25 November 2017
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    Quanto è bella la disinformazione

    Quanto è bella la disinformazione è stato modificato: 2015-04-10 di Paolo Morelli

    Intervista con Walter Quattrociocchi, che studia la disinformazione da anni e avverte sui pericoli sociali e culturali cui ci espone.

    La disinformazione in Italia è un fenomeno trasversale che sempre più si diffonde e si radica nel pubblico. Laddove per “pubblico” intendiamo tutti gli utenti che si informano, soprattutto su Internet, cioè la stragrande maggioranza della popolazione. Perché è su Internet che la disinformazione riesce a diffondersi in maniera veloce e capillare, grazie alla possibilità di pubblicare facilmente qualsiasi tipo di contenuto che può essere condiviso potenzialmente all’infinito.

    La mancanza di verifica delle notizie, però, consente a diversi siti di veicolare vere e proprie bufale con un intento ideologico. Esistono dei network che, soprattutto su Facebook, pubblicano regolarmente informazioni manipolate (quando non completamente inventate) al fine di influenzare il pubblico verso un certo ambiente politico. Sono molto seguite, ad esempio, le pagine che diffondono notizie false contro i migranti, i rom o i politici di origini straniere, come accadeva con l’ex ministro Cécile Kyenge o come accade ancora con l’attuale parlamentare Khalid Chaouki.

    Il lavoro di Quattrociocchi.
    Walter Quattrociocchi è il coordinatore del Laboratorio di Scienze Sociali Computazionali presso l’IMT di Lucca, esperto informatico, studia da anni la diffusione dei contenuti sul web. Abbiamo parlato con lui del fenomeno sempre più importante – e sottovalutato – della disinformazione con finalità ideologiche. «Già a fine 2012 – ha raccontato – frequentavo alcune comunità di troll italiani, studiando, ad esempio, il fenomeno del Senatore Cirenga».

    I “troll” sono utenti che – in alcuni casi per professione – “attaccano” personaggi pubblici sulle loro pagine web con commenti fuori luogo al solo scopo di creare confusione. Il Senatore Cirenga è invece un personaggio inventato le cui presunte proposte di legge hanno agitato diverse proteste con migliaia di utenti che non si rendevano conto dell’invenzione. La più nota è sicuramente quella, che continua a girare ancora oggi, dell’istituzione di un fondo per i parlamentari “rimasti senza lavoro”. Alcune persone, agli inizi, arrivarono persino a votarlo alle elezioni del 2014.

    Informazione “alternativa”, mancanza di confronto.
    «Le persone che frequentano gli stessi siti
    – ha spiegato Quattrociocchi – condividono le stesse informazioni, componendo una struttura che ha una regolarità matematica». Il problema è che i gruppi con persone simili tra loro diventano sempre più chiusi e, di conseguenza, facili vittime di bufale in quanto non abituati al confronto con idee diverse. «Spesso capita di più a chi è esposto a fonti di informazione “alternativa” (come le pagine Facebook già citate, ndr) – ha continuato Quattrociocchi – e il criterio con cui gli utenti selezionano le notizie è sempre più approssimativo, direi allarmante, perché le persone accettano soltanto ciò che conferma le loro idee. La tendenza è in aumento e siamo arrivati ad avere dei politici che discutono di scie chimiche in Parlamento». Questo esempio mostra come la disinformazione sul web inizi ad avere effetti sulla vita reale, per quanto lo studio di Quattrociocchi non possa analizzare questo fenomeno.

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    La pagina Facebook del Senatore Cirenga (ora ha cambiato immagine e ha più iscritti)

    Gli utenti sono interessati alla verità?
    Quattrociocchi parla con un po’ di sconforto, perché il fenomeno si allarga in maniera talmente veloce e penetrante che diventa sempre più complicato spiegare “come stanno realmente le cose”. Gli utenti non sono interessati alla verità, ma solo a frasi (titoli) che confermano i loro pregiudizi ideologici. «Non è colpa di Facebook – ha aggiunto il ricercatore – ma è l’essere umano che non è in grado di affrontare la complessità. Il “complottismo”, infatti, sfonda nei gruppi chiusi di cui abbiamo appena parlato, che non ammettono confronti».

    Il World Economic Forum ha individuato la disinformazione come una delle piaghe imperanti del nostro secolo, perché crea analfabetismo di ritorno (si approfondisce sempre meno) e rallenta l’innovazione. Nessuno ne è immune. Quando condividiamo notizie sui social network raramente le verifichiamo prima, quindi è facile cadere nella bufala, contribuendo a moltiplicare la disinformazione. Ognuno è responsabile di ciò che pubblica, anche sulla propria bacheca privata di Facebook.

    Trovare una soluzione.
    Come si fa ad arginare questo fenomeno? Posto che smontare le bufale, per quanto operazione nobile e sensata, non ha alcun effetto sugli utenti immersi nella disinformazione (non accettano confronti, perché dovrebbero accettare qualcosa che arriva “dall’informazione serva del potere?”), qual è la soluzione? «L’essere umano non è razionale – ha concluso Quattrociocchi – e ci troviamo di fronte a un meccanismo perverso, stiamo cercando di capire come fermarlo. Stiamo lavorando anche con Craig Silverman per trovare un modo di persuadere queste persone».

    Craig Silverman è un giornalista americano che studia la comunicazione e tiene il blog Regret the Error, che si occupa della verifica delle notizie. Man mano che la confusione aumenta, è sempre più necessario lavorare per la chiarezza e, soprattutto, la qualità dell’informazione, lottando contro la disinformazione. Ce n’è un immenso bisogno, ma la maggior parte delle persone ancora non lo sa.

    Foto in copertina: wired.it

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    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

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