28 February 2017
    tribunale

    ‘Ndrangheta in Piemonte, chiesti 609 anni di carcere

    ‘Ndrangheta in Piemonte, chiesti 609 anni di carcere è stato modificato: 2015-03-09 di Paolo Morelli

    Il processo Minotauro arriva in Appello: il pg ha chiesto 609 anni di carcere per 63 imputati, accusati di far parte della ‘ndrangheta o aver fatto affari con essa.

    In Piemonte si continua a parlare di ‘ndrangheta. La scorsa settimana, la Corte di Cassazione ha confermato le condanne per il processo Albachiara, che hanno sancito giuridicamente l’esistenza di una “locale” nel Basso Piemonte, con relazioni tra la Liguria e la “casa madre” in Calabria. Oggi, invece, il pg della Corte di Appello di Torino, Antonio Malagnino, ha chiesto 609 anni di carcere per 63 imputati nell’ambito del processo Minotauro. Spiccano, tra questi, l’ex sindaco di Leinì, Nevio Coral (chiesti 10 anni di carcere), l’ex segretario comunale di Rivarolo, Antonino Battaglia (7 anni anziché 2) e il boss Rosario Marando (15 anni).

    La dinastia Coral a Leinì.
    Il Comune di Leinì, che si trova a pochi km da Torino, è stato governato in amministrazione straordinaria dal 2011 al 2014, causa precedenti infiltrazioni mafiose. Fu proprio l’inchiesta Minotauro a travolgere l’amministrazione comunale, allora retta dal figlio di Nevio Coral, Ivano, che fu costretto alle dimissioni a seguito dell’arresto di suo padre. Quella dei Coral aveva assunto, nel corso degli anni, la forma di una dinastia, che su Leinì e dintorni esercitava un’influenza politica molto forte. Coral padre fu arrestato perché, secondo le indagini, aveva fatto eleggere il figlio grazie ai voti della ‘ndrangheta, secondo un sistema tipico della criminalità organizzata che stringe solidi rapporti di scambio con la politica. Il Comune di Leinì fu sciolto dal Consiglio dei Ministri il 23 marzo 2012. Dal 9 giugno 2014 è tornato ad avere una propria amministrazione con il nuovo sindaco, Gabriella Leone.

    Rivarolo come Leinì.
    Situazione simile anche per Rivarolo Canavese, a circa una trentina di km a nord di Torino, il cui ex segretario generale, Antonino Battaglia, finì in manette per voto di scambio, questione che riguardava – non direttamente – l’allora sindaco Fabrizio Bertot, che però non risultava coinvolto. Il Comune fu sciolto per infiltrazione mafiosa nel 2012, sempre per decisione del Consiglio dei Ministri, e dal 2014 ha di nuovo un sindaco, Alberto Rostagno. Tra Leinì e Rivarolo, stando a quanto emerso dal processo, la ‘ndrangheta affonda radici molto forti al punto da aver vissuto vere e proprie faide tra clan rivali, con agguati e omicidi nella più tipica ed efferata delle tradizioni mafiose e che, agli inizi, hanno faticato ad essere ricondotti alla criminalità organizzata.

    Il clan Marando.
    Rosario Marando, invece, è uno degli esponenti di punta del clan dei Marando, uno dei più affermati nella ‘ndrangheta piemontese, con stretti legami in Calabria e un forte radicamento sul territorio regionale, con interessi anche a Torino. Dopo l’arresto, fu scarcerato nel 2013 e arrestato nuovamente sei giorni fa, a Roma, nell’ambito di un sequestro di persona relativo all’ennesima faida tra clan. La famiglia Marando fu denunciata da Maria Stefanelli, sorella di un esponente del clan di Varazze ed ex moglie di Francesco Marando, le cui dichiarazioni contribuirono alla nascita dell’inchiesta Minotauro. L’anno scorso, Maria Stefanelli ha pubblicato un libro scritto con Manuela Mareso, direttrice di Narcomafie, dal titolo Loro mi cercano ancora. La testimonianza della donna, infatti, aiutò gli inquirenti a ricostruire diversi legami e rituali diffusi sul territorio piemontese, soprattutto tra Rivarolo e Volpiano, e mettendola in una posizione rischiosa, soprattutto dopo la scarcerazione di Rosario Marando. Oggi vive sotto protezione.

    Conoscere la ‘ndrangheta per combatterla.
    La sterzata giuridica delle ultime settimane conferma l’incredibile radicamento della ‘ndrangheta in Piemonte che, soprattutto nei paesi di provincia, ha attecchito con forza anche tra alcuni esponenti politici. Un radicamento che non può più essere negato. Il processo Minotauro rappresenta una scossa al Nord Italia, che da un giorno all’altro si è accorto di avere la mafia dentro casa ma, nonostante questo, ha continuato a far finta di niente per lungo tempo. Le condanne definitive della scorsa settimana e quelle di oggi (per ora solo richieste) sono importanti per il riconoscimento di questa realtà: primo passo necessario per arrivare alla sconfitta delle mafie.

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    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

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