23 July 2017
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    Martin Luther King: 50 anni dopo il Nobel

    Martin Luther King: 50 anni dopo il Nobel è stato modificato: 2016-01-26 di Alessandro Porro

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    Il 10 dicembre 1964 il trentacinquenne Martin Luther King ritirava ad Oslo il premio Nobel per la pace. 50 anni dopo: il suo sogno, ripreso da Barack Obama, sembra essere rimasto tale. 

    Cinquant’anni fa, il 10 dicembre 1964, un trentacinquenne Martin Luther King ritirava dalle mani del re di Norvegia il premio Nobel per la pace diventando il più giovane ad essere insignito dell’alta onorificenza. Ai tempi non era consuetudine accompagnare al premio una motivazione e King venne premiato in quanto capo della Southern Leadership Christian Conference e attivista per i diritti civili.

    Un sogno che è rimasto tale?
    Soltanto l’anno prima Martin Luther King aveva pronunciato, davanti al Lincoln Memorial di Washington, il celeberrimo discorso che esordiva con «I have a dream»; parole che passeranno alla storia e diventeranno un manifesto della lotta per i diritti civili e l’uguaglianza, parole con cui King riaffermava principi inossidabili sanciti già nella Dichiarazione di Indipendenza del 1776 ma che l’uomo bianco sembrava aver dimenticato, soprattutto nei confronti delle minoranze. Ma oggi, a distanza di 50 anni da quel Nobel, che ne è del “dream” di Martin Luther King?

    È una riflessione che si impone anche alla luce dei recenti fatti e delle sentenze che hanno scagionato i due poliziotti bianchi rei di aver ucciso, negli Usa, al di fuori delle regole di procedura, Eric Garner e Michael Brown, cittadini afroamericani inermi e colpevoli solo di aver opposto resistenza ad un arresto. Come in quel 1963 la comunità afroamericana e quella parte di cittadini statunitensi che non guarda con disprezzo ai “neri” sono pronti a tornare in piazza e a marciare di nuovo su Washington per reclamare diritti e giustizia.

    Il cammino verso l’uguaglianza.
    Si, perché è vero che la situazione negli Usa è cambiata radicalmente per certi versi e sarebbe miope quanto da ipocriti non ammetterlo. Ai tempi di Martin Luther King i neri erano costretti a stare separati dai bianchi sugli autobus e quando una ragazza, Rosa Parks, si ribellò a questa segregazione scoppiò il finimondo. Esistevano scuole per bianchi e scuole per neri – chi volesse farsi un’idea, anche parziale del clima di quegli anni, potrebbe vedere il film “Il sapore della vittoria” con Denzel Washington – e la comunità afroamericana viveva confinata ai margini della società americana. Oggi molto è cambiato ma il cammino verso un’uguaglianza vera e propria appare ancora lungo.

    L’elezione del primo presidente afroamericano nella storia degli Stati Uniti sembrava aver ridato corpo e fiducia a quel sogno accarezzato da Martin Luther King ma così non è stato. Gli sforzi di Obama, anch’egli premio Nobel per la pace qualche anno fa, nella direzione di una maggiore uguaglianza non hanno sortito gli effetti sperati e il cammino verso una parità di condizione tra bianchi e afroamericani sembra ancora molto lungo e costellato di buche. Lo dimostrano proprio le sentenze che assolvono poliziotti sempre troppo lesti a premere il grilletto, se di fronte si trovano un afroamericano, e anche la crescita di movimenti suprematisti e nazionalisti come il Ku Klux Klan, che sembravano ormai incubi del passato. Al razzismo violento si aggiunge poi quello più subdolo, meno evidente per cui il tasso di disoccupazione tra i neri è sempre più alto di quello dei bianchi.

    Anche in Europa.
    E gli Usa non sono gli unici malati di razzismo. L’Europa messa in ginocchio dalla crisi ha riscoperto anch’essa oscuri retaggi di un passato nemmeno tanto remoto e che si credevano ormai chiusi a doppia mandata negli armadi della storia. Alcune forze politiche hanno puntato il dito contro lo straniero, il diverso sempre visto come pericolo e problema e mai come risorsa. È una reazione piuttosto scontata in tempi di crisi, quando è difficile per non dire impossibile prendersela con i veri responsabili ma decisamente più comodo credere ed abbandonarsi alla guerra tra poveri. In Francia la destra estrema ha conquistato ampie porzioni dell’elettorato giocando anche sulla xenofobia. Non è da meno l’Italia, dove la Lega Nord, smessi i panni del secessionismo e dell’odio per gli italiani del Sud ha diretto i propri strali contro rom e migranti. La recente rivolta di Tor Sapienza ha dimostrato che razzismo e xenofobia sono fenomeni in crescita e poco importa che quella sommossa sia stata orchestrata da chi poi sui campi rom e sui centri per migranti – si legga sulla pelle di disperati – faceva affari d’oro andando a braccetto con la politica romana.

    Sarebbe forse il caso, e non solo al di là dell’Oceano, di riprendere in mano quel discorso che rese celebre nel mondo ed immortale nella storia Martin Luther King e ripetere tutti insieme «I have a dream», perché molto resta ancora da fare e forse il mondo non può permettersi di sprecare altri 50 anni.

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    Alessandro Porro

    Giornalista dal 2007, laureato in giurisprudenza, ha collaborato per anni con un giornale torinese e con diverse testate online. Appassionato di Francia e questioni francesi in generale.

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