26 May 2017
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    Migranti, un grande affare per le mafie

    Migranti, un grande affare per le mafie è stato modificato: 2014-12-10 di Paolo Morelli

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    La “carovana” riapre il dibattito sullo sfruttamento mafioso dei migranti. Ne abbiamo parlato con uno degli organizzatori, Gianfranco Crua.

    «Abbiamo incontrato una parte di Italia che resiste, con difficoltà maggiori al Sud rispetto al Nord». Esordisce così Gianfranco Crua, presidente dell’Associazione Sur, che da anni si occupa dell’America Latina, ma soprattutto uno degli organizzatori della Carovana migranti. L’iniziativa, tra il 22 novembre e il 6 dicembre, ha attraversato l’Italia ripercorrendo le tappe toccate abitualmente dai migranti che sbarcano a Lampedusa e si spostano verso il Nord dell’Europa, alla ricerca di fortuna, di pace e di futuro.

    Cosa succede al Sud.
    «Ha funzionato tutto meglio del previsto durante i nostri spostamenti
    – ha spiegato Crua –, c’è stata una consistente risposta di pubblico, forse anche perché abbiamo fatto delle cose estremamente interessanti. In molte zone, soprattutto al Sud, abbiamo incontrato collettivi e parrocchie che resistono al crimine, dove chi parla dei diritti dei migranti contro lo sfruttamento delle mafie viene additato». Crua ha raccontato un episodio emblematico, avvenuto a San Gervasio, tra Basilicata e Puglia, dove è stato riaperto un CIE, costato 3 milioni di euro. La carovana, insieme ad altre associazioni, ha dato vita a un corteo di protesta per la città. «Le persone ci guardavano male – ha rivelato Crua – e, addirittura, alla fine della manifestazione si sono presentate da noi due persone per chiederci spiegazioni riguardo alle nostre idee. Dopo abbiamo scoperto che uno di loro era un caporale».

    Gli italiani migrano di nuovo all’interno del Paese.
    Emerge un nuovo flusso migratorio che sta attraversando l’Italia, ma che resta ancora invisibile. Come negli anni ’50 e ’60, le persone si stanno nuovamente spostando all’interno del Paese, dal Sud al Nord, con la differenza che nell’immediato Dopoguerra c’era molto più lavoro. «Niscemi, dove c’è il Muos – ha commentato Crua – perde 100 abitanti al mese, la gente ha paura di vivere lì con i bambini e i prodotti del paese, all’esterno, non si vendono più per paura che siano contaminati». La mancanza di un’alternativa spinge le persone a emigrare, una situazione che accomuna – con le dovute proporzioni – italiani e stranieri. Ma c’è un’altra condizione che preoccupa molto Gianfranco Crua, e non solo lui, e che si sta verificando in Campania, a Casal di Principe, ex quartier generale della camorra: «Lì e a Villa Literno la Magistratura ha sgominato i casalesi, ora a Casal di Principe c’è un sindaco antimafia. Ma la verità è un’altra, prima la camorra dava un salario minimo garantito, lo Stato no, prima o poi le persone, senza reddito, cadranno di nuovo in quel ricatto». Il punto è che sono i soggetti economicamente e socialmente più deboli a diventare facili prede della criminalità organizzata, senza un argine dello Stato è molto semplice che accada.


    «Il business dell’accoglienza è un affare gigantesco
    – ha aggiunto Crua – e quello che sta venendo fuori a Roma è una cosa che già, purtroppo, si sapeva. Il passo successivo è che questo gigantesco affare finisca nelle mani dei “network” della criminalità organizzata. Faccio un esempio: da poco è stata arrestata a Catania un’intera banda di eritrei che organizzava in modo scientifico il passaggio dalla Libia alla Svizzera per 3500 euro. Possiamo pensare che agissero da soli senza l’aiuto di italiani? La direzione di queste operazioni è tutta nelle mani della ‘ndrangheta e della mafia».

    Il pubblico e i media in Italia.
    Ma qual è la reazione del pubblico quando, durante iniziative come la carovana, vengono raccontate queste storie? Crua è pessimista: «Al grande pubblico queste storie non arrivano nemmeno. Siamo stati seguiti da giornalisti spagnoli, statunitensi, venezuelani e tedeschi, quasi nessun italiano. Inoltre agli incontri che abbiamo fatto si presentavano persone già convinte, già sensibilizzate». Sulla mancanza di sensibilità del pubblico italiano, che pare “anestetizzato” di fronte a questioni di un certo spessore, spicca l’effetto dei giornali. «Io penso scientificamente – ha rivelato Crua – che i nostri media siano pieni di dibattiti che si svolgono solo all’interno del ceto politico, le notizie sui migranti escono solo quando si tratta di cronaca, poi tutto si dimentica e torna a dominare l’ossessiva campagna contro la presunta “invasione”».

    L’associazionismo come risorsa.
    Come uscire da questa impasse? «In Messico – racconta il presidente di Sur –, che abbiamo utilizzato come modello per la nostra carovana (con ospiti e “testimonial” messicani, ndr), hanno resistito allo sfruttamento dei migranti rischiando la vita, qualcuno di quelli che si batteva contro le mafie è stato anche ammazzato. L’unica possibilità è mettere insieme le persone. In Italia? Abbiamo notato che la Chiesa, con le singole parrocchie, è sempre presente, inoltre abbiamo fatto un incontro con la Cgil nazionale in Puglia, probabilmente il sindacato che segue maggiormente la situazione dei braccianti. Loro hanno un progetto insieme ai valdesi per dare ospitalità ai migranti, quella è una speranza». La voglia c’è, le risorse un po’ meno, ma il dibattito, per ora, non ha toccato il nocciolo della questione immigrazione, cioè l’organizzazione dell’accoglienza, se non dal punto di vista ideologico della “difesa dall’invasione”, una posizione che fa il gioco delle mafie.

    Foto: notia.it

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    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

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