28 April 2017
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    Medz Yeghern: ricordando il genocidio degli armeni

    Medz Yeghern: ricordando il genocidio degli armeni è stato modificato: 2016-01-26 di Davide Gambaretto

    Il 24 aprile 2015 si commemora il centenario del Medz Yeghern, il genocidio armeno; una tragedia che si compì per opera dell’Impero Ottomano. Purtroppo, ancora oggi, la Turchia nega si sia trattato di “genocidio”.

    Gli armeni lo chiamano Medz Yeghern, il “grande crimine” ed è il termine con cui ci si riferisce all’epoca dei massacri e delle deportazioni subiti dal popolo armeno, avvenuti in Turchia tra il 1915 e il 1916. Le uccisioni cominciarono nella notte tra il 23 e il 24 aprile 1915, quando furono eseguiti i primi arresti tra l’élite armena di Costantinopoli. Proprio il 24 aprile è divenuto il giorno in cui si ricorda questa immane tragedia, orchestrata dall’Impero Ottomano.

    Il “primo” eccidio armeno.
    Per capire bene il senso e le motivazioni di quanto accaduto un secolo fa, abbiamo prima bisogno di una piccola digressione storica, tornando alla fine del 1800. L’Impero Ottomano, guidato dal sultano Abdul Hamid II, mostrava profondi segni di decadenza ed era preoccupato per le numerose spinte autonomiste che provenivano dalle minoranze etniche che abitavano l’Impero. Tra queste c’era anche la comunità cristiana armena, che aspirava all’indipendenza, appoggiata dalla Russia. L’obbiettivo della Russia, infatti, era quello di indebolire l’Impero Ottomano per riuscire a strappargli diversi territori e conquistare Costantinopoli. Per evitare questa possibilità, il governo ottomano incoraggiò tra la popolazione curda (gruppo etnico che popolava anch’esso il territorio dell’Armenia) sentimenti di odio anti-armeno, che esasperandoli, portarono gli stessi Armeni alla rivolta. Grazie a questo pretesto, a partire dal 1894, il governo poté iniziare una persecuzione che, in due anni, fece circa 50.000 vittime.

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    La mappa della deportazione, realizzata dal Centro Studi Armeno nel 1965 (clicca per ingrandire).

    Medz Yeghern, il “grande crimine”.
    Si arriva, così, al 1915. Al governo dell’Impero Ottomano – fin dal 1908 – c’erano i Giovani Turchi, movimento politico ispirato dalla mazziniana Giovine Italia, costituito allo scopo di trasformare l’Impero in una monarchia costituzionale, animata tuttavia da un forte nazionalismo. Il governo dei Giovani Turchi creò organizzazioni mirate al controllo delle minoranze, su tutte quella armena, poiché temevano che gli armeni si sarebbero alleati ancora una volta con i Russi, per inseguire il grande sogno di ottenere uno Stato indipendente. Infatti, vari gruppi di rivoluzionari armeni si erano offerti di provocare rivolte alle spalle dell’esercito turco, nel momento in cui le truppe russe fossero giunte in Anatolia.

    Come già scritto in precedenza, nella notte tra il 23 e il 24 aprile si assistette all’arresto degli intellettuali armeni di Costantinopoli. Questa operazione continuò nei giorni successivi: in circa un mese più di mille armeni – tra poeti, studiosi, scrittori e politici – furono deportati verso l’interno dell’Anatolia e massacrati. I Giovani Turchi, con l’intento di creare uno stato unicamente turco, approvarono una legge che autorizzava le deportazioni di sospettati, «per motivi di sicurezza interna». In queste “marce della morte”, che coinvolsero circa 1.200.000 persone, centinaia di migliaia di armeni morirono per fame, malattia o sfinimento. Secondo lo storico polacco Raphael Lemkin si è trattato del primo episodio in cui uno stato pianificò ed eseguì sistematicamente lo sterminio di un popolo, sebbene il giornalista canadese Gwynne Dyer, e altri come lui, mantengano una posizione leggermente differente.

    Il negazionismo turco.
    Domenica 12 aprile, Papa Francesco ha ricordato il Medz Yeghern, descrivendolo come «il primo genocidio del XX secolo». Questa definizione ha causato una furibonda reazione da parte della Turchia. Il governo turco, infatti, continua a contestare il riconoscimento formale del genocidio, sostenendo che le uccisioni compiute dall’Impero Ottomano furono una risposta all’insurrezione degli armeni e alla necessità di difendere le proprie frontiere. Nella lingua turca si parla ancora di “deportazione” o di sözde, cioè “cosiddetto”. Non solo, parlare di “Genocidio degli armeni” è considerato un attentato all’unità nazionale, un reato punibile con la reclusione da sei mesi a due anni. Per averlo fatto, molti intellettuali e letterati turchi hanno dovuto subire processi, sono stati condannati e alcuni sono stati anche costretti l’esilio. Nel 2005 Orhan Pahmuk, premio Nobel per la letteratura, ha rischiato di essere incriminato per questo motivo. Nello stesso anno il giornalista Hrant Dink è stato condannato a sei mesi di reclusione.

    Proprio questo colpisce, quando si parla della tragedia armena: non è solo l’entità dei morti – le cui stime degli storici vanno dai cinquecentomila ai due milioni – ma l’ostinazione con la quale la Turchia, ancora oggi, non vuole sentirne parlare. Una posizione particolarmente problematica dato che sono ancora in corso i trattati per l’adesione della Turchia all’Unione Europea e che, proprio la “questione armena”, provoca vistose frizioni. La Francia, ad esempio, considera come reato non riconoscere il genocidio armeno. Anche la Camera dei Deputati italiana, il 17 novembre 2000, ha votato una risoluzione che invita la Turchia a fare i conti con la propria storia. Pare addirittura pleonastico sottolineare che, se la Turchia intende ancora aderire all’Unione Europea, dovrà incominciare ad assumersi le proprie responsabilità di fronte alla comunità internazionale.

    In copertina: particolare del quadro “Genocidio” di Francis Brooks-Zarian.

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    Davide Gambaretto

    Storico dell’arte, curatore indipendente e scrittore. I suoi precedenti impieghi in ambito artistico includono Artissima Fair, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Attitudine Forma. Musicologo a tempo perso, è appassionato di letteratura, cinema, graphic novel e pallacanestro. Gestisce il blog musicale "La Lira di Orfeo" e realizza laboratori didattici di arte e scrittura per scuole elementari e medie.

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