21 November 2017
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    Fortezza da Basso: lo stupro che “non sussiste”

    Fortezza da Basso: lo stupro che “non sussiste” è stato modificato: 2015-07-27 di Ludovico Astengo

    La sentenza di assoluzione dei sei ragazzi accusati di stupro a Fortezza da Basso lascia sconcertati. Il sistema penale non può affrontare il tema della violenza sessuale.

    Il 3 giugno 2015 la Corte d’appello di Firenze ha assolto dall’accusa di violenza sessuale di gruppo sei giovani, denunciati dalla ragazza che sosteneva di essere stata stuprata nella notte tra il 26 e il 27 giugno 2008, in prossimità della Fortezza da Basso (Firenze) all’uscita da una festa. Il 14 gennaio 2013 gli imputati erano stati condannati in primo grado dal Tribunale di Firenze, ma l’appello ha ribaltato la decisione.

    Una sentenza che tocca la libertà sessuale.
    La sentenza ha prodotto una notevole discussione, a dimostrazione di quanto sia oggi importante riflettere sulla gravità e sulla portata dei reati contro la libertà sessuale. Nella società in cui viviamo, i reati di violenza contro la sessualità rappresentano un fenomeno grave ed estremamente radicato. Come confermano i dati ISTAT, quasi una donna su tre in un’età compresa fra i 14 e i 70 anni risulta vittima di una violenza fisica o psicologica nel corso della sua vita. Da tale statistica proviene anche un’ulteriore, fondamentale considerazione: la violenza sessuale è violenza di genere, da intendere in relazione all’appartenenza a un sesso, quello femminile.

    Strumenti inadeguati.
    Di fronte a questi dati, allarmanti se non tragici, la sentenza pronunciata dai giudici fiorentini espone con chiarezza i limiti – culturali e giuridici – che dobbiamo scontare nell’affrontare un fondamentale, se non il principale, problema criminologico della nostra attualità. Le considerazioni svolte nella motivazione mostrano come la norma prevista dall’articolo 609 bis del codice penale contenga alcune criticità, in particolare nel prevedere che la fattispecie di violenza sessuale possa configurarsi solo quando la condotta sia perpetrata “con violenza o minaccia”. Nel caso di Fortezza da Basso, invece, per stessa ammissione della ragazza tale costrizione non vi fu, ed ella decise di non opporre resistenza ai suoi aggressori.

    Tale impostazione non aumenta certo le garanzie di tutela della vittima di violenza sessuale e anzi si pone in contrasto con una concezione fondata sul rispetto del consenso femminile, libero di esprimersi e formarsi. E questo è evidente, a maggior ragione, in tutti quei casi – e non sono davvero la minoranza – in cui la violenza abbia avuto luogo fra le mura domestiche o ad opera di un conoscente, occasioni in cui le relazioni interpersonali e la consuetudine alla frequentazione possono lasciare più ampi margini di ambiguità.

    Un problema culturale.
    A ciò si aggiunge un dato culturale inquietante che troviamo tra le pagine della motivazione. Per giustificare l’assoluzione piena degli imputati “perché il fatto non costituisce reato” i giudici si servono, a conclusione della lunga argomentazione in merito alla mancanza di credibilità della vittima, di considerazioni “sociologiche” volte a corroborare la scelta di proscioglimento. In particolare le abitudini sessuali della ragazza e le sue precedenti esperienze lavorative, del tutto estranee all’oggetto della valutazione, vengono passate in rassegna quali elementi di chiarificazione della personalità della giovane, che dunque aiutano a comprendere come in realtà non vi fosse stato alcunché di violento o contrario alla libera determinazione di ciascuno dei partecipanti.

    I giudici generalizzano in maniera del tutto azzardata quando traggono dalle informazioni che hanno a disposizione – condizioni famigliari ed economiche, partecipazione a un film “splatter”, sue precedenti esperienze sentimentali eterosessuali e omosessuali – conclusioni relative al suo carattere sicuro e disinibito. Secondo i giudici, se la ragazza aveva potuto «“reggere” senza problemi» scene di sesso e violenza all’interno di un film, non risultava poi del tutto assurdo che si fosse volontariamente posta nella situazione in cui si trovò la notte fra il 26 e il 27 giugno 2008, salvo pentirsene subito dopo.

    Perchè non si denuncia.
    Una volta lette le pagine di questa sentenza si possono avanzare due considerazioni. In primo luogo è auspicabile che la politica prenda atto dell’inefficienza del sistema penale a fronteggiare l’emergenza che si affronta giornalmente in tema di violenza sessuale, al fine di permettere una più compiuta lotta a questi reati aberranti. Inoltre è più facile comprendere, alla luce delle valutazioni in merito alla libertà sessuale dell’individuo, come mai dei tanti – troppi – reati di stupro che avvengono nel nostro Paese una percentuale davvero minima viene denunciata, a fronte di una cultura giuridica ancora in parte sorda alle evoluzioni sociali e alle esigenze di rispetto e tutela della libertà sessuale di ciascuno.

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    Ludovico Astengo

    Laureando in giurisprudenza presso l'Università di Torino; già Presidente del Consiglio degli Studenti dell'Università, ora rappresentante degli studenti in Senato Accademico. Appassionato di diritto, montagna e musica.

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