24 April 2017
    Mastroianni_divorzio_italiana

    Mastroianni, Italia senza tempo

    Mastroianni, Italia senza tempo è stato modificato: 2014-12-20 di Redazione

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    18 anni fa ci lasciava, a Parigi, Marcello Mastroianni. Il suo viso è scolpito nei ricordi di ognuno di noi.

    Sarà stato l’inizio degli anni Novanta: un giovanissimo me, nel bel mezzo di quell’inevitabile travaglio conosciuto come “scuole medie”, si accinge a pranzare con madre, padre e fratello minore, in una domenica qualunque di un qualsiasi mese. Probabilmente è primavera. Alla televisione inizia una commedia, che successivamente scoprirei definibile come “all’italiana”, casualmente intercettata dai miei genitori tra un tg e l’altro. La sorte vuole che sia Divorzio all’italiana, capolavoro del 1961 diretto dal maestro Pietro Germi. Il plot del film è noto a tutti, i suoi intenti satirici pure. Il delitto d’onore come via di fuga del maschio italico. La barbarie di un Paese che in pieno boom economico guarda al benessere,  alla modernità, al futuro ma che, nei fatti, tiene i piedi ben saldi nel Medioevo e nella retorica più retriva. Niente colori, solo un bianco e nero abbacinante che sa di soffocante calura estiva e sole a picco. Meschinità e pochezze di una nazione profondamente provinciale rappresentate in modo beffardo e grottesco.

    Incuriosito e frastornato dall’inattesa visione, vivo una vera e propria epifania. Davvero si può ridere di certe cose? Protagonista di questa satira graffiante è Marcello Mastroianni, volto per me nuovo ma di cui avevo sentito parlare, che fa la sua comparsa nei panni del flemmatico barone Fefè Cefalù, capelli impomatati, baffetti impeccabili, moglie petulante e grassa che detesta più di ogni cosa al mondo. A fargli perdere il proverbiale distacco (oltre che la testa), è la cugina sedicenne Angela, una Stefania Sandrelli fresca d’esordio che fa ancora strabuzzare gli occhi oggi, perfetta nei panni della lolita sicula. A catturare la mia attenzione è la perfezione di Mastroianni nel ruolo del nobile: i tic ridicoli, il misto di pigrizia e ennuì con cui affronta la vita, i modi compassati che celano appetiti carnali incontrollabili e distruttivi, la sicurezza in sé dettata dall’appartenenza allo status quo, gli atteggiamenti ipocriti. A servirlo una sceneggiatura di ferro che vincerà l’Oscar nel 1963. Le visioni successive accresceranno la mia convinzione che si tratti un film unico, che deve molto all’attore romano.

    Passano gli anni e il me di cui sopra cresce e, purtroppo per lui, si appassiona al cinema, molto probabilmente anche per causa di Divorzio all’italiana. Inevitabile giunge 8 ½ di Federico Fellini. Uno spartiacque in quello che pensavo di poter vedere sul grande schermo e che so che non potrò più vedere, perché oltre è difficile andare. Ancora una volta un uomo che tutti credono essere grande, che tutti rispettano ma che in realtà è un nodo di difetti, bassezze, egoismi e insicurezze. Ancora una volta il maschio italico viene messo alla berlina. Ancora una volta i desideri e le frustrazioni di chi vorrebbe sempre una donna nuova al suo fianco perché, come gli dice Claudia (Cardinale), la ragazza della fonte, «non sa voler bene». Ancora una volta Marcello Mastroianni che prende un personaggio, lo studia, se lo cuce addosso e lo cuce addosso ad un intero popolo. Gli occhiali da sole e gli eleganti completi che sfoggia in tutto il film contano poco, quella è roba buona per gli stranieri col mito dell’Italia come terra del bello. Quello che conta è Guido Anselmi/Federico Fellini, egoista e mammone, bugiardo e infelice, che Mastroianni rende umano e fa capire quanto sia come tutti noi. Perché sa che noi siamo come lui. E noi dobbiamo essergliene grati.

    A novant’anni dalla nascita e a diciotto esatti dalla morte, ricordare Marcello Mastroianni non può che essere questo: avventurarsi in un labirinto di ricordi personali, che ognuno di noi porta irrimediabilmente legati alle pellicole che uno dei più grandi attori italiani di tutti tempi ha contribuito a plasmare con le sue interpretazioni. E serve a poco enumerare i premi o i riconoscimenti, che certo non gli sono mancati: quello che è importa davvero è quello che ha rappresentato. Per ognuno di noi.

    Marco Petrilli

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