenuato, inizia a ingrassare e ammalarsi. Le sue condizioni di salute si complicano fino al giorno della morte. Fronte del porto è una storia di redenzione e rivalsa sociale. E il giovane Terry Malloy, in fondo, coltiva ancora la speranza. Apocalypse Now tratteggia un tramonto in fiamme, un declino da cui non ci si può salvare. E Kurtz è una divinità defunta. Brando è stato Terry Malloy e poi è diventato Kurtz, in sovrappeso e alla deriva come il folle Colonnello. Quando Brando recita, si guarda allo specchio.

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    Federico Sanna

    Studente di Filosofia presso l'università di Torino. Appassionato di cinema, letteratura e arte. Impegnato da 5 anni nel volontariato nell'ambito del primo soccorso.

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