26 March 2017
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    Questione abitativa a Torino: il caso dell’ex Moi

    Questione abitativa a Torino: il caso dell’ex Moi è stato modificato: 2015-04-16 di Margherita Ricci

    L’ex-Moi, dall’emergenza ai cineforum, passando per l’improvvisa indignazione dopo anni di silenzio. Da Biennale Democrazia.

    Nel ventaglio di eventi susseguitisi durante Biennale Democrazia al Campus Luigi Einaudi, numerosi sono stati anche i partecipanti all’incontro con il Comitato di solidarietà rifugiati e migranti e Salette, entrambe le formazioni si presentano eterogenee sia dal punto di vista dell’età, che della formazione. L’appuntamento è stato previsto presso il sito universitario proprio perché Comitato, rifugiati e alcune parti istituzionali hanno espresso  desiderio di portare il dibattito fuori dall’isolamento così da direzionare diversamente l’emergenza e attuare politiche che comprendano un dialogo più maturo e consapevole rispetto a rifugiati, emergenza casa e occupazioni.

    Un confronto necessario.
    Il confronto tanto desiderato ha anche la pretesa di voler ricomporre i frame di “rifugiato come immigrato” e “immigrato come rifugiato”, e questo non perché le due posizioni presentino l’una un lato positivo e l’altra uno negativo, ma perché in questo momento dobbiamo riuscire a proteggere quelle “categorie” che non possono essere confuse con altre altrettanto prese di mira in quanto ritenute “ladre di lavoro” (ottica riduttiva, ma persistente).
    Azioni e significati, poste in un unico pentolone, rischiano di essere poco comprensivi, poco discrezionali (quando invece è necessario prevedere soluzioni ben diverse per i due casi) danneggiando fortemente la volontà di ponderare per aiutare: in fondo non siamo mai al sicuro dagli inganni interpretativi.

    Al tempo dell’occupazione di due anni fa, un gruppo di rifugiati si era radunato fuori dal Teatro Regio per palesare a ministri, politici e autorità (come Laura Boldrini), presenti al primo incontro di Biennale Democrazia, quanto disquisire di democrazia restando nella patina della festa senza accogliere fisicamente le istanze colpite dall’emergenza fosse in netto contrasto con il fine dell’evento stesso. Mentre giornali locali e amministrazioni raccontavano la loro preoccupazione per i cinquanta rifugiati appostatisi sotto il Teatro, le voci di altre città italiane si alzavano: «Da noi i numeri sono maggiori, una città come Torino non può far fronte a questo esiguo gruppo?». I conflitti sono cominciati così.

    Le voce del Comitato e delle Salette.

    Giada, giovane studentessa di Scienze Internazionali, ci ha ricordato come per il migrante sia cruciale avere un tetto sopra la testa per potersi integrare, indipendentemente dalla strumentalizzazione dilagante circa i “diritti costosi”. Forse sembrerà scontato il fatto che l’ottenimento di una casa sia ostacolato da discriminazioni, anche quando il rifugiato ha denaro da spendere in un affitto e trova un lavoro regolare, ma non lo è per nulla e la Metamorfosi della paura di Escobar incalza.

    Dovendo per la maggior parte trovare sistemazioni di ultima istanza e allo stremo delle richieste, i tetti si affollano e nelle case arrivano a essere in tantissimi, troppi e troppe. Troppe come le famiglie originarie di questo Bel Paese che scontano diritti negati e delusioni legate al deturpamento delle scorte sociali, urbanistiche ed economiche.

    Attraverso le tante voci l’incontro diventa un modo per riflettere circa un attaccamento emotivo a Principi Costituzionali e Patti Internazionali (come la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo) che stanno sempre più diventando belle parole, pensate come difficilmente praticabili e a tratti noiose. Inoltre, da tempo la ricerca si muove molto più lentamente delle emergenze che sopraggiungono, ma è altrettanto da anni che le emergenze sono scoppiate e che hanno iniziato a prefigurarne ancora e ancora, quindi se è vero che da tempo si stava pensando ad un progetto, cosa si è fatto fino ad ora? E questo progetto dov’è?

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    Torino, 14 marzo 2015: corteo di migranti contro lo sgombero dell’ex Moi (foto: Quotidiano Piemontese).

    Prima del Moi.

    Nel 2000, quando cominciava a formarsi una prima rete di accoglimento, il Comune non si oppose totalmente non potendo permettere che la sua immagine venisse danneggiata. Nasceva, prima, SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) a gestione cooperativistica, con un tetto massimo di aiuti (6/7000) e con l’esclusivo operato di volontari. La filosofia di questa accoglienza era incentrata sul fornire progetti a questi rifugiati e non una sistemazione con, come unico fine, l’assistenza a oltranza: soluzione ingestibile da praticare per lunghissimi periodi.

    Dopo lo scoppio della guerra in Libia le sistemazioni pensate da SPRAR diventano insufficienti e i richiedenti asilo cominciano ad essere sistemati in strutture alberghiere, strutture che poco hanno a che fare con la messa in pratica di progetti da attuare per assolvere le funzioni di rifugio ed educazione.

    In fondo, nella struttura ricettiva quale poteva essere la prospettiva di inserimento? Nessuna, e ritorniamo così al punto di “vitto e alloggio” (che tanto fa discutere); ci si chiede quindi se siamo ancora in grado di pensare ad una soluzione, Patti Internazionali alla mano, a parte. Successivamente, nel 2007 si occupa in Via Bologna e tutto prende una piega diversa, le nazionalità aumentano all’interno dell’ex clinica San Paolo e si comincia ad aspettare mesi per permessi di soggiorno che una volta ottenuti valevano la cacciata dei rifugiati dalla struttura, non si sa dove, non si sa come.

    Inoltre la clinica destava remore in quanto situata vicina al centro, cosa che nell’ottica “dell’abbellimento delle città” (alla faccia della Biennale della Democrazia) sembrava proprio non andare giù. Dopo che le associazioni presenti sul territorio presero in mano la situazione, si puntò a cambiare sistemazione fino ad approdare dall’Ex Caserma di Via Asti all’occupazione dell’Ex Moi (ex mercati generali ed ex villaggio olimpico lasciato a se stesso).

    L’importanza dei centri.
    Come accennato, spesso il rilascio del permesso di soggiorno è valso l’espulsione dai centri, anche se ben possiamo immaginare quanto, così, il problema non sia risolvibile. I disagi di pianificazione emersi dal dibattito fanno riflettere: anziché potenziare chi potrebbe svolgere un buonissimo lavoro di insegnamento e direzione si viene messi nella condizione di non poterlo fare e le ore di insegnamento di italiano, per citare un esempio relativo ai programmi di inserimento, sono sempre state molto poche (alcuni dei ragazzi parlano di due ore a settimana, come se davvero potessero bastare a persone che a causa di conflitti spesso non hanno conoscenza nemmeno della propria lingua di origine).

    All’interno del Moi, oggi, il piano di insegnamento si è ampliato, sono nati i cineforum (inerenti qualsiasi focus di discussione), fioriscono le discussioni attorno ad articoli di giornale e i rifugiati vengono portati fuori dal centro anche per evitare una ghettizzazione. In Via Giordano Bruno sono presenti 25 nazionalità diverse e molte persone dopo la certificazione linguistica ottenuta con tanta fatica sono riuscite a trovare lavoro, a togliersi dall’assistenzialismo del centro e a pagare un regolare affitto come qualsiasi cittadino, studente – studente erasmus, ecc. Quando a Dicembre scorso vi fu l’attacco di Lega Nord e Forza Italia non si capì come mai questa improvvisa indignazione dopo anni di silenzio, almeno nella città di Torino, ma quel che è chiaro è che ci si stava avvicinando al mese di maggio e alle elezioni comunali.

    Successivamente l’Ex Moi venne messo sotto sequestro e ne venne conclamata l’illegalità, una mossa che destò sgomento e che continua a farlo: appena arrivati all’ottenimento della documentazione per i rifugiati, si era già tornati al punto zero. Ci si chiede, in questo stato di limbo. che ne sarà e soprattutto se questo dialogo con le istituzioni avverrà realmente. Le previsioni non sono buone ma si insiste e si resiste.

    In copertina: le “arcate” dell’ex Moi di Torino (foto: Nuova Società).

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    Margherita Ricci

    Nata a Novafeltria (RN) nel '91. Laureata in Scienze della Comunicazione a Bologna e studentessa di Scienze Politiche a Torino. Esistenzialista e amante de "Le straordinarie avventure di Pentothal". Mentore d'eccellenza: Fausto Rossi.

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