19 October 2017
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    Quando iniziò il Neorealismo

    Quando iniziò il Neorealismo è stato modificato: 2015-07-25 di Federico Sanna

    In occasione della mostra sul Neorealismo proposta dal Museo Nazionale del Cinema di Torino, intraprendiamo un viaggio nella storia del Cinema neorealista italiano.

    Dal 4 giugno al 29 novembre, Il Museo Nazionale del Cinema presenta alla Mole Antonelliana la mostra Cinema neorealista. Lo splendore del vero nell’Italia del dopoguerra. Attraverso materiali multimediali, fotogrammi, estratti di interviste e documenti, manifesti e sceneggiature viene ricostruita la storia del movimento cinematografico, e prima ancora culturale, che ha caratterizzato il secondo dopoguerra in Italia. La scelta, qui, è di ricalcare il percorso della mostra proponendo all’attenzione di tutti i grandi capolavori del Neorealismo italiano.

    Roma città aperta.
    Roma città aperta (1944) di Roberto Rossellini è considerato il film che ha inaugurato la stagione del Cinema neorealista in Italia. Un’opera rivoluzionaria che ha rotto radicalmente con i canoni cinematografici che si erano imposti nell’epoca fascista. Il documentarismo di regime e il genere dei telefoni bianchi (e in Roma città aperta ci si accorge di come vi siano dei telefoni neri, a sottolineare la distanza con la tradizione culturale dominante) erano le uniche formule espressive concesse. I film di genere affrontavano tematiche leggere, dall’adulterio alle questioni sentimentali spicciole, e prestavano cura al dettaglio estetico della messa in scena. Tutto era pre-impostato, decorativo, seriale. Il salotto borghese sostituiva la realtà quotidiana.

    Rossellini era critico nei confronti della messa in scena, considerata un ostacolo da eliminare. Non è solo un discorso sull’improvvisazione degli attori, ma una rivalutazione del modo di fare Cinema. La quotidianità diventa il centro dell’elaborazione artistica e diventa urgente la necessità di portare sullo schermo la realtà delle classi più povere. Una realtà così com’è, senza sovrastrutture o filtri. In Roma città aperta ci sono le strade della capitale, c’è la povertà, il razionamento di cibo, le camere sporche, spoglie e disordinate, i vestiti logori. E il tentativo di mostrare la realtà, e non di costruirla, rappresenta sia la rivoluzione culturale operata dal Neorealismo, sia tratto artistico distintivo di Rossellini.

    1944.
    La storia è semplice. Gli Alleati sono già in Italia e si spingono in alto. A Roma, l’occupazione nazista è ancora oppressiva e il collaborazionismo fascista rende tesi i rapporti tra popolo e autorità. La povertà è solo la superficie dei problemi dei romani, che vivono un dramma morale prima ancora che economico. Le vicende ruotano attorno alle storie di Giorgio Manfredi (Marcello Paglieri), comunista e membro della resistenza, Francesco (Francesco Grandjacquet) e la sua promessa sposa Pina (Anna Magnani), il parroco Don Pietro (Aldo Fabrizi), antifascisti, ufficiali della Gestapo, cittadini e fascisti. Le storie si intrecciano e creano un affresco vivo della Roma occupata, tra miseria, speranze e dilemmi morali. Gli antifascisti sono braccati e c’è il costante terrore delle retate dei nazisti.

    La realtà davanti alla macchina.
    La messa in scena è rifiutata in favore dell’improvvisazione e della spontaneità. Il teatro di posa lascia lo spazio alle strade come set, alle case popolari come palco. Agli attori si offrono margini di improvvisazione nella recitazione, vengono ingaggiati molti bambini, perché giudicati più autentici e genuini. Le situazioni raccontate appartengono alla quotidianità e gli eventi drammatici si inseriscono in un contesto realistico. Se non fosse per il lavoro di preparazione, organizzazione, direzione e post-produzione, si potrebbe pensare che il film sia un documentario, pur con le dovute differenze di sostanza. Questo perché la realtà viene mostrata e non ricostruita.

    La sede della Gestapo era davvero in via Tasso, a Roma, dove sono state girate delle scene che riguardavano l’ufficio del Maggiore Bergmann. Le figure di Don Pietro e Pina, ma in generale di quasi tutti i personaggi, ricalcano la storia di persone realmente esistite. Storie come quella di Teresa Gullace, una donna uccisa da un soldato a sangue freddo, che ricorda la scena in cui Pina viene travolta da una raffica di mitra. Le immagini di vita comune sono il collante delle vicende del film da cui si recepiscono informazioni fondamentali per immergersi nella realtà del periodo. Al di là dei soggiorni con l’intonaco scrostato, la macchina da presa focalizza l’attenzione sui dettagli che arricchiscono la visione di verosimiglianza e non le vacuità estetiche.

    La moralità.
    Roma città aperta, però, va oltre alla realtà. In fondo, è anche un veicolo morale che indica una direzione di speranza. La libertà e l’uguaglianza sociale sono i temi che emergono in modo più evidente dallo scorrere delle immagini del film. Una libertà oppressa dall’invasore nazista, che incarna il male assoluto, e combattuta dalla resistenza e dagli Alleati, che rappresentano il bene. Il problema dell’uguaglianza sociale, che viene messo in scena attraverso la contrapposizione tra la rettitudine di Pina e l’arrivismo della sorella Marina, riguarda le condizioni di un popolo stremato dalla situazione economica disastrosa. Responsabilità di tutto, il regime fallimentare del Fascismo, che ha infine consegnato il Paese ai nazisti con l’aggravante della collaborazione.

    C’è una distinzione netta ed estrema tra bene e male, quasi ingenua. Gli antifascisti sono irreprensibili e neanche se sottoposti a estenuanti torture possono fallire o collaborare. I nazisti sono malvagi e non possono essere assolti in nessun modo, perché non conoscono redenzione. Manfredi è una stella che brilla, il Maggiore Bergmann è un demonio crudele cui sono associate tutte le perversioni (anche l’omosessualità, che era ancora considerata tale), al fine di dipingerlo come personalità mostruosa. Ma è un’eterna lotta tra estremi che genera soltanto violenza. La vera speranza è affidata ai bambini, a coloro che hanno pieno possesso del futuro. E la ricostruzione deve partire proprio da qui.

    Foto in copertina: wikimedia.org

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    Federico Sanna

    Studente di Filosofia presso l'università di Torino. Appassionato di cinema, letteratura e arte. Impegnato da 5 anni nel volontariato nell'ambito del primo soccorso.

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