23 July 2017
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    À la recherche de Marcel Proust

    À la recherche de Marcel Proust è stato modificato: 2014-11-19 di Cecilia Russo

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    Sono passati 92 anni dalla scomparsa di Marcel Proust. Oggi ricordiamo «la grande cattedrale» partendo dalle sue fondamenta.

    Valentin Louis Georges Eugène Marcel Proust nasce in una famiglia borghese a Parigi, il 10 luglio 1871. Riceve un’educazione aristocratica, contorniato dall’affetto della madre e protetto dalla fortuna del padre, brillante medico. Marcel soffre di crisi d’asma ma si avvicina presto ai circoli letterari della Belle Époque. La sua vita viene stravolta dalla morte dei genitori, in quel periodo l’autore non aveva pubblicato che qualche articolo e aveva un romanzo al fondo di un cassetto, a 37 anni passa il suo tempo domandandosi se sia effettivamente un romanziere.

    La gloria arriva improvvisamente, se il primo volume è stato quasi ignorato, con il secondo e il premio Goncourt arriva la fama nel 1919. L’autore definirà la Recherche una cattedrale sempre in cantiere, un’opera senza fine. Il lavoro estenuante di correzioni, tagli e rimaneggiamenti durerà fino alla sua morte che avverrà a Parigi il 18 novembre 1922. L’autore è stato definito da Gide «uno snob, un mondano, un amatore», di cui già Valéry lodava il suo stile, è stato riconosciuto come l’innovatore del romanzo moderno, «colui che ha fatto della letteratura, e in generale dell’arte, il mezzo di introspezione dei sentimenti più intimi, più nascosti, il modo di fissare nel per sempre il tempo che passa per accedere alla vera vita».

    La Recherche.
    È autore di una sola grande opera: Alla ricerca del tempo perduto (À la recherche du temps perdu) pubblicato in sette volumi tra il 1913 e il 1927, di cui gli ultimi tre postumi.

    Alla ricerca del tempo perduto è un romanzo scritto tra il 1908-1909 e il 1922. L’opera è suddivisa per motivi editoriali in sette volumi: in Dalla parte di Swann (1913) si parla del tempo dell’infanzia, Marcel evoca la sua infanzia a Combray. La parte Un amore di Swann sembra essere una digressione intorno al personaggio di Swann, amico dei suoi genitori.

    In All’ombra delle fanciulle in fiore (premio Goncourt, 1919) si incontrano gli amori adolescenziali. Marcel racconta delle sue vacanze estive sulla spiaggia di Balbec e l’incontro con Albertine. I Guermantes (1920) è il mondo dei salotti. Marcel si trasferisce a Parigi con la famiglia, frequenta gli aristocratici Guermantes e si fidanza con Albertine. Fa la conoscenza dello scrittore Bergott. In Sodoma e Gomorra (1921-1922) c’è il mondo del vizio: Marcel frequenta gli snob del clan Verdurin e prova i primi sentimenti di gelosia.

    In La prigioniera (1923) è rappresentata la passione distruttrice, infatti, per vincere la sua gelosia Marcel sequestra Albertine. In La fuggitiva, o anche Albertine scomparsa (1925), Albertine scappa e muore accidentalmente. Così si arriva a Il tempo ritrovato (1927) in cui c’è il vero senso della vita, vi è rappresentato la fine del percorso intellettuale del narratore, in cui capisce che le sensazioni e i sentimenti sono un mezzo di accesso alla memoria e che la scrittura potrà fissarne il ricordo.

    Un “grandioso affresco della società francese”.
    Così, in una sola giornata di rivelazione, il narratore prende la decisione di scrivere: l’arte gli permetterà di ritrovare e fissare il passato e di vincere il tempo. Quest’opera è stata definita così dall’enciclopedia Treccani: «un grandioso affresco della società francese all’inizio del secolo, del suo linguaggio, delle sue passioni e delle sue leggi; allo stesso tempo è la storia di una vocazione artistica che si realizza dopo una lunga esperienza di tempo “perduto”, tempo che nell’arte è possibile ritrovare, cioè rivivere nella sua verità. In contrasto con il canone dell’oggettività del realismo, la narrazione, dietro la quale è percepibile la lezione di Chateaubriand, di Nerval, di Baudelaire ma anche l’influsso degli studi della psicologia del tempo sulle “intermittenze” della memoria, si dispiega attraverso il punto di vista soggettivo di un narratore protagonista, a partire da un evento fortuito: un sapore “ritrovato” nel gustare una madeleine risveglia la memoria facendo inaspettatamente riaffiorare alla coscienza tutto un mondo dimenticato».

    La forma è quella di un monologo interiore che alterna un senso drammatico dell’esistenza, a una grande ironia. La Recherche, superando il clima decadente di quegli anni, si colloca agli apici dell’esperienza letteraria del XX secolo.

    Infatti, come Balzac, Proust è lo storico e il sociologo della società francese, agonizzante alla fine del XIX secolo e che la Prima guerra mondiale non farà che rovinare. La sua attitudine è sempre quella di osservatore ironico e attento di una società che sta scomparendo e sarà proprio il tempo ad interessarlo, quel tempo che tutto trasforma.

    Lo stile di Proust segue l’itinerario dei suoi pensieri, caratterizzato da frasi lunghe ricche di parentesi, subordinate, digressioni. C’è un grande ricorso alla metafora che gli permette di stabilire un rapporto tra due realtà differenti e di far rivivere, grazie a questi accostamenti, due sensazioni distinte, una sensazione presente e una passata. «La metafora, come la reminiscenza, può dunque stabilire un legame tra ciò che è separato dal tempo e dallo spazio». Non resta che leggere uno dei brani più celebri della monumentale opera dell’autore.

    madeleine_proust

    Les petites madeleines.

    Una sera d’inverno, appena rincasato, mia madre accorgendosi che avevo freddo, mi propose di prendere, contro la mia abitudine, un po’ di tè. Dapprima rifiutai, poi, non so perché, mutai parere. Mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti, chiamati maddalene, che sembrano lo stampo della valva scanalata di una conchiglia di San Giacomo. E poco dopo, sentendomi triste per la giornata cupa e la prospettiva di un domani doloroso, portai macchinalmente alle labbra un cucchiaino del tè nel quale avevo lasciato inzuppare un pezzetto della maddalena. Ma appena la sorsata mescolata alle briciole del pasticcino toccò il mio palato, trasalii, attento al fenomeno straordinario che si svolgeva in me. Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di causa. E subito, m’aveva reso indifferenti le vicissitudini, inoffensivi i rovesci, illusoria la brevità della vita…non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale. Da dove m’era potuta venire quella gioia violenta ? Sentivo che era connessa col gusto del tè e della maddalena. Ma lo superava infinitamente, non doveva essere della stessa natura. Da dove veniva ? Che senso aveva ? Dove fermarla ? Bevo una seconda sorsata, non ci trovo più nulla della prima, una terza che mi porta ancor meno della seconda. E tempo di smettere, la virtù della bevanda sembra diminuire. E’ chiaro che la verità che cerco non è in essa, ma in me. E’ stata lei a risvegliarla, ma non la conosce, e non può far altro che ripetere indefinitivamente, con la forza sempre crescente, quella medesima testimonianza che non so interpretare e che vorrei almeno essere in grado di richiederle e ritrovare intatta, a mia disposizione ( e proprio ora ), per uno schiarimento decisivo. Depongo la tazza e mi volgo al mio spirito. Tocca a lui trovare la verità…retrocedo mentalmente all’istante in cui ho preso la prima cucchiaiata di tè. Ritrovo il medesimo stato, senza alcuna nuova chiarezza. Chiedo al mio spirito uno sforzo di più…ma mi accorgo della fatica del mio spirito che non riesce; allora lo obbligo a prendersi quella distrazione che gli rifiutavo, a pensare ad altro, a rimettersi in forze prima di un supremo tentativo. Poi, per la seconda volta, fatto il vuoto davanti a lui, gli rimetto innanzi il sapore ancora recente di quella prima sorsata e sento in me il trasalimento di qualcosa che si sposta, che vorrebbe salire, che si è disormeggiato da una grande profondità; non so cosa sia, ma sale, lentamente; avverto la resistenza e odo il rumore degli spazi percorsi…All’improvviso il ricordo è davanti a me. Il gusto era quello del pezzetto di maddalena che a Combray, la domenica mattina, quando andavo a darle il buongiorno in camera sua, zia Leonia mi offriva dopo averlo inzuppato nel suo infuso di tè o di tiglio….”

    (Marcel Proust, Dalla parte di Swann)

    Foto in copertina: jrbenjamin.com

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    Cecilia Russo

    PhD Student presso l'Università degli Studi di Torino, ha insegnato per alcuni anni francese e materie in lingua francese presso alcuni istituti di istruzione secondaria. Francesista, è appassionata di letteratura e di viaggi.

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