25 November 2017
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    ‘Ndrangheta al Nord, se ne parli di più

    ‘Ndrangheta al Nord, se ne parli di più è stato modificato: 2015-03-06 di Paolo Morelli

    La storia di Maria Stefanelli, ora nel libro-intervista di Manuela Mareso, riporta l’attenzione sulla ‘ndrangheta al Nord, tutt’altro che un caso di cronaca.

    La ‘ndrangheta in Piemonte è una realtà provata che spesso vieene ridimensionata nelle cronache, ma che invece è oggetto di numerose inchieste giudiziarie, le quali hanno portato alla luce un fitto e organizzato reticolo di rapporti e interessi che affondano le proprie radici soprattutto nell’alta provincia di Torino, tra la prima cintura Nord e il Canavese. Ma le occasioni per tornare a parlare delle mafie al Nord non sono soltanto i casi di cronaca che riempiono i media per qualche settimana prima di scomparire, ci sono anche le storie delle persone che fanno parte delle organizzazioni criminali e che, a un certo punto, decidono di uscirne, con tutti i problemi del caso.

    Testimonianze concrete delle mafie al Nord.
    La storia di Maria Stefanelli è emblematica. Testimone di giustizia contro la ‘ndrangheta in Piemonte, in quanto ex membro (suo malgrado) della famiglia ‘ndranghetista Marando, a partire dal 1998. Ancora oggi vive sotto protezione in una località segreta dopo aver denunciato i propri famigliari per proteggere sua figlia, testimoniando contro di loro al processo per l’operazione “Minotauro” ed entrando, a seguito di minacce, nel programma di protezione. Manuela Mareso, direttrice di Narcomafie, il mensile prodotto dal Gruppo Abele, l’ha intervistata in un libro, Loro mi cercano ancora, pubblicato da Mondadori. L’opera è stata presentata tre giorni fa all’Istituto “A.Avogadro” di Torino, durante un incontro organizzato dal libraio Rocco Pinto. La pubblicazione di questo libro riaccende l’attenzione sul tema della ‘ndrangheta al Nord, perché non è vero che le mafie, nell’Italia settentrionale, non ci sono, anzi.

    Risale al 13 ottobre scorso, infatti, l’ultimo arresto conseguente alla nota operazione Minotauro: a Cuorgnè, i Carabinieri hanno arrestato Nicodemo Camarda, 74 anni, con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso e indebito utilizzo di carte di credito, dovrà scontare ancora due anni di reclusione presso il carcere di Ivrea. Camarda è considerato uno degli affiliati alla locale di Cuorgnè, cellula della ‘ndrangheta che faceva capo a Bruno Iaria, condannato a 13 anni di reclusione un anno fa. Nella stessa sentenza, Camarda fu già condannato a 5 anni e 2 mesi. La questione quindi è di strettissima attualità, sebbene trovi poco spazio sui giornali, a parte quelli iper locali.

    Come ci sono arrivate e come sono distribuite.
    La presenza della criminalità organizzata nel Nord Italia è attestata e provata da diverse carte processuali, se ne fa risalire l’arrivo a circa sessant’anni fa. L’istituto del “soggiorno obbligato” al Nord di diversi capimafia, utilizzato come punizione accessoria per tagliare i ponti con le cosche locali, fece sì che diversi affiliati si trasferissero al Nord per star vicino ai propri capi. In questo modo, le mafie si sono rese conto delle potenzialità economiche del Nord Italia e lo hanno raggiunto in poco tempo. Le mafie hanno potuto investire in poco tempo grandi quantità di denaro nell’edilizia, ma anche nello spaccio di droga e nella prostituzione.

    Stando all’ultima relazione della Direzione nazionale antimafia sulla Lombardia, la ‘ndrangheta è organizzata in 15 “locali” (rami della ‘ndrangheta che comprendono più famiglie della stessa zona) che contano circa 500 affiliati. La capacità di penetrazione dell’organizzazione ha permesso alla ‘ndrangheta di attecchire molto bene nel territorio, dando luogo a una vera e propria colonizzazione. Come scrive Ticino On Line, «Analoga la situazione in Piemonte, territorio che, proprio per la presenza di fortissime infiltrazioni di ‘ndrangheta, è in grado di sopportare il peso della gestione di importanti latitanti».

    L’informazione come mezzo per combatterle.
    Per tornare al libro di Manuela Mareso e Maria Stefanelli, «l’opera accende la luce sulla ‘ndrangheta al Nord e nella Provincia di Torino – ha spiegato Maria José Fava, coordinatrice di Libera Piemonte, durante la presentazione di tre giorni fa – anche perché nonostante le operazioni come Minotauro continuino ad andare avanti, manca l’informazione che dovrebbe esserci. Continuano a esserci superficialità e sottovalutazione». L’informazione è invece la prima arma per diffondere la cultura dell’antimafia, permettendo così alla cittadinanza di assolvere al proprio primo compito: la conoscenza. Ma soprattutto è necessario parlare di ciò che continua ad accadere.

    Tra Piemonte e Lombardia, la ‘ndrangheta è forte e colpisce soprattutto l’ambiente dell’edilizia (maggiormente in Lombardia). La nuova operazione Quadrifoglio, condotta a Milano da Ilda Boccassini, ha messo le manette, il 27 ottobre, a 13 persone. Un mese fa, invece, sono state condannate a Torino cinque persone, per un totale di oltre 40 anni di carcere, nell’ambito dell’operazione Hybris che indaga sui legami ‘ndranghetisti tra la Calabria e la Valle d’Aosta. Gli inquirenti hanno riferito di «una gestione territoriale che arriva direttamente dalla Calabria».

    Questi sono solo gli ultimi esempi in ordine cronologico, ma moltissimi casi di questo genere non vengono portati alla conoscenza del pubblico o non vengono considerati eventi di mafia, quando invece avvenimenti simili al Sud sono subito identificati come azioni compiute dalla criminalità organizzata.

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    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

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