20 September 2017
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    Meredith, quel DNA che non prova

    Meredith, quel DNA che non prova è stato modificato: 2015-03-30 di Ludovico Astengo

    L’assoluzione di Amanda Knox e Raffaele Sollecito, per l’omicidio di Meredith Kercher, apre riflessioni sul rapporto tra processi e scienza.

    Qualche tempo fa si discorreva dell’opportunità di prevedere tre gradi di giudizio per ogni singolo processo; di come questa possibilità avesse cause dirette sull’aumento dell’arretrato e sulla lentezza della giustizia italiana; su come però nei ‘casi limite’, in quelli più complessi e confusi, una revisione delle decisioni fosse in qualche modo auspicabile.

    La storia.
    Il delitto di Perugia è un tipico caso di processo in cui tale complessità ha messo a dura prova il sistema di checks and balances, di pesi e contrappesi, di cui il processo si dota per evitare un eccessivo squilibrio, sia nel senso del decisionismo più sfrenato, sia della ricerca della verità come ragione sufficiente per continuare le indagini all’infinito.

    Meredith Kercher, studentessa inglese di 22 anni in Erasmus in Italia, viene trovata morta nella sua stanza il 1° novembre 2007; ad ucciderla una ferita da coltello alla gola. Le indagini portano a indicare, come principali sospettati, l’amica Amanda Knox, americana di Seattle, e il suo fidanzato Raffaele Sollecito, ingegnere pugliese di 24 anni, oltre a Rudy Guede, originario della Costa d’Avorio, le cui tracce biologiche vengono trovate sul luogo del delitto.

    Processo e scienza.
    Da quel 2007 ha inizio per i due ragazzi un percorso processuale tortuoso (Guede viene condannato a 16 anni con rito abbreviato a una velocità quasi allarmante), composto di una prima condanna, un’assoluzione in Appello, un annullamento in Cassazione, una seconda condanna in Appello, e l’ultima sentenza di Cassazione. Le difficoltà che i giudici hanno incontrato nella loro decisione sono evidentemente molte. Infatti dal punto di vista probatorio il processo è stato costellato di limiti, che hanno sicuramente complicato la ricerca della verità. La colonna portante dell’intero procedimento è composta dalle tracce di DNA dei tre indagati presenti sull’arma del delitto, sul famoso gancetto del reggiseno di Meredith e in generale nella stanza della ragazza.

    La questione si può quindi tentare di ridurre, con rischio di semplificazione, alla seguente: se una prova “scientifica” (una prova ottenuta tramite un metodo di ricerca riconosciuto dalla comunità scientifica di riferimento, in questo caso i genetisti) possa, in effetti, essere talmente forte da superare il limite del ragionevole dubbio.

    La fiducia nel test del DNA.
    La cultura giuridica italiana tende ad avere ancora un approccio molto fideistico nei confronti di questo tipo di prova, quasi che l’impiego di tecnologie avanzate e procedimenti di laboratorio sia di per sé garanzia di validità del risultato; dal punto di vista scientifico, in realtà, la situazione è ben più complessa. Dal 1985, anno di ‘invenzione’ dei primi metodi di lettura del DNA, la disciplina si è evoluta enormemente, fino a permettere di ottenere un grado di specificità del dato di sei volte superiore con una quantità di cellule fino a un milione di volte inferiore; ciò non toglie, però, che in numerosissimi casi il test del DNA non riesca ad essere risolutivo.

    Si immagini di confrontare due diversi set di carte poste in sequenza su un tavolo. Se il DNA è sufficiente, appariranno due mazzi identici; se invece il DNA prelevato non è abbastanza, nel mazzo corrispondente appariranno delle differenze, ossia carte mancanti, carte tagliate a metà, carte in più (il cosiddetto dropout allelico, o perdita di caratteri genetici). Insomma, non ci sarà una corrispondenza perfetta.

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    Raffaele Sollecito (theguardian.com)

    Il ruolo dei periti.
    Ecco che allora entra in gioco l’interpretazione del perito. Il tecnico di laboratorio è colui al quale il giudice chiede di dare una risposta; e questi dovrà darne una, tenendo conto dell’alta considerazione della sua opinione, nonché delle enormi conseguenze che la sua risposta potrà avere. Il problema è proprio che troppo spesso ci si rivolge al perito con atteggiamento di cieca fiducia, come se la sua risposta possa essere salomonica e risolutiva, solo perché viene da un “esperto”. Ma il procedimento scientifico è fallibile, e soprattutto falsificabile, e in questo caso rischia di non essere affatto risolutivo. Nella comunità scientifica non c’è alcun consenso su come approcciarsi a questo particolare tipo di prova genetica, visto che alcuni ne garantiscono, a certe condizioni, l’affidabilità, mentre altri negano questa possibilità.

    Cosa spetta al giudice.
    Che fare allora? Come evitare il rischio che il processo penale diventi teatro di continui colpi di scena e ribaltamenti di decisioni? Il giudice ha, in questo caso, un ruolo fondamentale. L’aiuto che chiede (come è previsto dalla legge) ad esperti di materie sulle quali egli non è sapiente non va mai inteso come un totale affidamento alla loro conoscenza. Colui il quale, alla fine, dovrà emanare la sentenza deve comportarsi, recita uno dei troppi detti latini, come peritus peritorum, come esperto capace di garantire l’affidabilità del metodo scientifico utilizzato dal perito, tramite il controllo della sua effettiva accettazione presso la comunità scientifica di riferimento. Solo in questo modo potrà svolgere il suo ruolo e garantire che il processo sia effettivamente in contatto con la realtà scientifica.

    Nel delitto di Perugia questo atteggiamento è forse in parte mancato. L’assenza di una sufficiente attenzione dei giudici italiani all’aspetto (vitale) dell’aggiornamento professionale ha portato a compiere numerosi errori, e il cronico ritardo nel dibattito sull’utilizzabilità di nuovi metodi scientifici rispetto ai loro colleghi americani ha spinto costoro a inondare di critiche il numero e il contenuto delle sentenze che si sono succedute nel caso, quasi che «in America, una cosa del genere non sarebbe mai accaduta» (ma a ben vedere, di errori se ne commettono eccome, anche oltremare).

    Aprire una riflessione.
    La sentenza definitiva di assoluzione pronunciata ieri conferma che il problema esiste: citando l’articolo 530 comma 2 del Codice di procedura penale, i giudici assolvono perché «manca, è insufficiente o è contraddittoria la prova che il fatto sussiste»; essi scelgono una strada, e riconoscono, dunque, che la prova genetica non basta. Al di là del verdetto definitivo, c’è da auspicare che questo caso sia servito da banco di prova per future e migliori applicazioni del metodo scientifico al processo, e da spinta irresistibile ad avviare una seria e continua discussione sull’utilizzo e sul peso effettivo delle prove scientifiche nel processo penale.

    In copertina: Amanda Knox (huffingtonpost.co.uk)

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    Ludovico Astengo

    Laureando in giurisprudenza presso l'Università di Torino; già Presidente del Consiglio degli Studenti dell'Università, ora rappresentante degli studenti in Senato Accademico. Appassionato di diritto, montagna e musica.

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