28 April 2017
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    Newton, il Vangelo secondo Matteo e Pasolini

    Newton, il Vangelo secondo Matteo e Pasolini è stato modificato: 2015-05-30 di Paolo Morelli

    Al Torino Jazz Festival arriva James Newton, con la “Passione secondo Matteo” in musica. Tra i suoi ispiratori c’è anche Pasolini.

    Pasolini e il jazz, un connubio forse inimmaginabile, ma che per James Newton è la cosa più naturale che possa esistere. Compositore e flautista, californiano, classe 1962, drealocks grigi che scendono dalla testa lungo le sue enormi spalle, Newton ha preso il jazz e la musica classica e li ha messi insieme, per scrivere il Vangelo secondo Matteo in musica. Si esibirà oggi, 30 maggio, alle ore 18, presso l’Auditorium Rai di Torino, prima assoluta di questo spettacolo, intitolato Passione secondo Matteo, nell’ambito del Torino Jazz Festival. Il percorso che porta a Pasolini è lungo e articolato.

    Le radici culturali.
    «Scrivere “Passione secondo Matteo” era il mio sogno
    – ha raccontato ieri al Circolo dei lettori, durante un incontro nel quale ha spiegato la propria opera –, è come se lo Spirito Santo fosse giunto a me per chiedermi di scriverlo». Un’opera a più voci, scritta per diversi strumenti, che abbraccia la classica e il jazz, inserendosi nella tradizione dello “spiritual”, la musica sacra di matrice afro-americana, cultura da cui James Newton proviene. L’ispirazione arriva da due capisaldi della cultura “nera” degli Usa, come il teologo Howard Thurman e l’uomo del cambiamento Martin Luther King jr. Le motivazioni ideologiche risiedono nella volontà di privilegiare le persone più disagiate. «Per questo – ha spiegato Newton – apprezzo moltissimo anche l’attuale Papa, perché ha messo i poveri all’inizio».

    La Fede come speranza.
    Si parte da qui anche per comprendere la scelta del Vangelo secondo Matteo, dal quale parte la composizione musicale. «Matteo – ha precisato – scrive per una piccola comunità ebraica della Giudea, che ha creduto in Gesù. Penso di poterlo legare alle comunità di neri che hanno vissuto in schiavitù per decenni, senza perdere la Fede». Il motore è sempre la spiritualità, vista come strumento di avvicinamento a Dio per superare le difficoltà terrene, non una forma di superiorità, ma un meccanismo di estraniazione che consente di vedere le cose come stanno, decidendo quindi quali azioni compiere con maggiore lucidità. La Fede ha dato speranza a migliaia di schiavi, ed è nel triste periodo della schiavitù in America che si è assistito alla nascita di generi musicali come il Blues o lo Spiritual, parti integranti della cultura afro-americana.

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    Una scena de “Il Vangelo secondo Matteo” di Pier Paolo Pasolini (1964).

    Cambiare per creare.
    L’intento di Newton è creare qualcosa di nuovo rimodulando la tradizione da cui proviene. Gli insegnamenti di Martin Luther King jr, le teorie di Howard Thurman e le idee del rabbino Abraham Joshua Heschel, il cui libro The Prophets (1936) segna un legame profondo tra le azioni di un profeta (un trascinatore, un uomo carismatico) e i sentimenti provati da Dio. A proposito, e se Martin Luther King jr. fosse stato un profeta? Moltiplicare le azioni virtuose compiute da un profeta (o semplicemente da un uomo in grado di muovere le coscienze) innesca un ciclo positivo di pensieri e sentimenti, che non si esaurisce nel tempo.

    La finalità sociale della musica.
    Per farlo, si può e si deve usare anche la musica, che tanto ha fatto per tenere insieme il popolo afro-americano (metafora di un qualunque popolo oppresso da un altro) nei momenti di profonda difficoltà. Ecco che la tradizione si unisce al presente per guardare al futuro. Cosa c’è di più “tradizionale” della musica classica? «La classica – ha aggiunto Newton – mi permette di esprimere un’altra parte della mia personalità. Ho subito l’influenza di Debussy e di Olivier Messiaen, sono stati loro ad avvicinarmi a questo genere». Tra i suoi “ispiratori” c’è anche “Jelly Roll” Morton, uno dei primi veri pianisti jazz, che ha raggiunto l’apice nei primi decenni del secolo scorso, quando il jazz iniziava a prendere forma distinguendosi dal ragtime. Autodefinitosi “l’inventore del jazz”, forse lo fu sul serio. James Newton si rifà anche a lui per l’attitudine alla commistione di generi con il fine di «creare qualcosa di nuovo».

    E poi Pasolini.
    Già, ma che c’entra Pier Paolo Pasolini? Newton ne ha parlato con grande rispetto, come se il “nostro” PPP sia, ad oggi, più apprezzato all’estero che in Italia (anzi, forse è proprio così). «Pasolini – ha spiegato – è uno dei più grandi genii del XX secolo. Nei suoi film, in particolare ne “Il Vangelo secondo Matteo” (1964), utilizza una diversità musicale che ha preceduto l’epoca che viviamo oggi. Era incredibilmente avanti». L’utilizzo di attori non professionisti, frequente in Pasolini, è centrale per Newton: «Si concentrava sulle espressioni del viso, trasmettendo una fortissima interiorità. Ciò che risaltava era la parola, la parola di Dio». Il nesso è la spiritualità, che unisce il lavoro di Pasolini, d’avanguardia nel 1964, anche dal punto di vista musicale, all’idea che Newton ha del Blues, «un sentimento che si lega alla musica sacra».

    In copertina: James Newton.

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    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

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