28 April 2017
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    Rai: tv pubblica italiana, cosa “non è la BBC”

    Rai: tv pubblica italiana, cosa “non è la BBC” è stato modificato: 2015-03-17 di Margherita Ricci

    Breve storia della radiotelevisione pubblica. Quando nasce la Rai, come si è trasformata nel corso del tempo e quali sono i buchi neri che porta con sé.

    La tv italiana (emittente della RAI, società pubblica controllata dallo Stato) nasce nel gennaio del 1954, anche se i primi esperimenti risalgono agli anni ’30, abbastanza in ritardo rispetto agli altri Paesi europei. Prima della tv, le uniche due fonti d’informazione di massa erano radio e cinema (le prime trasmissioni radiofoniche risalgono infatti agli anni ’20 del 900). La nascita dei primi canali televisivi incise profondamente sulla diffusione e sul rafforzamento di una lingua nazionale, che prima di allora era padroneggiata solo da 1/5 dell’intera popolazione. Le Regioni che inizialmente riuscivano ad accedere ai contenuti trasmessi erano sei: Piemonte, Lombardia, Liguria, Toscana, Umbria e Lazio.

    I costi per la gestione di questo servizio appervero da subito notevoli, ed era chiaro, inoltre, che le trasmissioni utilizzavano un bene pubblico che non poteva essere ceduto ai privati anche per il rischio derivante da una gestione dei contenuti informativi, che in presenza di interessi particolaristici e di mercato si sarebbero allontanati dal fine ultimo del servizio nazionale, primo tra tutti quello educativo.

    La legge 103 del 1975.
    Nonostante la Rai, quindi, nacque formalmente per concessione dello Stato, dopo la legge numero 103 del 1975 curare l’interesse nazionale diventava sempre più difficile da definire. Da una parte, infatti, l’avvento dei forti mutamenti economici, sociali e culturali del Paese, la fecero trovare fortemente contestata per come si poneva di ritrarre ciò che stava accadendo ai vari livelli della polis.

    Dall’altra, la società civile cominciava a percepire un bisogno di rinnovamento del servizio, un ripensamento rispetto a ciò che riguardava il suo finanziamento ibrido e rischioso. Infatti, la legge degli anni ’70 non solo aveva permesso il passaggio gestionale da uno di tipo governativo ad uno parlamentare, ma prevedeva anche un tetto di finanzialmento pubblicitario del 5% sul totale delle trasmissioni e da affiancare ai proventi derivanti dal canone degli abbonati e dagli introiti statali. È in questo contesto che viene istituita una Commissione parlamentare per l’indirizzo e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi composta da 40 membri designati dai presidenti delle due Camere e dai rappresentanti di tutti i gruppi parlamentari.

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    Il trasferimento del controllo del servizio pubblico radiotelevisivo dal Governo al Parlamento si completa quindi con il mutamento della composizione del Consiglio di amministrazione, cui spettava l’intera gestione, il coordinamento, pur dovendo rispettare gli indirizzi fissati dalla Commissione parlamentare, finiva per corroborare il fenomeno della lottizzazione. Favoriva quindi la spartizione degli incarichi chiave tra soggetti che facevano riferimento a partiti politici o che vi appartenevano, e che vi appartengono.

    Legge Mammì, fotografare un duopolio.
    Tra gli anni ’70 e gli anni ’80, dopo la moltiplicazione dei canali da Raiuno, a Raidue, a Raitre (con quest’ultimo si voleva dare voce alle varie regioni d’Italia) cominciarono a prendere campo le prime emittenti private, che fecero sentire la Rai in concorrenza con il quantitativo di programmi (ludici) che l’investimento dei proventi commerciali rendeva possibile. Dimenticando a poco a poco il suo scopo principale, la televisione pubblica cominciava ad avvicinarsi all’infotainment, continuando comunque a percepire dagli abbonati i fondi per finanziarsi e continuando lo stesso a decidere in maniera discrezionale sulle sorti del comportamento divulgativo-imprenditoriale da tenere.

    Dopo gli anni ’70 si dovette aspettare fino alla Legge Mammì dell’agosto del 1990 per continuare il dibattito in materia radiotelevisiva. La legge, che prese il nome dall’allora Ministro delle Poste e delle Telecomunicazioni, fotografava la situazione vigente dagli anni ’70 (e continuata negli anni ’80, al momento dell’avvento del monopolio privato di Fininvest) perpetuando il duopolio. Fu per questo motivo che venne soprannominata dai giornalisti del tempo “Legge fotografia” o “Legge Polaroid”. Esistendo due detentori sostanziali, infatti, il regime pluralistico continuava ad essere pressoché inesistente e impraticabile.

    Dove andrà la Rai.
    Attualmente, ad alimentare il malcontento, si aggiungono altri aspetti: ricordiamo che dal 2013 ad oggi, in seno alle Camere sono giaciute otto proposte per la riformulazione della Rai, mai discusse.

    Da una parte le contestazioni relative alla gestione Rai e ad un finanziamento che spesso non ne giustifica i contenuti sono state rinforzate dal fatto che il Governo ha deciso, dal 25 gennaio, di inserire la quota del canone nella bolletta dell’elettricità al fine di «combattere l’evasione fiscale nel Paese». Dall’altra ci si sta avviando verso una riforma della televisione pubblica in cui l’assetto strutturale sarà ben diverso e, ahinoi, preoccupante. Il punto fondamentale della riforma verte sull’elezione di un manager eletto dal Governo, che si proponga di guidare l’intera azienda. Tutto questo, a detta di Renzi, per staccare la televisione pubblica dalla politica, quasi come se i due lati della medaglia fossero alieni l’uno all’altro.

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    Margherita Ricci

    Nata a Novafeltria (RN) nel '91. Laureata in Scienze della Comunicazione a Bologna e studentessa di Scienze Politiche a Torino. Esistenzialista e amante de "Le straordinarie avventure di Pentothal". Mentore d'eccellenza: Fausto Rossi.

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