18 October 2017
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    Raif Badawi, il coraggio di un blogger saudita

    Raif Badawi, il coraggio di un blogger saudita è stato modificato: 2016-01-26 di Maria Letizia Cecconi

    La sfida all’Arabia Saudita di Raif Badawi, il blogger condannato a dieci anni di carcere per aver messo in discussione l’Islam.

    Mentre in questi giorni sono in molti a sentirsi “Charlie”, nel resto del mondo ci sono moltissimi giornalisti e attivisti politici colpiti dalla censura e condannati per via del loro lavoro. Quello di Raif Badawi è uno dei casi più emblematici, balzato agli onori delle cronaca recente grazie all’azione di Amnesty International.

    Chissà se Raif Badawi ricorderà il 9 gennaio 2015 per aver dovuto sopportare le prime 50 delle 1000 frustate che è stato condannato a ricevere, o per gli attentati di Parigi. Me lo chiedo, in queste ore in cui tutti si sentono “Charlie”.

    Raif Badawi ha i capelli lunghi, neri, di quel nero che solo certi arabi hanno. E ha dei magnifici occhi verdi, di quel verde che solo certi arabi hanno. Ha anche una moglie, e tre figli, ora rifugiati in Canada. Potrebbe essere un divo del cinema, un cantante, un indossatore. Invece è un blogger e attivista saudita, arrestato il 17 giugno del 2012 e da allora detenuto nel carcere di Gedda.

    La libertà di espressione.
    La sua colpa? Aver espresso la propria opinione sul forum on line, Free Saudi Liberals, dove si era discusso delle principali figure religiose della storia musulmana e saudita. Già arrestato per apostasia nel 2008, e rilasciato dopo alcuni giorni, nel luglio 2013 Badawi viene condannato in primo grado a 600 frustate e 7 anni di carcere con l’accusa di aver violato le leggi sulle comunicazioni elettroniche e per aver infamato simboli religiosi pubblicando post su Facebook a Twitter. Badawi viene inoltre accusato per aver criticato la Commissione per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio (conosciuta anche come la polizia religiosa) e i funzionari che avevano sostenuto il divieto di includere le donne nel Consiglio della Shura.

    Amnesty International segue la vicenda da più di due anni. Il 7 maggio 2014, infatti, l’appello inasprisce la condanna: 1000 frustate e 10 anni di carcere. A ciò, il 28 maggio 2014 vengono inflitte due condanne aggiuntive: Badawi, dopo aver scontato la pena, avrà l’obbligo di risiedere per ulteriori dieci anni in territorio saudita e, contestualmente, non potrà occuparsi di nulla che abbia a che fare con la comunicazione. C’è anche una ciliegina sulla torta: una multa da un milione di rial sauditi (quasi 200.000 euro).

    L’intervento umanitario per un uomo coraggioso.
    La Suprema Corte di Gedda ha tentato con ogni mezzo di condannarlo per apostasia, reato punibile con la pena di morte. Solo l’intervento di organizzazioni umanitarie, quali Human Right Watch e Reporter Sans Frontiers, hanno potuto impedirlo.

    Raif Badawi è considerato un prigioniero di coscienza.

    Raif Badawi è un uomo coraggioso.

    Durante il processo ha più volte affermato: «Sono un musulmano. Ma chiunque deve avere la scelta di credere o non credere».

    La folla, gli insulti.
    Secondo il suo avvocato Waleed Abu Alkhair (noto difensore dei diritti umani) queste parole, il pathos con il quale le ha pronunciate, sono state la causa di una condanna sorprendentemente rigorosa. Afferma Alkhair: «Nell’interpretazione più rigida della Sharia, le frustate stanno a significare la volontà da parte del giudice che il condannato venga insultato dalla folla».

    E infatti, per le prossime 19 settimane, ogni venerdi dopo la preghiera, Raif Badawi sarà esposto al pubblico ludibrio al centro della piazza di Gedda davanti alla moschea di al-Jafali e sopporterà, ogni volta, 50 frustate mentre i fedeli, quelli veri, quelli che seguono il credo, quelli che in tutte le religioni, di tutto il mondo, hanno sempre ragione perchè non si pongono domande che tanto va bene così, lo insulteranno, gli grideranno improperi, gli sputeranno in faccia urlando Allah u-akbar.

    Mi piacerebbe sapere cosa pensa un uomo in quelle condizioni. Pensa ai figli? Alla moglie? Pensa che non ne è valsa la pena? Pensa che avrebbe potuto fare come la maggioranza, accettando l’Islam tout-court? Si odierà per essere stato tanto stupido? Oppure sotto il dolore nasconderà un sorriso?

    Scaturito dalla consapevolezza di essere un uomo libero. Un uomo che paga un prezzo ma non deroga alla propria coscienza.

    Je suis Charlie.
    Un uomo che sa sorridere delle contraddizioni del proprio Paese: l’Arabia Saudita è stata tra le prime nazioni a condannare la strage di Parigi oltre al fatto che Waleed Abu Alkhair, l’avvocato di Badawi, è stato egli stesso arrestato e condannato con l’accusa di «slealtà e disobbedienza nei confronti delle Autorità» e per aver fondato l’organizzazione umanitaria Monitor of Human Rights in Saudi Arabia.

    Io voglio immaginare Raif Badawi che alza lo sguardo dopo l’ultima frustata, incrocia i suoi magnifici occhi verdi con quelli del boia, e sommessamente dice «Je suis Charlie».

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    Maria Letizia Cecconi

    Laureata in Scienze della Comunicazione e in Scienze Politiche, ghostwriter per natura. Scrive di tutto e per tutti. Intimamente legata alla Svezia, terra che ama e dove ha trascorso un lungo periodo di studio e lavoro.

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