17 December 2017
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    Pubblicare gli orrori dell’Isis fa il suo gioco

    Pubblicare gli orrori dell’Isis fa il suo gioco è stato modificato: 2015-02-04 di Paolo Morelli

    Il video del pilota giordano assassinato dall’Isis è solo l’ultimo esempio della triste rincorsa dei giornali al voyeurismo della morte.

    Cosa sareste disposti a fare pur di avere qualche clic in più? È un problema che qui, a The Last Reporter, ci siamo posti diverse volte. Siamo piccoli, una goccia nel mare della rete, ed è normale cercare strade diverse per emergere. Strategie, social media marketing, titoli, grafica e chi più ne ha più ne metta. Perché sul web se non fai clic – quindi traffico sul tuo sito – semplicemente non esisti, e in un certo senso è giusto così.

    Ma l’uccisione di un uomo no. La morte, il voyeurismo delle torture inflitte a un essere umano, gli orrori di una morte atroce no. Queste cose non vanno pubblicate, a costo di scivolare nell’irrilevanza di un sito web scarsamente visitato, con pochi iscritti su Facebook e con pochi follower su Twitter. Perché pubblicare quella roba ci fa semplicemente schifo e ci fa schifo chi lo fa. Siano essi terroristi o “colleghi” giornalisti.

    Il voyeurismo della morte.
    Proviamo vergogna per i giornalisti che pubblicano sui giornali o trasmettono in televisione i video delle decapitazioni, il video del pilota arso vivo, il video di Mango che muore sul palco, il video del poliziotto francese assassinato di fronte alla redazione di Charlie Hebdo. Proviamo vergogna perché quello non è giornalismo, non è diritto di cronaca, è solo becero voyeurismo che fa il gioco dell’Isis e di tutti i terroristi. Perché la verità, è bene ripeterlo, è che l’intento dei terroristi è – lo dice la parola stessa – diffondere terrore. E l’Isis ha capito meglio di molti analisti come usare i media occidentali per veicolare i propri messaggi di terrore. Sanno che tanti giornali e televisioni a caccia di pubblico sono disposti a pubblicare video di orrore pur di raggranellare qualche clic o qualche spettatore.

    Il pubblico anestetizzato.
    Qual è l’effetto collaterale? Il pubblico si abitua, si anestetizza, crede che quelle cose siano normali e non riesce più a distinguere tra realtà e finzione. La violenza diventa una “notizia”, al pari di un rapporto dell’Istat o dell’elezione di Mattarella. Invece no, la violenza non è una notizia, è un abominio. Il pubblico non deve abituarsi alla violenza, perché altrimenti non la sa più riconoscere.

    Informazione e formazione.
    Il ruolo dei giornali non è solo informativo, ma anche formativo. Bisogna censurare la violenza per far capire che essa è una cosa orribile, troppo orribile da mostrare. Poi, se proprio qualcuno vuole cercarla, lo faccia da altre parti, non tra i nostri articoli. Avremmo potuto scaricare il video, caricarlo sul nostro server e gettarlo in pasto ai nostri lettori. Avremmo sicuramente avuto un boom di contatti, ma avremmo perso – probabilmente – tutto il seguito che abbiamo faticosamente costruito finora (sarà anche esiguo, ma ci teniamo parecchio) e presso il quale ci siamo fatti apprezzare, si spera, per il nostro modo di fare giornalismo.

    Ci stupisce che giornali che quotidianamente attaccano gli estremismi – magari favorendo l’equazione musulmano=terrorista – pubblichino candidamente video che rendono un immenso favore alla propaganda jihadista. Pubblicare gli orrori dei terroristi li aiuta, quando lo capirete? È più importante avere traffico sui siti web o propagandare il terrore?

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    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

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