22 August 2017
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    Ortolani e Nori: linguaggio, scatologia e altre amenità

    Ortolani e Nori: linguaggio, scatologia e altre amenità è stato modificato: 2015-06-08 di Davide Gambaretto

    Sabato 16 maggio, Leo Ortolani e Paolo Nori si sono ritrovati al Salone del Libro per intrattenere il pubblico con un’ora di chiacchiere informali, in cui presentare i punti di contatto tra fumetto e narrativa, e raccontare del loro lavoro.

    striscia_salone_libro_torinoAl Salone del Libro gli incontri spaziano in un ventaglio di possibilità che vanno dagli interventi geopolitici, al dialogo filosofico, passando per il convegno sulla nuova editoria online. Qualche volta, però, è anche piacevole assistere a un incontro più leggero e divertente, in cui è addirittura possibile tornare bambini per un istante. All’Arena Bookstock Leo Ortolani (uno dei maggiori autori del fumetto italiano, noto principalmente per essere il creatore di Rat-Man, classe 1967) e Paolo Nori (scrittore, classe 1963) mettono in scena una chiacchierata informale in cui si raccontano, lasciandosi andare, catturando lo spettatore con battute, calembour e riflessioni leggere su fumetto e narrativa.

    «Io sono qui solo perché c’è anche Paolo. Visto che ormai ci vediamo poco, allora ho deciso di accettare». Se ci fosse bisogno di ulteriore conferma, le parole di Leo Ortolani mettono in chiaro, fin da subito, che tipo di incontro sarà. Ortolani e Nori si conoscono da anni; cresciuti entrambi a Parma, sono ottimi amici. «Scherziamo sempre su chi sia il più famoso tra i due – racconta Noriio forse l’ho battuto perché sono stato da Fazio, ma intanto mia figlia adora Rat-Man».

    Tra fumetto e narrativa.
    Il dialogo si sposta subito sul grande seguito che stanno avendo i fumetti negli ultimi anni. «Sembriamo quasi una moda. Anche qui al Salone ho incontrato un sacco di fumettisti, e pensare che mi avevano detto di essere l’unico», ha raccontato Ortolani. «Non sono un grande esperto del medium – si inserisce Nori ma adoro il fatto che tutti i balloon finiscano con un punto esclamativo, interrogativo o i puntini di sospensione: è come se, nei fumetti, nessun personaggio dicesse semplicemente qualcosa, ma chiedesse, declamasse, aspettasse la replica. L’argomento di non farsi utilizzare dalla punteggiatura, quella scolastica, e invece di usarla per trasmettere qualcosa è importante».

    Ortolani ne ha approfittato per parlare della sua esperienza con Rat-Man e della rigidità estrema che si riscontra nei testi della tradizione italiana del fumetto, in cui le frasi monolitiche sono ancorate all’interno di grandi balloon. «È un problema che si sviluppa anche perché, nella maggior parte dei casi, chi scrive i testi e chi fa i disegni sono due persone diverse, perciò chi scrive non riesce a spiegare ai disegnatori come suddividere internamente il testo. Io cerco sempre di spezzare il ritmo del discorso, spezzando visivamente il testo in più balloon, in modo da renderlo più colloquiale. Adoro quando Gipi fa una correzione e lascia lì l’errore cancellato: è una pratica particolare, ma rende il fumetto molto più vivo. Per lo stesso motivo il lettering fatto a mano è fantastico, uno crea il suo font personale: il lettering a computer o a macchina da scrivere ammazza il fumetto».

    L’importanza del linguaggio.
    «
    Io credo che negli ultimi decenni ci sia in Italia una possibilità incredibile per utilizzare e “giocare” con la lingua –
     continua NoriCi penso sempre: le poesie di Pushkin avevano uno stile che permetteva di essere compreso anche da un bambino, questo era la loro forza. Le poesie dell’800 italiano, invece, no. Se declamo “Il cinque maggio” a mia figlia lei non ne capisce il senso. I nostri poeti dovevano fare letteratura italiana senza una vera lingua italiana e, inoltre, per noi, lo stile di poesia e letteratura deve essere sempre aulico e forbito. Dopotutto mia nonna quando vedeva un politico in televisione e non capiva il senso del suo intervento per via dello stile alto della sua parlata diceva “quello parla come un libro stampato”».

    «Il linguaggio è il vestito di chi lo indossa – afferma Ortolani –, è personale. Lo vedo con le mie due bambine. Loro sono adottate dalla Colombia e stanno ancora affinando il loro linguaggio: forgiano neologismi, imparano per impressioni ed espressioni “monche”. Per la Johanna se una cosa è “facile” allora è anche “ficile”, non fa una grinza».

    La vita di tutti i giorni in primo piano.
    Gli autori hanno toccato distrattamente l’argomento delle tematiche delle loro storie. «Ricordo che una volta un lettore mi disse: nei tuoi libri parli sempre di vita quotidiana – racconta Nori –. Questo, principalmente, perché conosco solo quella e quindi parlo di quella. Anche Rat-Man, però, pur parlando di supereroi rimane ancorato alla vita di tutti i giorni per quanto riguarda le battute. La migliore, anche secondo mia figlia, è quella in cui Piccettino (l’orsacchiotto di pezza, con cui Rat-Man “dialoga”, ndr) sta affogando nel water. Rat-Man interviene e, afferrando la catenella dello scarico gli urla “tranquillo Piccettino! Ti lancio una fune!”»«Diciamo che cerco sempre la battuta scatologica – risponde Ortolani, lapidario – Potessi andare avanti solo con quello stile lì e far ridere ugualmente, sarei la persona più felice del mondo».

    «Parlando ancora di scatologia – continua Nori – ricordo un episodio raccolto nel libro “Repertorio dei matti di Bologna”, dove uno di questi personaggi affermava di essere un grande amico di Michael Jackson. Lo aveva conosciuto quando era andato a costruirgli un bagno che scompare nel pavimento, per la sua casa di Parigi»«Che scompare? – interrompe Ortolani – Ecco, pensa se poi non funziona».

    Una Storia viva e cosciente.
    Il dialogo ha lasciato molto spazio al pubblico. L’intervento di uno degli spettatori, che accomunava Rat-Man a uno dei pazzi dei libri curati da Nori, ha dato lo spunto allo scrittore per raccontare come è nato il progetto. «Ogni tanto sembra che tutti siano matti tranne noi stessi. È un pensiero che ci è passato in testa almeno una volta nella vita. Io avevo letto il “Repertorio dei Pazzi della città di Palermo”, di Roberto Alajmo, e ne ero rimasto affascinato. In seguito ero partito per Genova per un seminario sulla scrittura, accorgendomi che i genovesi eran mica tutti a posto, da lì mi è venuto l’idea di curare un libretto che ne raccogliesse degli esempi, partendo proprio dal volume di Alajmo. Feci la stessa constatazione a Bologna, a Milano, a Torino, sempre per quell’idea che ci sembra siano tutti un po’ fuori di testa tranne noi. È da lì che è nata questa piccola collana».

    Nel finale, le domande sulla conclusione di Rat-Man la fanno ovviamente da padrone. «Chiudere la serie con il numero 100 era l’obiettivo nel 1997 – racconta Ortolaniavvicinandomi a esso ho scoperto che la Storia mi portava in un’altra direzione. Il finale c’è già da tempo, ma ho paura che la Storia mi faccia lo sgambetto nel finale. Non so se capita anche a te Paolo, ma tante volte la Storia è viva e ti porta dove vuole lei»«Bukowski diceva che per scrivere servono solo una macchina da scrivere e una sedia – incalza NoriCredo sia appropriato, perché tante volte una storia si scrive da sola: hai delle idee in testa, ma poi lei ti porta in altre direzioni. Dopotutto, i primi lettori sono gli scrittori stessi». Il pubblico sembra non volersene più andare, fortunatamente è Ortolani a togliere lui e Nori da questo impasse«dai, ancora tre risposte a caso e poi basta: 1928, Voghera e la fragola». A volte c’è proprio bisogno di un po’ di leggerezza.

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    Davide Gambaretto

    Storico dell’arte, curatore indipendente e scrittore. I suoi precedenti impieghi in ambito artistico includono Artissima Fair, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Attitudine Forma. Musicologo a tempo perso, è appassionato di letteratura, cinema, graphic novel e pallacanestro. Gestisce il blog musicale "La Lira di Orfeo" e realizza laboratori didattici di arte e scrittura per scuole elementari e medie.

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