21 July 2017
    senato_riforma

    Riforma del Senato: verso la fine del “bicameralismo perfetto”?

    Riforma del Senato: verso la fine del “bicameralismo perfetto”? è stato modificato: 2015-06-25 di Ludovico Astengo

    A nove anni dal referendum del 2006 i temi della riforma del Senato sono sempre i medesimi: l’obiettivo è superare il “bicameralismo perfetto”.

    Il 25 e il 26 giugno di nove anni fa gli italiani erano chiamati alle urne per il referendum di approvazione della riforma costituzionale proposta dall’allora governo Berlusconi. Tale – meno noto – anniversario è una buona occasione per tracciare una ricognizione del punto cui siamo giunti quanto all’annoso problema della modifica della forma di governo. Intendiamoci, non sarà questa la sede per approfondire un tema di per sé vastissimo, ma piuttosto il luogo per delineare alcuni aspetti critici che furono oggetto di analisi quasi un decennio fa e ritornano nei dibattiti attuali di riforma dell’assetto parlamentare.

    Come nel 2006, anche in questi mesi si propone il superamento del cosiddetto “bicameralismo perfetto”, quel meccanismo parlamentare che per legiferare prevede che entrambi i rami del Parlamento si pronuncino in maniera identica sul medesimo disegno di legge; ora come allora le lungaggini che tale farraginoso meccanismo comporta hanno visto un generale plauso alla proposta di modifica. Assieme a questa esigenza è da sempre primaria quella di permettere agli enti locali di partecipare in maniera attiva al processo politico nazionale; tuttavia le Regioni da sempre rimangono al confine della vita istituzionale mortificando la possibilità per i territori locali di presentare a Roma le loro istanze.

    Nel 2006 il progetto di modifica della Costituzione prevedeva che il Senato venisse riformato secondo alcune direttrici fondamentali: riduzione dei suoi membri, elezione diretta su base regionale, utilizzo di un metodo di voto proporzionale. Presentata come la svolta in senso “federale” del Senato della Repubblica, tale riforma era insoddisfacente nei contenuti. Il metodo di elezione dei rappresentanti dei territori non impediva che una volta eletti i senatori si coalizzassero secondo i colori politici di appartenenza, e non la provenienza territoriale, con ciò mortificando lo scopo principale della riforma ossia la partecipazione diretta degli enti locali alla gestione delle politiche pubbliche.

    Il nuovo Senato per il governo Renzi.
    Il referendum del 2006 respinse il progetto di riforma e il “bicameralismo perfetto” rimase in vigore. A quasi un decennio di distanza il dibattito pubblico si concentra di nuovo sulla riforma del Parlamento e ora come allora l’intenzione del governo Renzi sembra essere – pur con un disegno di legge non ancora approvato in via definitiva alla Camera dei deputati – quello di superare l’identica natura e le uguali funzioni dei due rami del potere legislativo, assieme a un rinnovamento della partecipazione di rappresentanti dei territori alle scelte di politica nazionale. Così è prevista una netta diminuzione del numero dei senatori e delle funzioni legislative del Senato, che prevalgono nella legislazione in concorso con le Regioni e di riforma costituzionale ed elettorale. L’elezione dei rappresentanti viene prevista in forma indiretta: faranno parte del “Senato delle Regioni” i membri dei Consigli regionali e i sindaci, eletti dai medesimi Consigli e per una durata corrispondente al loro incarico locale.

    Perché riformare il Senato?
    Alla luce di queste brevi note è possibile compiere alcune considerazioni sul fallimento del precedente progetto di riforma e sul futuro di quello attuale. Riformare le funzioni e l’organizzazione del Parlamento è un esigenza che i giuristi di tutta Italia auspicano da tempo, ma avere la legittimazione politica o il consenso per farlo non basta; bisogna anche farlo con criterio. In particolare, se le esigenze primarie sono quelle espresse sopra – il superamento del “bicameralismo perfetto” e una rinnovata partecipazione dei territori locali al processo politico – è opportuno che le proposte di riforma siano capaci di esprimere tali esigenze in modo appropriato. In caso contrario, il probabile epilogo è il fallimento del tentativo. Il progetto di riforma del 2006 fu il frutto di compromessi in larga parte politici, varato un anno prima da una maggioranza che all’epoca del referendum aveva già perso le elezioni, e non riuscì a colpire per l’approccio troppo debole sui temi che davvero era – e rimane tutt’ora – importante modificare.

    I rischi di una riforma mal fatta.
    La proposta di riforma in analisi in questi mesi non è esente da problemi simili, soprattutto nella parte in cui fatica a risolvere in senso davvero positivo la reale partecipazione dei territori locali al dibattito politico nazionale. Perché ciò avvenga non è tanto importante che vi sia una netta suddivisione delle funzioni fra Stato e Regioni, in quanto conflitti di competenza saranno sempre inevitabili fino a quando le due parti rimarranno conflittuali; piuttosto è nodale che siano predisposti reali meccanismi di coordinamento dell’attività politica fra istituzioni centrali e locali, affinché le leggi emanate dal Parlamento siano capaci di riconoscere anche le esigenze dei territori locali nella gestione delle politiche pubbliche. Non prevedere, come invece accade per il Bundesrat tedesco, che i rappresentanti delle singole regioni si esprimano con voto unico comporterà il rischio, di nuovo, che i senatori si accorpino per colore politico e non per provenienza territoriale.

    La prospettiva, ancora una volta, e che tale meccanismo provochi il distacco dei membri del nuovo Senato dai territori di provenienza, e che le condivisibili intenzioni del progetto di riforma risultino in buona parte irraggiungibili. Sarà interessante osservare il risultato del referendum confermativo della riforma: i temi del dibattito sono molto simili, la maggioranza parlamentare di colore diverso; forse questa volta il rifiuto per l’immobilismo parlamentare sarà un incentivo più forte per accogliere le proposte di modifica, per quanto perfettibili possano essere.

    Print Friendly
    Ludovico Astengo

    Laureando in giurisprudenza presso l'Università di Torino; già Presidente del Consiglio degli Studenti dell'Università, ora rappresentante degli studenti in Senato Accademico. Appassionato di diritto, montagna e musica.

    Seguici su Facebook

    Resta aggiornato su Twitter