18 August 2017
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    Piera Aiello, contro la mafia per “zio Paolo”

    Piera Aiello, contro la mafia per “zio Paolo” è stato modificato: 2014-11-30 di Giovanna Gennatiempo

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    Piera Aiello, vent’anni sotto protezione per avere abbandonato l’ambiente mafioso in cui si trovava, illuminata da Paolo Borsellino.

    In occasione della “Giornata internazionale contro la violenza sulle donne”, la Presidenza del consiglio comunale e la sezione per le Pari Opportunità della città di Grugliasco hanno organizzato la serata “Alza gli occhi al cielo, le donne e le mafie”. L’incontro ha visto ospiti Piera Aiello, testimone di giustizia, e Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo Borsellino morto nella strage di via D’Amelio il 19 luglio 1992.

    L’incontro pubblico con Piera Aiello.
    L’evento si inserisce all’interno del progetto “Vite coraggiose” portato avanti in collaborazione con la Compagnia teatrale Viartisti e il Movimento Agende Rosse Torino “Paolo Borsellino”. L’apertura della serata è stata affidata a due attrici della Compagnia Viartisti che hanno interpretato alcuni brani tratti dal libro Maledetta Mafia (San Paolo, 2012), scritto dalla Aiello, e il discorso che Borsellino fece in occasione della veglia funebre per Giovanni Falcone. L’introduzione ha alimentato ulteriormente l’attesa verso Piera, che vive sotto protezione da vent’anni.

    Quando sale sul palco, Piera si rivela per quello che è: una donna, nient’altro. Ci tiene, fin da subito, a chiarire che non vuole essere considerata una persona straordinaria, né tantomeno una vittima. «Ciò che ho fatto – ha raccontato – è ciò in cui credo, non è coraggio, ero totalmente consapevole di chi andavo a sposare».

    Piera Aiello

    Uno strappo con l’ambiente criminale.
    La sua è stata una scelta di coscienza. «Un giorno – ha rivelato – si presentò a casa mia Don Vito Atria, “uomo di rispetto”, come li chiamano da noi, e mi disse che io ero di proprietà di suo figlio e che lui mi voleva come nuora. Se non avessi acconsentito a sposarlo, la mia famiglia ne avrebbe risentito». La stessa coscienza che, dopo l’uccisione del marito, il 24 giugno del 1991, la portò a diventare testimone di giustizia. Nonostante le resistenze e le minacce della suocera, Piera pensò a proteggere sua figlia e decise di ribellarsi a quel sistema mafioso che aveva sempre rifiutato: «non è stata una rivelazione improvvisa, causata dal veder ammazzare mio marito, la ribellione è sempre stata parte di me».

    Pur costretta in un ambiente criminale, Piera Aiello non ha mai dimenticato gli insegnamenti dei genitori ai quali, tuttora, è profondamente legata: «la mia famiglia mi ha insegnato a vivere secondo tre principi: verità, legalità e giustizia. Come avrei potuto tacere una situazione simile?».

    È risoluta mentre racconta di una quotidianità segnata dalla lontananza dalla terra natìa e dall’affetto dei cari, dai continui spostamenti perché «la copertura non era più sicura», dai cambi di identità, dall’impossibilità di costruire relazioni stabili, dalla vita nomade con le figlie che, intanto, crescono. L’unica nota di commozione traspare quando parla dello “Zio Paolo”, Paolo Borsellino, il giudice che la accompagnò durante il percorso per diventare collaboratrice di giustizia e che divenne, per lei e per la cognata che a soli 17 anni seguì le sue orme, l’idea più prossima ad un parente che, almeno in quel momento, potessero permettersi. «È dura – ha spiegato – sapere di non poter più stare con i tuoi familiari perché non hai più un punto di riferimento. Fu terribile scoprire che Zio Paolo era stato ucciso».

    L’intervento di Salvatore Borsellino.
    «Piera racconta di un aspetto di mio fratello a me sconosciuto: mi sono perso tutta la vita di Paolo come giudice» ha confessato Salvatore Borsellino, partito giovane verso Milano per intraprendere la carriera di ingegnere. «Quando mio fratello fu ucciso – ha raccontato –, nostra madre ci fece giurare che, da allora, saremo andati ovunque a far conoscere il sogno di Paolo di un’Italia libera dalle mafie». Ed è con questo spirito, dopo «un lungo silenzio colpevole di dieci anni» che, nel 2007, Salvatore fondò il Movimento Agende Rosse affinché fosse fatta piena luce sulle vicende e gli accordi che portarono all’uccisione del giudice Paolo Borsellino e degli uomini della sua scorta.

    Alla luce delle ultime indagini tra gli accordi Stato-mafia Salvatore ha posto un accento forte sulla sua ricerca, ne parla con la rabbia di chi mai si rassegnerà e mai perderà la speranza nel conoscere la verità: «sono sicuro che non vivrò abbastanza per vedere realizzati i progetti di Paolo né, probabilmente, scoprirò come sono andate realmente le cose quella maledetta mattina di luglio, ma una cosa so: finché avrò fiato incontrerò i giovani e racconterò l’errore di omertosa indifferenza di cui si è macchiata la mia generazione. I ragazzi non devono fuggire da un Paese che non dà prospettive come, ai tempi, feci io, ma devono restare e lottare per ciò che è giusto perché, come diceva mio fratello: “Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare”».

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    Giovanna Gennatiempo

    Torinese d'adozione, è laureata in D.A.M.S. e Comunicazione e Culture dei Media. Ha curato la comunicazione di diverse associazioni culturali del territorio piemontese. Appassionata di danza, fotografia, animali, viaggi e cucina, è sempre alla ricerca di nuove esperienze da aggiungere alla “to do list”.

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