15 December 2017
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    Piazza Fontana: 45 anni di ingiustizia

    Piazza Fontana: 45 anni di ingiustizia è stato modificato: 2016-01-26 di Alessandro Porro

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    Il 12 dicembre 1969 una bomba esplodeva nella sede della Banca dell’Agricoltura, in piazza Fontana a Milano, uccidendo 17 persone. Dopo 45 anni, i responsabili non sono mai stati consegnati alla giustizia. 

    Il 12 dicembre 1969 alle 16.39 un ordigno nascosto in una valigetta esplode all’interno della sede milanese della Banca dell’Agricoltura, in piazza Fontana. L’esplosione uccide 17 persone e ne ferisce 88. Quel giorno altri tre ordigni esplodono a Roma davanti all’Altare della Patria, nei pressi della Banca Nazionale del Lavoro di via Veneto e di fronte al Museo del Risorgimento. Un quarto ordigno, inesploso, verrà rinvenuto a Milano nella Banca Commerciale di piazza della Scala. Non sono bastati 45 anni e 10 processi per accertare la verità su quel tragico 12 dicembre che diede avvio alla stagione della cosiddetta “Strategia della tensione”, oscuro e tormentato periodo storico in cui apparati deviati dello Stato, servizi di intelligence stranieri e forze eversive extraparlamentari cercarono di imprimere all’Italia una svolta autoritaria contro il “pericolo rosso”. Un periodo storico che origina dalle bombe di Milano e Roma e termina, secondo alcuni storici, con l’attentato alla stazione di Bologna nel 1980. Undici anni di terrore in cui centinaia di innocenti sono stati sacrificati sull’altare della ragione di Stato e di biechi interessi geopolitici.

    L’attentato.
    È un freddo pomeriggio di dicembre, nella sede della Banca dell’Agricoltura a Milano si lavora e c’è ancora un fitto viavai di persone. Nessuno nota quella valigetta abbandonata in un angolo. Nessuno ha visto chi l’ha depositata. Alle 16.39 il boato che semina morte, panico e distruzione. Quattordici persone muoiono sul colpo, altre 91 restano ferite e tre di queste moriranno dopo l’arrivo dei soccorsi. Meno di un’ora dopo altri tre ordigni esplodono a Roma ferendo complessivamente 17 persone. Un massacro che avrebbe potuto assumere dimensioni ancora più ampie se anche il quinto ordigno, quello depositato nella Banca Commerciale di Milano, fosse esploso; gli artificieri lo faranno brillare, mandando in fumo possibili elementi probatori. Risulta a tutti evidente da subito che dietro quelle cinque bombe c’è un’unica regia e i sospetti si concentrano da subito sull’area eversiva. Gli anarchici sono i primi a finire nel mirino degli inquirenti che scandagliano anche il sottobosco “nero”. Vengono fermate in tutto 80 persone tra Milano e Roma. Sono soprattutto anarchici già noti alle forze dell’ordine per piccoli attentati e azioni dimostrative. Nelle maglie della polizia finiscono però anche alcuni militanti neofascisti di Ordine Nuovo, tra cui Franco Freda e Giovanni Ventura.

    Il caso Pinelli.
    Tra gli arrestati a Milano figura anche Giuseppe Pinelli, ferroviere con simpatie anarchiche molto attivo nel circolo anarchico di Ponte della Ghisolfa. Inspiegabilmente ed illegalmente Pinelli verrà trattenuto tre giorni – il fermo di polizia può durare soltanto due giorni, all’esito dei quali o si procede all’arresto e alla traduzione in carcere oppure al rilascio – e il 15 novembre cadrà, in circostanze mai del tutto chiarite, da una finestra del quarto piano della Questura di Milano. Il questore, Marcello Guida, ex fascista che nel Ventennio diresse il carcere di Ventotene – luogo in cui venivano rinchiusi anarchici e oppositori politici del regime fascista – parlò subito di suicidio e di come il gesto fosse la dimostrazione della colpevolezza di Pinelli. A smentirlo fu poi l’alibi dello stesso Pinelli. A fare le spese di questo gesto sarà, nel 1971, il commissario Luigi Calabresi che, secondo diverse testimonianze, al momento della caduta non era presente in ufficio. Finito al centro di un gioco al massacro ordito da politici, giornalisti ed intellettuali di sinistra venne isolato sempre di più fino a che alcuni militanti di Lotta Continua lo uccisero in un agguato il 17 maggio del 1971, sotto casa sua.

    Il caso Valpreda.
    Il filone delle indagini che si concentra sugli anarchici porta all’incriminazione di un altro anarchico, Pietro Valpreda. Un tassista milanese testimonia infatti di averlo accompagnato a pochi metri dalla Banca dell’Agricoltura e di averlo visto portare con sé una valigetta nera. La testimonianza del tassista presenta però diversi punti oscuri e contraddizioni. Per la sinistra italiana però non ci sono dubbi, Valpreda è l’attentatore di piazza Fontana. Il giornale socialista l’Avanti, senza neanche attendere le risultanze processuali, lo condanna e tanto il Psi quanto il Pci puntano il dito contro di lui. Valpreda però non c’entra e verrà successivamente assolto per insufficienza di prove.

    Indagini e processi.
    La teoria della pista anarchica lascia spazio intanto a quella di una collaborazione tra fascisti di Ordine Nuovo e anarchici; i primi come mandanti, i secondi come esecutori materiali degli attentati. Una prima svolta giunge nel 1971 quando in una cassetta di sicurezza della Banca Popolare di Montebelluna vengono rinvenuti dei documenti identificati subito come veline dei servizi segreti italiani, il SID. La cassetta di sicurezza è intestata a parenti stretti di Giovanni Ventura che, interrogato dal giudice Gerardo D’Ambrosio, rivelerà di averle ricevute da tal Guido Giannettini, alias l’Agente Zeta. In casa di Giannettini verranno rinvenuti documenti in tutto e per tutto identici a quelle veline. Le richieste fatte dalla magistratura al SID sulle veline cadono nel vuoto quando il generale Vito Miceli, capo dell’intelligence, si trincererà dietro il segreto militare. Nel 1973 Giannettini viene incriminato ma riesce a fuggire a Parigi, solo successivamente si scoprirà che quella fuga e la permanenza nella capitale francese erano state ordite e finanziate dal SID. Un anno dopo il latitante Giannettini si consegnerà all’ambasciata italiana di Buenos Aires. Nel 1979 l’ex agente viene condannato in primo grado all’ergastolo. Nel 1981 la Corte d’appello lo assolve per insufficienza di prove e nel 1982 la Cassazione confermerà la decisione.

    Una verità, nessun colpevole.
    Sulla strage di piazza Fontana sono stati istruiti 10 processi, tutti falsati dai depistaggi voluti dai servizi segreti e terminati in un nulla di fatto. Eppure una verità è stata accertata, mandanti ed esecutori degli attentati però si sono salvati paradossalmente grazie agli inevitabili angoli ciechi delle leggi democratiche. Tutti i processi sull’attentato hanno infatti permesso di accertare che dietro alle bombe c’era la regia di Ordine Nuovo, formazione eversiva di estrema destra. A sostegno di questa verità processuale ci sono le confessioni di Carlo Digilio, esperto militare che affermò di aver partecipato alla preparazione dell’esplosivo e fece i nomi di Delfo Zorzi – nel frattempo fuggito in Giappone – Franco Freda e Giovanni Ventura. Se per Zorzi le prove non furono sufficienti a stabilire la sua partecipazione all’attentato (Digilio disse che fu Zorzi a piazzare la bomba) per Freda e Ventura, imputati storici, la motivazione appare ancora più beffarda. Condannati in primo grado all’ergastolo vennero assolti per insufficienza di prove in appello, sentenza poi confermata in Cassazione; l’ordinamento italiano non consente di processare nuovamente chi è stato assolto. Le prove schiaccianti giunte soltanto nel 1995 – la testimonianza di Tullio Fabris, elettricista di Freda che raccontò della prova dei timer per le bombe effettuata nello studio di Freda insieme a Ventura – erano ormai inutilizzabili.

    Le ragioni della strage.
    L’ultimo processo ha consentito anche di giungere a delineare in maniera abbastanza netta il movente del gesto terroristico. La strage di piazza Fontana fu il primo atto della cosiddetta “strategia della tensione”. Abilmente manovrati da settori deviati dello Stato e dei servizi segreti italiani e statunitensi, gli estremisti di Ordine Nuovo organizzarono l’attentato per spingere l’allora presidente del Consiglio Mariano Rumor a decretare lo stato di emergenza nel paese facilitando così una svolta autoritaria da conseguire attraverso un golpe. Non è un mistero che in quegli anni le sinistre stessero crescendo notevolmente e che il Partito Comunista più grande e potente dell’Europa Occidentale conquistava sempre più consensi. Il “pericolo rosso” rischiava di diventare una scomoda spina nel fianco degli Stati Uniti e preoccupava anche le forze centriste e di destra in Italia.

    La strategia era semplice e costituirà il leit motiv tra gli anni Settanta e Novanta; attentati dinamitardi orditi dalla destra con la collaborazione dei servizi segreti ma addebitati alle forze eversive di sinistra e anarchiche avrebbero consentito ai governi di inasprire le leggi creando un clima maggiormente repressivo, rendendo più difficili anche le battaglie sindacali e di fatto spingendo il Paese e l’opinione pubblica verso destra. Nello specifico caso di piazza Fontana, il piano della destra finì nel nulla perché Rumor non se la sentì di decretare lo stato di emergenza. Il golpe venne rimandato di un anno ma nel frattempo gli alti papaveri politico-militari scaricarono i neofascisti, cui non rimase altro che continuare da soli con la strategia stragista.

    C’è poi la rivelazione scioccante del senatore democristiano Paolo Emilio Taviani, il quale in una testimonianza non acquisita dalla Corte milanese, rivelò come quel pomeriggio del 12 dicembre un agente del SID, Matteo Fusco, stesse per partire da Roma alla volta di Milano per fermare la strage. Lo confermò anche la figlia di Fusco, la quale rivelò che il padre visse per il resto della sua vita con il rimorso di non essere intervenuto in tempo. Una parte degli apparati statali sapeva e probabilmente aveva “commissionato” quella strage. Un cliché che si ripeterà più volte nella storia dell’Italia degli Anni di Piombo.

    Vittime e familiari: uccisi e traditi due volte.
    Piazza Fontana come altre stragi dell’Italia del dopoguerra è un fastidioso paradosso. Per quanto la magistratura sia riuscita a fare luce e a ricostruire le vicende, i colpevoli sono rimasti tutti fuori dal carcere, legittimati a condurre vite normali in libertà e a diventare anche, in alcuni casi, opinion leader. Agendo nell’intento di minare un ordinamento democratico hanno finito per giovarsi appieno delle garanzie che solo un sistema democratico e civile è in grado di assicurare. Al resto ha pensato la cortina fumogena sollevata dai servizi segreti e dagli apparati deviati dello Stato, fondamentale nel rendere frammentarie le prove, nell’allungare i processi e depistare i filoni di inchiesta che puntavano nella giusta direzione. Ai familiari cui restava soltanto la speranza di giustizia è toccato invece lo smacco e pure il conto da pagare, perché negli ordinamenti civili e democratici chi “perde” una causa sopporta anche l’onere delle spese processuali.

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    Alessandro Porro

    Giornalista dal 2007, laureato in giurisprudenza, ha collaborato per anni con un giornale torinese e con diverse testate online. Appassionato di Francia e questioni francesi in generale.

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