26 May 2017
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    Quando arrestarono Sandro Pertini

    Quando arrestarono Sandro Pertini è stato modificato: 2016-01-26 di Margherita Ricci

    Il nostro viaggio verso il 25 aprile inizia con una storia di antifascismo, con protagonista Sandro Pertini, uomo della democrazia e delle istituzioni.

    “Quando la legge è ingiusta, disobbedire è un dovere” (H. D. Thoreau)

    Maggio 1924, Sandro Pertini, antifascista militante e futuro Presidente della Repubblica Italiana, si dirige a Firenze per laurearsi in scienze politiche e apprende la notizia: Giacomo Matteotti, leader del partito socialista a cui anch’egli era iscritto, era stato assassinato da un gruppo di picchiatori fedelissimi a Mussolini, il tutto dopo aver tenuto un discorso alla Camera in cui denunciava la violenza su cui il regime basava la sua politica del terrore. Egli racconterà poi di come, dopo quell’orrendo delitto, le persone dentro i caffè fiorentini cominciavano a staccarsi dal petto il distintivo fascista gettandolo lontano: «Era quello il momento giusto per abbattere Mussolini e il fascismo – affermò – ma si perse tempo e non si concluse nulla». La stampa, intanto, veniva lentamente e progressivamente imbavagliata e centinaia di cittadini scelsero presto la strada dell’esilio. La Resistenza, lo si vedeva da subito, non vedeva pronti tutti gli italiani, né vede pronte, possiamo accorgercene oggi, tutte le coscienze.

    La protesta e il manifesto.
    Durante il periodo dell’attentato anche Sandro era un giovane militante socialista alle prese con le violenze di alcuni fascisti locali. Per questo non mancò molto, che la polizia locale lo cominciò a tenere d’occhio. Nelle interviste racconta delle prime mosse di propaganda e protesta: è il 1925 (e ricorreva l’anniversario dell’entrata in guerra oltre che l’assassinio di Matteotti) e il giovane socialista, ed ex ufficiale combattente, decide di voler lanciare un messaggio a tutti i cittadini amanti della libertà redigendo alcuni manifesti da distribuire personalmente e da inviare per posta a militari, operai, partiti politici.

    Il manifestino recitava: «Sotto il barbaro dominio fascista». Più in basso, ancora, ricamava la sua lotta politica con Machiavelli, «A ognuno puzza questo barbaro dominio», e Stecchetti, «Noi plebe non morremo, ma nel gran giorno in faccia al sol lucente giustizia ci faremo». Dopo questo testo, Mussolini si indignò parecchio e le indagini si inasprirono fortemente. I Carabinieri, una volta arrivati a lui, cominciarono a perquisire l’abitazione sequestrando un centinaio di copie dell’opera per cui venne successivamente denunciato come pericoloso sovversivo incitante “l’odio di classe” e infine arrestato. Portato in carcere di Savona fu interrogato dal procuratore del Re, Ernesto Eula. Il verbale redatto dallo stesso recitava come segue: «Vi traspare il carattere di un uomo fiero delle proprie idee, sicuro di trovarsi dalla parte della ragione, spavaldo, deciso ad assumersi tutte le responsabilità e a tacere i nomi di coloro che l’hanno aiutato».

    Il processo.
    Durante il processo, l’antifascista ricorda la presenza di squadristi armati di manganello entro l’aula, il tutto per volerlo intimorire, ma lui non era il tipo da indietreggiare di un passo e di fronte agli inquisitori, quel giorno, affermò: «Per questa fede vigorosa sono pronto non solo ad entrare nuovamente in carcere ma, se necessario, anche a morire».
    Questa frase impressionò gli stessi servi del fascismo; chi ama ciò in cui crede non si piega di fronte a nulla (ne parliamo spesso io e mio padre, nda).

    Quella volta, dopo otto mesi e la condizionale Pertini uscì dal carcere per proseguire la strada verso quella che sarebbe stata una splendida, emozionante, sofferta e necessaria liberazione dalla dittatura e dalla grettezza della mono-veduta, che vuole comandare senza averne diritto e soprattutto senza averne potenzialità. Superato l’episodio delle sbarre fu malmenato diverse volte e il giorno in cui decise di dirigersi dall’avvocato per denunciare i malfatti, non solo venne picchiato per l’ennesima volta sotto gli occhi censurati e vili della polizia, ma venne accusato di aver aizzato e provocato gli aggressori: motivazione e giustificazione che ricorda molto bene la retorica odierna di chi è convinto che la causa della violenza sulle donne, siano le donne stesse (è importante sottolineare quanto la storia davvero si ripeta).

    Il sentiero virtuoso.
    Sotto il regime l’unica via di scampo, per chi aveva con sé ancora uno straccio di intelligenza, sensibilità e acume, era quella di non piegare la testa, era fare un patto con se stessi promettendosi di resistere senza compromessi, con la forza di chi opta per la strada più difficile per il solo fatto di essere quella giusta, la più virtuosa. Questo, ad ogni modo, è solo uno dei tanti episodi che il politico, militante ed ex Presidente della Repubblica affrontò assieme a tanti suoi compagni e a tanti suoi conoscenti (spesso provenienti anche da schieramenti diversi, ma comunque uniti a lui per liberare l’Italia dall’asprezza di quell’esperienza storica).

    Questo 25 aprile 2015 voglio che sia ancora un giorno magico, pieno di antifascismo, pieno di desiderio per una politica fatta di conflitto sì, ma non di populismo. Questo 25 aprile ricordiamoci con forza delle sfide economiche, ambientali, culturali, sociali e politiche che ci aspettano: chi lotta per il bello, il vero e il giusto si emoziona ancora quando ci si raduna attorno all’unica donna in grado di catturare tutta l’attenzione, la libertà. E senza avere paura, anche quando siamo soli, continuiamo questa lotta perché «C’è sempre una minoranza che si batte per la maggioranza».

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    Margherita Ricci

    Nata a Novafeltria (RN) nel '91. Laureata in Scienze della Comunicazione a Bologna e studentessa di Scienze Politiche a Torino. Esistenzialista e amante de "Le straordinarie avventure di Pentothal". Mentore d'eccellenza: Fausto Rossi.

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